Prosegue la campagna sulla sicurezza stradale della Polizia di Stato. In un video diffuso sui canali social istituzionali, il pilota Kimi Antonelli invita soprattutto i più giovani a rispettare le regole della circolazione. «Se qualcuno vuole andare forte, lo faccia in pista, dove esistono circuiti per sfogarsi», afferma Antonelli, ricordando che l’eccesso di velocità sulle strade può mettere in pericolo non solo chi guida, ma anche tutti gli altri utenti. Il messaggio richiama inoltre l’importanza di rispettare limiti, precedenze e norme di sicurezza.
(IStock)
Un incontro con dei liceali desiderosi di capire il mondo apre speranze sul futuro.
Ho ricevuto nella mia casa di Verona una decina di studenti liceali veneti, friulani e triestini che avevano chiesto un incontro per un consulto sulle loro scelte universitarie. Ma i contenuti emersi nel dialogo sono stati sorprendenti e vorrei condividerli con i lettori perché motivo di ottimismo per il futuro.
Perché ottimismo? Questi giovani si sono definiti come gruppo informale di interazioni per la ricerca di un nuovo e forte potere cognitivo capace di fornire soluzioni ai problemi del cambio di mondo in atto. Il gruppo - caratterizzato dal motto «soluzioni e non problemi» - si è formato nello scorso biennio, con ora circa un centinaio di persone in rete, per costruire occasioni di apprendimento che andassero oltre i programmi scolastici. Non hanno voluto darsi né una struttura né un nome per evitare burocrazie e, soprattutto, divisioni politiche/partitiche. Ma come siete organizzati, ho chiesto? Risposta: attraverso un indirizzario, una chat e annunci ad invito aperto per programmi di studio. Voi dieci siete uno di questi (sotto)gruppi spontanei con una specifica missione di ricerca, quale? E perché siete venuti da me? Risposta: perché lei, oltre alla scenaristica di contingenza, si occupa con il suo think tank di scenari macro e di lungo termine, chiamati «analisi di destino». Quindi volete un’analisi di destino in relazione al cambiamento di mondo in atto? Risposta: anche, ma principalmente perché vogliamo capire cosa studiare nel nostro prossimo futuro universitario, noi accomunati dall’obiettivo di conquistare non solo un dottorato di ricerca, ma una competenza futurizzante reale. Volete diventare professori? Risposta: forse, ma l’obiettivo che ci accomuna è l’innovazione in qualunque luogo possa avere effetti sistemici, in particolare il «governo della profezia». Una triestina: adesso spero capisca che siamo venuti da lei perché nei suoi scritti sostiene che governare la profezia permette di estrarre capitale dal futuro per utilizzarlo in un presente allo scopo di costruire quel futuro stesso. Cosa dovremmo studiare e dove? Ho dato loro risposte, sottolineando anche l’importanza di una educazione morale oltre che tecnica perché il governo di una profezia, utile per la concentrazione di risorse finalizzate, implica un progetto di salvazione.
Qui la prima sorpresa. Un padovano mi spiega che proprio la consapevolezza tra i dieci colleghi che una salvezza collettiva/sistemica sia condizione per quella individuale ha generato l’attenzione del (sotto)gruppo per la metodologia di governo della profezia, in sintesi la manutenzione della speranza diffusa socialmente. Questo ci è ben chiaro - ha detto con enfasi corroborata da cenni di assenso di tutti - e mi permetta di anticipare la risposta ad una sua domanda: sì siamo cristiani, speriamo nella salvazione in Cielo, ma riteniamo nostra missione aumentare la probabilità di salvazione in Terra per più persone possibile. Abbiamo annotato che lei non è credente, ma anche che ha scritto come sia fondamentale credere in qualcosa capace di migliorare la condizione umana e di sostenere il cristianesimo pur non credendo nella sua offerta teologica. Così come lei raccomanda di governare la profezia per motivi tecnici di capitalizzazione del progresso, noi raccomandiamo di cercare l’armonizzazione tra i fattori di salvazione materiale. Non solo con la carità, ma con la tecnica. In tal senso la nostra ricerca di potere cognitivo è spinta da una missione morale. Dove la mia sorpresa? Ho chiesto, scettico, quanto fosse diffuso tra i loro coetanei questo senso di missione. Due risposte: molto più di quanto appaia; basta parlare con i nostri coetanei della rilevanza di ognuno di noi per darci un futuro degno e si riesce ad ottenere da loro attenzione. Nuovi missionari, ho scherzato. Reazione: no, tutti noi giovani cerchiamo un posto nella società, cadendo nella passività se non si trovano stimoli. Mi sono sentito studente di fronte al giovane che mi dava una lezione come fosse professore.
