l GNL statunitense in sofferenza sui margini. Le raffinerie private cinesi si aggiudicano il petrolio iraniano. Londra tassa le auto elettriche. L’Ue dà l’addio definitivo al gas russo dal 2027.
L’Asia ha fame di lingotti e prepara di depositi. In Pakistan i pannelli solari mandano in crisi il sistema idrico. Gas russo, il prezzo alla Cina è scontatissimo. Rame ancora superstar, prezzo vicino ai massimi.
Rete di distribuzione del gas in Germania (Getty)
Secondo un rapporto, per evitare il collasso del Paese servono 70 centrali da 500 Megawatt entro nove anni. Una spesa da 50 miliardi. Il commissario europeo però non ci sente: «Zero importazioni anche con la pace».
Per la Germania si prospetta un futuro a gas, ma intanto l’Ue vieta per sempre le importazioni dalla Russia. Si può sintetizzare così il terribile uno-due che il già frastornato governo di Friedrich Merz ha ricevuto questa settimana.
Il rapporto 2025 sulla sicurezza dell’approvvigionamento della Bundesnetzagentur, l’Agenzia federale tedesca per le reti, approvato dal governo di Berlino questa settimana, quantifica il fabbisogno: entro nove anni la Germania dovrà disporre di circa 35.500 Megawatt di nuove centrali elettriche a gas per garantire la sicurezza del sistema. Sì, perché quando solare ed eolico non producono, il sistema ha pur sempre bisogno di energia e la rete necessita di stabilità. Per compensare intermittenza e instabilità delle fonti rinnovabili alla Germania serve un parco di centrali a gas tutto nuovo.
Nel rapporto di due anni fa la stessa Agenzia stimava necessari almeno 21.000 Mw, ma ora il fabbisogno è cresciuto. Ciò sia per le stime di maggiori consumi elettrici nel futuro sia, paradossalmente, per l’aumento della penetrazione delle fonti rinnovabili, che necessitano di strumenti di stabilizzazione come gli impianti termoelettrici, appunto.
Per tradurre il numero in concetti chiari, serviranno oltre 70 nuove centrali a gas da 500 Mw, dal costo indicativo di 700 milioni di euro l’una. Il che significa investimenti per 50 miliardi nei prossimi nove anni. Una produzione flessibile che servirà a coprire i picchi di domanda, a fornire riserva di potenza e bilanciamento della frequenza di rete.
Ora, vi sono diversi problemi. Intanto, con le regole attuali gli investimenti non partono, poiché vengono svantaggiati i consumi di idrocarburi (ad esempio, gravandoli dei costi dei permessi di emissione). In un contesto in cui il consumo di gas è penalizzato, con l’idea di azzerarlo al 2040, nessuno sano di mente investe a lungo termine. Ecco perché il governo precedente all’attuale aveva ipotizzato dei sussidi pubblici (tanto per cambiare), che però non sono mai arrivati.
Ora, dice l’Agenzia tedesca, la questione diventa urgente. A rischio vi è la tenuta stessa del sistema. Gli accumuli chimici a batteria che man mano vengono inseriti nella rete non saranno sufficienti, secondo la Bundesnetzagentur.
Sempre il governo precedente, nelle ipotesi dell’allora ministro dei Verdi, Robert Habeck, aveva ipotizzato di convertire all’idrogeno i nuovi impianti dopo un certo numero di anni. Una foglia di fico che il nuovo governo non sosterrà, perché una vasta diffusione dell’idrogeno resta nel libro dei sogni (o degli incubi, dipende dai punti di vista). L’idrogeno costa ancora molto, richiede investimenti per miliardi, la produzione è pressoché inesistente e la logistica è all’anno zero.
Oltre alle centrali elettriche, però, serve il gas. E qui siamo al livello politico, non più tecnico.
Dalla Norvegia il gas arriva abbondante, per ora, e non certo gratis. Per il resto, la Germania deve affidarsi al gas che entra in circolo al Ttf in Olanda, proveniente dal Regno Unito, e a tanto gas liquefatto (Gnl). La Germania, dopo la crisi del gas del 2022, si è dotata di diversi rigassificatori, per una capacità massima di 40 miliardi di metri cubi, e ha iniziato a importare enormi quantità di Gnl, soprattutto dagli Stati Uniti.
