Stiamo assistendo allo spettacolo degli editorialisti e degli «intellettuali» che rincorrono il treno dei maranza per far salire in corsa un po’ di motivazioni politiche basate su analisi vecchie di almeno dieci anni. E mentre cercano di rinverdire la loro gioventù di scontri di piazza romantici riproponendo i temi del Maggio 1968, i maranza rivendono su Vinted la roba saccheggiata tre giorni fa, mostrandosi affini alla rapacità che avrebbe dovuto appartenere ai capitalisti e non certo ai proletari.
Che pena dover leggere tutti quelli che fino a quest’estate stavano ancora spiegando come il meraviglioso globalismo woke, minacciato da quel reazionario di Donald Trump, avesse creato un mondo fatto di nuovi diritti, di consapevolezza e di integrazione, anche forzata se necessario, un mondo, da difendere dai fascisti, che ha delegato alle Ong e alle istituzioni sovranazionali la custodia e la somministrazione del Bene.
Il globalismo woke e le contraddizioni dell’integrazione
Si sono accorti all’improvviso che qui non si può vivere, che la società industriale è alienante e, soprattutto, che esiste la deflazione salariale. Stanno dicendo che quelli portati qui dichiaratamente per abbassare i salari – chi li raccoglie i pomodori se no? – fanno bene a spaccare tutto perché i salari sono troppo bassi e che avrebbero voluto spaccare tutto loro se non fosse che il precariato li ha obbligati a correre da un part-time all’altro per pagare quegli affitti così cari. Sono bastati i maranza quindicenni che sfondano le vetrine per scarpe e cinture a togliere dalla scena la società «più equa e più giusta» che stavano costruendo loro, mostrando al mondo che la società in realtà è brutta e ingiusta anche se deriva dalla teoria secondo la quale l’immigrazione è necessaria, inevitabile e fonte di mirabolanti miglioramenti dati dal meticciato.
All’improvviso gli insegnanti si rivedono nelle bande di immigrati che, con le bandiere dei loro Paesi d’origine, si abbandonano al saccheggio per giustificare il loro odio per la civiltà occidentale e di colpo l’integrazione non sembra più così necessaria. Di colpo si sono accorti che i «nuovi diritti» non bastano a non far salire gli affitti se vivi in un regime immigrazionista, così come non influenzano un mercato del lavoro precarizzato per disegno vent’anni fa dai politici della loro parte e, sempre per meccanismo di proiezione mentale, pensano che la battaglia sul «disagio abitativo» interessi anche gli immigrati i quali tuttavia o vivono in case assegnate dai Comuni oppure non hanno alcun problema a spostarsi dove gli affitti costano meno.
Perché le piazze non sono più luoghi di lotta politica
Del resto non ci si possono aspettare argomenti efficaci da chi non ha capito che tutta la sua analisi è inficiata dall’errore di base di pensare le piazze ancora come i luoghi dell’accadimento politico. I «soggetti inediti», infatti, non comunicano alla Questura data, ora, percorso e slogan della manifestazione, non attendono l’autorizzazione e il cordone di polizia perché non stanno portando avanti una «battaglia politica» collettiva basata sull’idea di «conflitto di classe» ma stanno semplicemente intavolando una trattativa basata sull’uso della violenza finalizzata all’ottenimento di benefici in cambio dei quali far diminuire la violenza.
In questa trattativa pseudosindacale basata esclusivamente sui rapporti di forza non c’è nulla di «politico» nel senso che non viene riconosciuto al conflitto alcuna funzione collettiva né «rivoluzionaria» in senso marxista ma solo una logica di minaccia portata da un corpo etnico ben circoscritto e consapevole a un avversario che si percepisce debole e che sinora ha utilizzato i conflitti per erogare i propri servizi sociali.
Dai social alla politica: la sfida per la destra
Pare così che i maranza abbiano capito Guy Debord e Jean Baudrillard meglio della politica: come ha dimostrato definitivamente la pandemia, nessuna «piazza» riesce a intaccare l’agenda globale dalla quale occorre quindi limitarsi a lucrare rendite di posizione attraverso la minaccia di conflitti sempre più estesi. La «piazza» si è trasferita sui social: lì i jihadisti si formano e lì avviene il «dibattito», non certo nelle assemblee studentesche evocate comicamente come soluzione. E mentre in alcune zone di Parigi i banlieusards stanno cercando di entrare nelle case, le conseguenze politiche finora favorevoli alla destra rischiano di tramutarsi in danno se la destra, in tutta Europa, non capisce che a lei spetta il compito di realizzare un nuovo modello sociale e non semplicemente di controllare i disordini e di spegnere qualche incendio.
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