Seconda sorpresa è stata l’intensità con cui questi giovani cercavano non solo conoscenza, ma metodi per non perdere troppa informazione nel necessario processo di sintesi per poter maneggiare un’enorme massa di dati ed estrarne un significato non solo scientificamente confutabile, ma anche proiettabile in termini probabilistici. Ragazzi di liceo consapevoli di temi di ricerca evoluta tipicamente universitaria. Ho chiesto e mi hanno risposto che seguono i corsi universitari on line.
Non annoio il lettore con le tecnicalità di questo incontro, ma ci tengo a condividere quello che ho imparato io - vecchio professore universitario ancora attivo in ricerca - dalla lezione di questi giovani liceali, anche segnalazione per chi si occupa di politica educativa. In breve: a) sperimentare una riduzione dei tempi di formazione utilizzando reti ed intelligenza artificiale perché le nuove tecnologie permettono un’accelerazione ed espansione degli accessi conoscitivi; b) fornire strumenti di autoformazione fin dalla più giovane età che poi saranno utili per la formazione continua durante tutto il corso della vita; c) inserire nei programmi di educazione secondaria lezioni universitarie; d) aumentare i concorsi competitivi per nuove idee. Vedo già movimento verso questa direzione, ma ritengo vada accelerato per adeguare il potere cognitivo di massa alla rivoluzione tecnologica in atto, sempre più rapida. Tornando, in conclusione, al mio mestiere tipico segnalo che la competizione economica/commerciale tra sistemi economici nazionali sarà sempre più determinata dal potere cognitivo/tecnologico residente. L’incontro con i liceali detto sopra mi ha dato più ottimismo per il destino dell’Italia. E li ringrazio.
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2026-04-08
Chris Giudice: «Per i giovani Internet è l’università fai da te di satanismo e violenza»
Nel riquadro, Chris Giudice (IStock)
L’esperto di esoterismo: «Sul Web circolano contenuti di ordini occulti in modo disorganizzato, che si mischiano a elogi delle stragi di massa».
Chris Giudice è dottore in storia e sociologia dell’esoterismo occidentale, ed è probabilmente lo studioso che meglio conosce le nuove forme di satanismo che si diffondono a partire dai gruppi online. Circoli come quelli che frequentavano in Rete anche alcuni ragazzi italiani che nelle ultime settimane hanno fatto parlare di sé sulle pagine di cronaca. Ad esempio il diciassettenne di Perugia che è stato fermato per terrorismo di recente e progettava una strage a scuola.
Tanto si è scritto riguardo le frequentazioni online di questi ragazzo. Satanismo, accelerazionismo, neonazismo. Raccontata così sembra una commistione perfino un po’ caricaturale di suggestioni. Di che gruppi parliamo davvero?
«Non siamo di fronte a semplici spauracchi, ma il racconto mediatico tende a essere impreciso. Nella maggior parte dei casi non esistono ordini occulti o società segrete con strutture stabili o catene di comando chiaramente identificabili. Piuttosto, ci troviamo di fronte ad ambienti fluidi, spesso privi di confini chiari tra partecipazione, osservazione e semplice esposizione. Il riferimento più noto resta l’Order of nine angles, un ordine occulto di area satanista nato in Inghilterra tra gli anni Settanta e Ottanta. A partire dagli anni 2010, però, il suo materiale ha iniziato a circolare online in modo sempre più autonomo, perdendo il legame con un contesto unitario. In questa fase, più che un’organizzazione, si ha una circolazione di materiali che possono essere riutilizzati in contesti completamente diversi».
Come nel caso di Perugia.
«Il caso di Perugia mostra come questi elementi si inseriscano oggi in ecosistemi più ampi: non solo riferimenti all’occulto, ma anche immaginari legati ai mass shooter, simbologie neonaziste e retoriche accelerazioniste. In questi ambienti, la violenza assume una dimensione performativa, quasi simulata in anticipo. Accanto a questo emergono fenomeni come 764 o No lives matter, che non sono ordini in senso proprio ma ambienti digitali frammentari. Qui l’occulto funziona soprattutto come linguaggio: elementi simbolici usati spesso fuori contesto per intensificare la trasgressione. Il punto non è tanto “chi appartiene a cosa”, quanto il fatto che esista un lessico condiviso - esoterico, nichilista e politico - che circola liberamente online e che rende possibile una forma di partecipazione anche senza un reale coinvolgimento strutturato».
Quali sono gli obiettivi di questi gruppi?