In questo contesto, al Consiglio Ue informale dell’Energia a Copenaghen di ieri, il commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, ha dichiarato che l’obiettivo della Commissione è fermare rapidamente le importazioni di gas dalla Russia e, anche in futuro, «non importare mai più nemmeno una molecola» di energia russa.
Il discorso di Jorgensen è stato molto netto: «Anche in futuro, anche quando ci sarà la pace, ritengo che non dovremmo importare energia russa. Quindi questa non è una sanzione temporanea. È qualcosa che rimarrà. A mio parere non importeremo mai più nemmeno una molecola di energia russa quando questo accordo sarà concluso». Anche il Segretario di Stato per l’Energia romeno, Cristian Busoi, ha detto di sostenere fermamente il divieto sul gas russo, così come il ministro danese per l’Energia, Lars Aagaard.
La Germania si trova così stretta tra la necessità di avere molto gas a buon mercato e l’indirizzo politico di Bruxelles che vuole negare per sempre l’accesso al gas russo. L’evidente frattura interna all’Europa passa proprio per la Germania. Se cresce la domanda ma diminuisce l’offerta, i prezzi non potranno che salire, e non solo per la Germania. Vale la pena ricordare che l’Ue importa dalla Russia ancora molto Gnl e un gasdotto da 12 miliardi di metri cubi l’anno arriva ancora nei Balcani.
A Bruxelles pensano che affidarsi in toto al Gnl americano potrà essere una soluzione? Può darsi, ma resterebbe il nodo della dipendenza strategica e dei costi. La Ue dovrebbe indicare almeno delle alternative, si ragiona sui giornali tedeschi più attenti al tema. Ma quali?
Le aporie dell’ammaccata costruzione europea emergono da questa vicenda, emblematica della doppia impasse in cui l’intera Europa si trova a causa delle scelte politiche distruttive imposte da Bruxelles e da Berlino stessa. Una transizione energetica dissennata, che ha messo in ginocchio l’industria e che ora viene negata perché la realtà si impone, e una politica estera incapace. La Germania è, in definitiva, vittima di sé stessa.
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Roberto Vannacci (Ansa)
Il leghista Roberto Vannacci: «La sentenza sul caso Albania mostra che la sovranità degli Stati è nel mirino. Il riarmo? Serve all’industria tedesca».
Generale Roberto Vannacci, vicesegretario della Lega, come giudica la decisione della Corte europea che boccia il progetto Albania sui migranti?
«Una sentenza politica. Ancora una volta l’Europa vuole ingoiare la sovranità degli Stati».
Secondo i giudici europei, un Paese è «sicuro» se garantisce protezione a tutti i cittadini. Su queste basi, anche l’Italia rischia di non far parte del club?
«Difatti io chiedo alla Corte di Giustizia di dichiarare l’Italia un “Paese insicuro”. Così potremo mandare in Paesi più “sicuri”, come Egitto o Tunisia, tutti gli immigrati che si considerano in pericolo».
Bisogna insistere sul progetto Albania?
«Assolutamente sì. Quando si vuole entrare in casa d’altri, il permesso si chiede prima, non dopo essere entrati. Quindi gli hub per l’immigrazione devono essere collocati al di fuori degli Stati dell’area Schengen, in località dove saranno valutate le richieste di ingresso».
Qual è il modello?
«Sono un fanatico del modello australiano. Da quelle parti hanno risolto il problema dell’immigrazione clandestina, considerando illegale qualsiasi tipo di passaggio della frontiera senza un visto».
Intanto Von der Leyen è sotto attacco per l’accordo sui dazi al 15%.
«Una disfatta. Quando si proponeva di trattare bilateralmente, tutti gli europeisti convinti si opposero, perché l’Europa doveva a tutti i costi negoziare con una sola voce. Ecco, questi sono i risultati. Non solo: per decenni ci hanno ossessionato col Green deal, e oggi l’Europa si impegna ad importare gnl americano prodotto col fracking, cioè con tecniche ambientalmente impattanti».
Von der Leyen sotto accusa, da parte di chi la portava in trionfo.
«Peccato che questi signori del progressismo che oggi si indignano per questo accordo, poi le mozioni di sfiducia contro questa Commissione non le votano. Mi unisco alle parole pronunciate da un big dell’industria agroalimentare italiana: all’Italia fa più male la Von der Leyen che i dazi di Trump».
C’è ancora spazio per la trattativa bilaterale di cui parlava?
