Vietato dare legittimità all’avversario. Non solo bisogna impedirgli di esprimersi: è pure necessario che non gli conceda la dignità dell’interlocutore. Nel mondo anglosassone lo chiamano deplarforming: consiste nell’impedire a qualcuno di parlare durante conferenze, dibattiti o incontri pubblici, presentazioni di libri. A Bologna, all’Accademia delle scienze, è successo esattamente questo.
Giuseppe Sassatelli, presidente della pregevole istituzione, ha cancellato il dibattito intitolato «Disforia di genere nei minori. Evidenze scientifiche, scelte di cura e diritti». Prima spiegando che gruppi di studenti avevano protestato, poi sostenendo che non fosse stato garantito il contraddittorio. Si trattava di un evento sul tema dei cosiddetti «bambini trans» e gli attivisti e politici invitati per difendere il cambio di sesso dei minori hanno scientemente rifiutato di partecipare. Un bel trucco: se rifiuto il confronto, viene tolta la parola a chi non la pensa come me.
Dunque ieri niente incontro pubblico: quanti si erano iscritti per assistere – compresi genitori di minorenni con disforia di genere – avevano prenotato treni, aerei e alberghi da tempo. Per niente. In compenso in strada, davanti all’Accademia, c’erano alcune decine di attivisti trans che gridavano slogan e battevano sulle pentole: hanno ottenuto la censura e ancora blateravano.
A Bologna è stata negata la libertà di parola
«Negare la libertà di parola è una ferita che la città di Bologna non merita, e non è la prima volta che accade», dichiarano i professori Assuntina Morresi e Marco Del Giudice, che avrebbero dovuto dare da relatori.
«Non è la prima volta che a Bologna si impedisce la presentazione di un libro. Era già accaduto a febbraio con un’opera di Adriana Cavarero, adesso la storia si ripete. Impedire una discussione nell’Accademia delle scienze significa uccidere la libertà di parola e la libertà di ricerca. Siamo venuti a Bologna come docenti universitari perché siamo sempre aperti, disponibili e pronti al confronto. È grave che questo sia stato impedito. Confidiamo che l’Università di Bologna trovi uno spazio nel quale ospitare un libero confronto scientifico. Al nostro arrivo abbiamo trovato un gruppo di manifestanti non aperti al dialogo ma intenzionati solo a impedire a noi di parlare. Le istituzioni universitarie dovrebbero dare l’esempio contrario».
L’annullamento del convegno sui bimbi trans a Bologna
Abbiamo assistito a un assalto frontale alla libertà di pensiero e di espressione, ma per qualcuno a quanto pare è stata una vittoria. Ad esempio per Roberta Parigiani, portavoce del Movimento identità trans con sede proprio a Bologna. Invitata al convegno, ha declinato. E ieri ha spiegato online le sue motivazioni: «Se io o Alessandro Zan avessimo accettato, ci sarebbe stato contraddittorio, almeno formalmente: ma questo non avrebbe risolto il punto problematico principale», spiega l’attivista.
«Ovvero che quel dibattito non è un dibattito neutro: ma la presentazione di un libro dichiaratamente ostile ai percorsi di affermazione di genere, indirizzato, sin dal titolo, a persone con un posizionamento ostile. Io mi sono esposta volentieri anche in contesti non amici (anzi, soprattutto lì) quando ho ritenuto che difendere la posizione potesse portare un minimo di beneficio, dinnanzi a persone almeno in astratto disponibili a rivalutare le proprie posizioni. Qui non ho intravisto questa possibilità ma, al contrario, ho intravisto il rischio di dare legittimità a un libro […] con posizioni che hanno fatto male a delle persone e tutt’ora procurano dolore, delegittimazione, disagio. […] Quindi il punto, mi dispiace, non era il contraddittorio: ma l’inopportunità di promuovere, eventualmente anche facendo da contraltare, posizioni che hanno fatto del male e fanno del male a persone in carne ed ossa. Le persone trans più piccole».
In pratica: accetto di confrontarmi solo se gli altri sono disponibili a cambiare idea. Altrimenti non vado così non legittimo i discorsi altrui. E comunque godo se questi vengono censurati. È wokismo in purezza e atterrisce che le istituzioni culturali italiane non lo combattano.
Il commento della giornalista Alessandra Arachi
Riguardo al contraddittorio, ha opinioni chiare Alessandra Arachi, collega del Corriere della Sera e autrice del libro sui «bimbi trans» di cui sembra che tanti abbiano paura. «Ho cercato di mettere a confronto persone che fossero a favore della triptorelina (farmaco bloccante della pubertà, ndr) e persone contrarie. Quelli a favore hanno tutti disertato, hanno più o meno detto che non potevano. Abbiamo cercato Roberta Parigiani, che tra l’altro è una donna trans avvocato molto in gamba, abbiamo cercato Alessandro Zan, Vittorio Lingiardi e altri. Ma nessuno ha voluto intervenire o ha potuto».
Resta che le motivazioni addotte dal presidente dell’Accademia delle scienze per giustificare la censura sono un po’ contraddittorie. Prima tira in ballo le proteste degli studenti, poi insiste sulla mancanza di contraddittorio…
«Il presidente», dice Arachi, «ha fatto un grande pasticcio perché in un comunicato interno ha detto che annullava il convegno per problemi di sicurezza dell’Accademia. Poi ha mandato un messaggio a tutti gli iscritti al convegno sostenendo che veniva annullato per motivi organizzativi. Poi ancora ha fatto dichiarazioni un po’ ovunque dicendo che la questione era legata al problema del contraddittorio».
Perché hanno voluto silenziare il congresso sui bimbi trans a Bologna
Il risultato è che il convegno è stato cancellato con una scusa. «La sensazione che abbiano voluto silenziarlo c’è», dice Arachi. «Non disdici 24 ore prima un convegno di cui sai tutto da un mese. Perché non annullare tutto il 28 settembre quando Zan, che inizialmente aveva accettato l’invito, ha fatto sapere che non ci sarebbe stato? Il presidente lo sapeva, poteva cancellare tutto allora».
Sia come sia, il tema centrale è la triptorelina. Possibile che in Italia non si riesca nemmeno a parlarne mentre in altre nazioni ne fermano la diffusione? «Questa vicenda dimostra una grande ignoranza sul tema dei bimbi trans», dice Arachi. «C’è una fortissima componente ideologica che a mio parere si salda con il business. Sulla triptorelina le famiglie vengono profondamente ingannate. Ai genitori viene detto che questo farmaco è una panacea che sospende la pubertà per lasciare la possibilità al bambino che soffre di disforia di genere di esplorare. Questo non è vero, lo dimostro nel libro. Non è vero nemmeno che senza quel farmaco aumenti il rischio suicidio. Ai genitori vengono detto bugie e quindi va corretto il tiro».
Il problema è che correggere il tiro diventa complicato se persino in una accademia si viene messi a tacere. Questa è la scienza che piace a politici e attivisti: quella che dà ragione a loro e non ammette replica.
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