A questo punto rovesciamo il senso della domanda «Da che parte stiamo?» e sganciamola dalla retorica, perché siamo davvero al limite del ridicolo. Anche recentemente mi sono ritrovato in televisione, in un talk, a sentirmi rinfacciare una generica e subdola frase, «Questa è anche la propaganda russa», come se io ne fossi un megafono.

La Russia non ha bisogno di megafoni perché il giro d’affari tra Europa e Mosca è talmente alto che le cancellerie hanno bisogno di gonfiare il racconto del pericolo russo con notizie di attacchi e incursioni che spesso non trovano conferma. Abbiamo elevato Volodymyr Zelensky a mito della resistenza quando i primi a smontarlo sono gli ucraini stessi, che ne hanno le tasche piene di lui quanto di Vladimir Putin.

Gas russo, quasi 8 miliardi pagati dall’Ue nel 2026

«Da che parte stiamo?», è la solita domanda con cui candeggiamo le macchie di un giudizio morale che deve fare i conti con i fatti veri, non con notizie non accertate e opinioni. I fatti veri: nei primi nove mesi del 2026 l’Unione europea ha versato alla Russia 7,88 miliardi di euro per il gas liquefatto del progetto artico Yamal: 12,18 milioni di tonnellate, un record. Sia chiaro, il dato non viene dal Cremlino né da qualche blog filorusso, ma dall’Ong tedesca Urgewald, su numeri Kpler. Un’organizzazione che chiede più sanzioni, non meno.

È da qui che bisogna partire per misurare la credibilità di Bruxelles. Mentre a Dunkirk, Montoir e Rotterdam si scaricavano metaniere russe, Commissione e Consiglio preparavano il ventiduesimo pacchetto di sanzioni. Sul petrolio l’embargo è arrivato tra il 2022 e il 2023. Il gas, invece, non è mai stato vietato fino al 2026, e lo stop totale al Gnl scatterà solo il 1° gennaio 2027. Nel frattempo, secondo il Centre for research on energy and clean air, dall’inizio dell’invasione l’Europa ha pagato a Mosca oltre 230 miliardi di euro in combustibili fossili: più di quanto abbia dato all’Ucraina in aiuti.

Il doppio binario delle forniture energetiche europee

Ecco il doppio binario. La fermezza nelle conferenze stampa, le metaniere per far fronte a un deficit energetico che non riusciamo a colmare. Con un paradosso che riguarda l’Italia: il gas russo via tubo verso il nostro Paese si è fermato a inizio 2025, mentre Francia e Paesi Bassi hanno continuato a riceverlo via mare. Così, mentre noi paghiamo il prezzo politico della linea dura, altri incassano il beneficio diretto delle forniture. E il record non è un incidente: nel solo primo semestre gli arrivi da Yamal sono cresciuti del 16%, con i porti e i servizi europei a tenere in piedi la logistica artica di Mosca.

Orsini: sull’energia non può esserci ideologia

Forse è anche per questo che il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, non ha mai chiuso al gas russo: dopo che ad aprile aveva chiesto «una riflessione» e invitava alla cautela sullo stop del 2027, ricordando che il Gnl di Mosca passa ancora da Amsterdam, stavolta ripete che sull’energia non ci può essere ideologia. Invece di propaganda e di retorica ipocrita è intriso il dibattito in Italia e in Europa. Che ovviamente si fa ancora più denso quando c’è di mezzo Donald Trump.

L’accordo sbandierato con Putin per immettere sul mercato fino a 4,8 milioni di tonnellate di diesel russo rischia di aggravare la doppiezza politica europea. Non solo perché Trump replica apertamente ciò che l’Europa fa da anni in silenzio, ma perché ci sbatte in faccia questo doppio binario morale: «L’Ue ha pagato alla Russia 250 miliardi di dollari per l’energia», ha scritto Trump. I dati del Crea, nella sostanza, gli danno ragione.

Trump tratta con Mosca, Bruxelles resta fuori dai negoziati

C’è poi una differenza ancora più pesante: Trump con Putin parla. Lo ha incontrato in Alaska, lo chiama, tratta, rafforza rapporti d’affari a favore di Big oil. Exxon ha discusso con Rosneft un ritorno in Sakhalin-1, anche se il suo amministratore delegato dice di voler solo recuperare 4,6 miliardi di asset espropriati. Chevron, Exxon e Carlyle si sono mossi, con il via libera del Tesoro, sugli asset esteri di Lukoil, che comprendono quote nei grandi giacimenti kazaki. Dmitriev, l’inviato di Putin, assicura che la cooperazione energetica proseguirà.

Trattano personalmente con Putin anche Xi Jinping, Narendra Modi, Erdogan, i Paesi del Golfo. L’Unione europea no. Dall’inizio della guerra né la presidente della Commissione, né il presidente del Consiglio europeo hanno incontrato il capo del Cremlino. Il continente dello scenario di guerra e che ne paga il conto energetico, ha scelto di non sedersi al tavolo. Così i negoziati passano per Washington, Mosca, Riad, Istanbul e Miami. Bruxelles (ma anche Roma, Parigi, Berlino, Madrid…) commenta.

Zelensky e il ruolo dell’Unione europea

La politica estera europea si è appiattita su quella di Kiev, fino a riconoscere a Zelensky un diritto di veto, di fatto, su ogni apertura; perché lo abbiamo fatto? Semplice, perché abbiamo la coda di paglia per la compravendita di gas. Quando Trump ha annunciato l’intesa sul diesel, la prima condanna è arrivata proprio dal presidente ucraino. Ma un’Unione che vuole contare non può subordinare la propria agenda ai calcoli negoziali di un altro governo. La sua priorità dovrebbe essere il prezzo dell’energia per famiglie e imprese, con gli stoccaggi ai minimi e un inverno che si annuncia difficile.

Premesso che non sono affatto sicuro che chiuderemo del tutto i rubinetti, ma spero che l’Europa faccia politica col realismo machiavellico (che non è cinismo) e non con la propaganda di anonimi commissari europei, che si credono statisti.

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