«Difficile, ma se ci fosse spazio, ben venga. L’Italia può dare molto, se si muove da nazione sovrana».
Ma non si sente un po’ tradito da Donald Trump?
«No, continuo a stimarlo, perché è un patriota. Cerca il bene dei propri cittadini. Il patriottismo lo si apprezza ovunque, anche in Russia e in Cina, non solo a casa propria».
Se lei dovesse trattare con Trump, cosa gli direbbe?
«Gli farei capire che ci sono alternative alla guerra commerciale. Abbiamo altre leve in nostro possesso, tra cui la riapertura delle relazioni commerciali con la Russia, che era il più grande provider di energia in Europa. Rinunciare a quei rifornimenti, come ha detto anche Mario Draghi, è stata una causa della scarsa produttività europea. Riaprire la possibilità del gas russo a fronte dei dazi imposti da Trump potrebbe essere uno degli argomenti del negoziato».
Nell’accordo c’è anche l’impegno ad acquistare armi Usa.
«Certo, cornuti e mazziati. Per Trump è una doppia vittoria, perché oltre ai dazi paghiamo le armi e le regaliamo agli ucraini. Quindi anche il peso del conflitto russo-ucraino peserà sui nostri bilanci».
Minacciare l’acquisto di gas russo non allontanerebbe la pace?
«No, semmai la avvicina. L’idea che siano le sanzioni ad avvicinarci alla pace, dopo tre anni e mezzo, si è dimostrata sbagliata. Ricordo sempre che le paci giuste non sono mai esistite, quella che va cercata è una pace ragionevole. Se invece ci ostiniamo a inseguire la pace del vincitore, in un conflitto con una potenza nucleare, allora arriveremo sull’orlo del baratro».
Sta dicendo che bisognerà fare concessioni a Mosca?
«Sto dicendo che tutti i contendenti avranno da pagare qualcosa. Ma quello che paghiamo oggi sarà inferiore a quello che pagheremmo domani, e non conviene agli europei prolungare questa agonia».
Il riarmo europeo è un regalo a Francia e Germania?
«Assurdo spendere quei miliardi sventolando una minaccia esistenziale per l’Europa. Nessun soldato russo sta sbarcando in Sardegna. È solo un piano finanziario per rilanciare l’industria tedesca, l’unica economica che ha facoltà di indebitarsi».
Ma l’Italia intende aderire al piano di prestiti Safe per gli armamenti. Sbaglia?
«Se proprio dobbiamo indebitarci, tanto vale farlo a un tasso di interesse inferiore. È la soluzione meno peggiore. Se questo serve a rinforzare l’industria nazionale, possiamo anche starci».
Giusto riconoscere lo Stato della Palestina, come ha fatto Macron?
«Biasimo la reazione sproporzionata del governo Netanyahu, ma il riconoscimento della Palestina non ha senso, perché non si tratta di uno Stato: non ha confini definiti, non ha sovranità. Riconoscere la Palestina oggi significa far prevalere il terrorismo sulla capacità negoziale, e quindi legittimare Hamas».
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Andrea Orlando (Ansa)
Nel «libro verde» i democratici si rimangiano anni di invettive anti-Mosca: possibile la ripresa dei flussi al posto del Gnl Usa. Andrea Orlando copia la linea Giuseppe Conte: è la leva negoziale da usare contro Washington.