«Non esiste quasi mai un obiettivo unitario. Più che un progetto, si tratta di una postura: la trasgressione estrema come strumento di trasformazione individuale. Nel caso dell’Order of nine angles, questo è esplicito: il superamento dei limiti viene concepito come pratica. Quando questi contenuti circolano fuori contesto, però, perdono struttura e vengono semplificati. Il caso di Perugia è esemplare: il riferimento alla Werwolf division e ai mass shooter mostra un immaginario costruito attraverso elementi diversi - suprematismo, cultura mass shooter, retoriche accelerazioniste - in cui la violenza viene pensata e, in parte, messa in scena prima ancora di essere compiuta, anche attraverso la ricerca e la condivisione di materiali tecnici, manuali e istruzioni, che trasformano l’idea in qualcosa di operativamente praticabile. In ambienti come 764 o No lives matter, questa logica si radicalizza: la trasgressione diventa fine a sé stessa, un gesto da compiere e talvolta da condividere. La violenza diventa performativa. L’obiettivo non è tanto cambiare il mondo in modo strutturato, quanto mettere alla prova sé stessi attraverso il superamento dei limiti, anche in assenza di un obiettivo esterno chiaramente definito».
Ma questi ambienti attirano soltanto giovanissimi o anche adulti?
«L’ingresso oggi è quasi sempre giovanile. I canali sono quelli dell’ecosistema digitale: Telegram, Discord, Signal, ma anche chat legate ai videogiochi. Non si tratta di percorsi di studio, ma di traiettorie informali: si entra in una chat, si seguono link, si condividono materiali, spesso senza una piena consapevolezza del contesto. Non è un caso che videogiochi come Roblox abbiano limitato le funzionalità di chat, introducendo verifiche dell’età e restrizioni nei contatti tra utenti, proprio per ridurre questo tipo di esposizione. Il passaggio verso contenuti più estremi avviene in modo graduale. Gli adulti sono presenti, ma meno visibili: possono facilitare o orientare, ma raramente emergono come punti di riferimento espliciti. Il primo contatto avviene quindi molto presto, all’interno di spazi digitali che possono diventare, nel tempo, luoghi di radicalizzazione».
Esiste un vero e proprio reclutamento?
«Non nel senso classico. Non ci sono affiliazioni formali né rituali obbligati. Il modello è più sfumato e spesso più efficace. Si tratta di esposizione progressiva: si entra per curiosità e si resta perché il contenuto diventa via via più radicale. Il passaggio è graduale e spesso poco consapevole. Più che una figura che recluta, c’è un ambiente che orienta e che, attraverso la ripetizione e l’esposizione continua, rende certe posizioni progressivamente plausibili. Chat e gruppi funzionano come spazi di normalizzazione, in cui certi linguaggi diventano familiari. A questo si aggiungono dinamiche di riconoscimento e appartenenza, che rafforzano il coinvolgimento. In alcuni casi emergono anche forme di pressione più dirette, ma restano inserite in un ecosistema che funziona senza una struttura formale».
In estrema sintesi: in che cosa crede un odierno satanista?
«Serve distinguere. Esistono forme di satanismo contemporaneo strutturate e non violente - come la Church of Satan o il Temple of Set - che non hanno nulla a che vedere con questi contesti. Negli ambienti più frammentari, invece, il satanismo non è tanto un sistema di credenze quanto un insieme di pratiche. Al centro c’è il superamento dei limiti: infrangere tabù, costruire un’identità in opposizione. Questo lo colloca nell’ambito della Left-Hand Path, ma in forma semplificata. Rimane l’elemento operativo: l’atto, la trasgressione, la prova. Non c’è una dottrina vera e propria, ma materiali usati spesso fuori contesto. A questo si aggiunge l’ibridazione con linguaggi politici estremi e con una cultura digitale che amplifica e ricombina i contenuti. Si tratta, più che di un sistema di credenze, di una pratica identitaria, che non richiede una piena adesione teorica, ma piuttosto una disponibilità all’azione».
Secondo lei quelle che abbiamo descritto sono manifestazioni, magari estreme, di disagio come spesso si dice? Qualcosa di simile a quello che un tempo erano i sassi dal cavalcavia, per citare un triste esempio?
«Il disagio è una componente, ma non basta a spiegare il fenomeno. Ridurre tutto a malessere giovanile rischia di semplificare. Qui non siamo davanti a un gesto impulsivo. Questi atti si inseriscono in un quadro di riferimenti - testi, simboli, narrazioni - che li rendono significativi per chi li compie. C’è spesso preparazione e, in alcuni casi, una vera e propria messa in scena anticipata. Il confronto con episodi come il lancio di sassi è fuorviante: lì prevale l’impulso, qui una costruzione di senso, anche rudimentale. Questo elemento è centrale per comprendere il fenomeno. Il gesto viene percepito come qualcosa che dimostra, che si inserisce in una traiettoria. È un modo di dare senso all’azione, anche in forme estreme, e di collocarsi in una narrazione personale».