Verrebbe da dire; compagna Elly Schlein spiegaci questa: le note di Valerij Gergiev no perché le propone Vincenzo De Luca, ma sì al gas di Vladimir Putin se lo vuole comprare Andrea Orlando? No, non siamo su scherzi a parte: in un documento ufficiale che deve essere la guida spirituale della sinistra per far ripartire l’industria italiana, il Pd ha scritto – poco chiaro comme d’habitude, ma molto tondo – che dobbiamo tornare a comprare il gas liquefatto dalla Russia anche per farla pagare a quel cattivone di Donald Trump. Orlando grande appassionato di Sun Tzu il leggendario stratega cinese ha teorizzato: se il tuo alleato (gli Usa) ti mette in difficoltà tu appoggiati al tuo nemico (la Russia) e se poi ci scappa di dare uno scappellotto a Giorgia Meloni, tanto di guadagnato. Sono poche righe ma che smentiscono tre narrazioni di Elly Schlein: siamo con l’Ucraina senza se e senza ma, l’Italia non tratti separatamente con Trump sui dazi, il Governo Meloni non ha una iniziativa per energia, transizione e rilancio industriale. Sono sette righe e mezzo su 64 pagine del «Libro verde del Pd sulle politiche industriali» ma bastano e avanzano a sconvolgere il partito. Testualmente – pagina 12 - c’è scritto: «In quest’ottica vanno collocate le ulteriori riflessioni da compiersi sulla necessità di un mercato unico che impedisca una pericolosa frammentazione nazionale anche di fronte alla possibilità non inverosimile di una riapertura dei flussi dalla Russia, sulla necessità di determinare a livello europeo un mix energetico virtuoso all’interno del quale le scelte sono compiute innanzitutto alla luce di valutazioni economiche capaci di soppesare e vagliare i limiti e le possibili contraddizioni di ogni soluzione: e di implementare infine ulteriori strumenti per dare stabilità e sicurezza ai prezzi e all’approvvigionamento». Ora viene da chiedere: segretaria Schlein al di là della contraddizione grossa come il Colosseo di voler tornare a comprare gas da Putin mentre Kiev è sotto le bombe non le pare evidente da queste frasi perché la gente non vota il Pd? Per leggere questo passaggio ci vogliono i polmoni di Greg Paltrinieri e il filo di Arianna (non Meloni però). Non era più semplice scrivere: siccome non sappiamo che dire sull’energia torniamo alla vecchia bottega, la Russia! Già ma sarebbe stato troppo esplicito. Per la verità l’estensore del testo – mentre la segretaria che zompetta al gay pride, ma poco argina le correnti è stata assai criptica dicendo: «non ne so nulla e di certo non possiamo aver scritto che vogliamo ricomprare il gas dalla Russia» – è stato assai esplicito e ha dato anche una spiegazione di questa scelta. Conversando con la Staffetta Politica – lo ha confermato anche Il Foglio – Andrea Orlando ha detto testualmente: «Oggi pensiamo ragionevolmente che l’acquisto di gas liquefatto dagli Usa sia una strada obbligata, legata alla presenza del conflitto, però pensiamo anche che l’acquisto debba essere condizionato a un ripensamento delle posizioni degli Stati Uniti». Dunque - gli hanno chiesto - il gas russo può essere una leva negoziale da usare contro Trump sui dazi? Risposta di Orlando: «Sì». Ed ecco il Pd servito in tutte le sue contraddizioni. Ora si aspettano le reazioni perché c’è un precedente assai pericoloso per Elly Schlein. A fine giugno Giuseppe Conte con i suoi alla Camera ha chiesto a Giorgia Meloni di darsi da fare perché in futuro il gas dalla Russia possa tornare nelle nostre case e nelle nostre fabbriche. Come si sa nonostante le sanzioni noi continuiamo a comprare gas (50 miliardi di metri cubi: un terzo rispetto a prima) da Putin, Friedrich Merz – cancelliere tedesco – ha detto che non riaprirà i rubinetti dello Stream Due (il gasdotto che ha fatto ricca la Germania) e comunque per far tornare il gas russo in quantità in Europa servirebbe una sorta di via libera di Volodymyr Zelensky che controlla le stazioni di pompaggio. Dunque, anche ad esser cinici, è assai difficile che si riesca a comprare dalla Russia senza che ci sia la pace. Ma Conte ci ha provato e il Pd lo ha linciato. Pina Picierno – vicepresidente dell’Eurocamera e antipatizzante della Schlein – aveva tuonato: «Conte è incommentabile, sono soddisfatta che per il Pd consideri l’Ucraina un discrimine: il Pd giudica inaccettabile questa posizione dei Cinque stelle». Chissà come la piglia la Picerno la posizione espressa in un documento ufficiale dal Pd che ora ritiene possibile comprare il gas da Putin per fare un dispetto a Trump. Può darsi che la Picerno invece di fare il diavolo a quattro cambi idea poiché questa posizione – inaccettabile ieri, ma possibilissima oggi – Orlando l’ha studiata per mettere in difficoltà Giorgia Meloni. Le suggerisce: tratta col tuo amico della Casa bianca (il Pd ha però sempre detto che il governo non deve agire al di fuori dell’Ue) e digli che se non abbassa i dazi noi non gli compriamo più il gas perché ce lo dà il compagno Putin. Un’idea geniale! All’insaputa di Elly Schlein.
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