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Una scena dal film «Fight Club» (20th Century Fox)
Nel 1996 usciva «Fight Club». Nel bestseller di Chuck Palahniuk, giovani uomini provavano a fuggire dalla mediocrità picchiandosi. Oggi è ancora peggio: contro la solitudine i ragazzi scelgono la violenza, ma tramite il Web, alienandosi ancor di più dalla realtà.
«Ho pensato: ok, siamo entrati in un periodo di azione radicale. E vedremo un periodo di attacchi, rapimenti e cose terribili compiute da lupi solitari. Forse anche qualche attentato dinamitardo. E poi ci sono le sette. In questo momento, i giovani sono davvero suscettibili a diversi modelli sociali. Vedo le sette come il fenomeno principale. Le vedo come un settore in forte crescita. Sette segrete».
Chuck Palahniuk ha pronunciato queste parole più o meno un anno fa, nel corso di una intervista concessa al Daily Telegraph per presentare il suo romanzo più recente, Shock induction. E se si scorre la cronaca italiana di questi giorni è difficile pensare che lo scrittore americano non avesse ragione. A ben vedere, le vicende dei minorenni di casa nostra che si fanno coinvolgere sulla Rete da gruppi ferocemente estremi e poi si mettono a progettare stragi e omicidi di professori o genitori sembrano uscite da un libro di Chuck.
Secondo Palahniuk ciò che avviene oggi non è del tutto inedito. «Non credo che i momenti storici siano unici», ha detto ancora al Telegraph. «Penso a un periodo simile alla fine degli anni Sessanta, quando gli ideali hippie e le forme di protesta non funzionavano più, le persone hanno iniziato a intraprendere azioni sempre più radicali, come il rapimento di Hearst, l’omicidio di Aldo Moro e gli omicidi di Sharon Tate.
Improvvisamente i ricchi hanno dovuto avere delle guardie del corpo. Ci sono stati tutti questi atti di azione radicale perché l’azione organizzata non funzionava più». In effetti, le azioni radicali sembrano essere in crescita, se non altro come reazione all’apatia generale. E, di nuovo, Chuck aveva previsto tutto in un capolavoro intitolato Fight club, di cui quest’anno ricorre il trentennale. In quel romanzo, Palahniuk aveva concentrato una diagnosi puntualissima dei mali occidentali, aveva intuito le esplosioni di violenza ottusa che ci hanno accompagnato negli ultimi tempi, e ne aveva a suo modo spiegato le cause. Nel romanzo, un numero crescente di maschi americani, alienati dallo stile di vita consumistico e abbrutiti dalla mediocrità quotidiana, trovava una nuova ragione di vita nella partecipazione a club clandestini di lotta particolarmente rude e brutale. I punti in faccia, le nocche sbucciate, le costole dolenti: erano un modo - per quanto rabbioso e parecchio sofferto - di riappropriarsi del proprio corpo inflaccidito dalla comodità, per provare nuovamente emozioni sopite sotto la coltre di aridità contemporanea.
Il bisogno di lotta univa gli uomini, il richiamo dei muscoli tesi li faceva riscoprire simili e fratelli. Poi tutto degenerava: la violenza diventava culto e poi sovversione, la macchina del Fight club si trasformava in una sorta di setta segreta al servizio del guru Tyler Durden. A cui oggi cercano di assomigliare, disperatamente e con risultati un po’ patetici, varie personalità del Web, soprattutto all’interno della cosiddetta «manosfera». Il fatto è che sulla Rete non ci sono soltanto influencer machisti e un po’ ridicoli. Ci sono anche gruppi decisamente più pericolosi come quelli a cui i minorenni violenti italiani si abbeveravano.
In Fight club il vero punto di partenza del dramma era l’alienazione individuale, la separazione dalla realtà che spingeva i singoli e cercare di ritrovare sé stessi nello scontro fisico: soffrire e sfinirsi per dimostrare di essere ancora vivi. Ora, grazie alla Rete, tutto questo è pesantemente degenerato. I ragazzini sono ancora più separati dal reale e trovano nelle sette una falsa via di uscita che in realtà è ancora più alienante.
I partecipanti al Fight club mettevano in gioco i loro corpi, le loro membra, si facevano male e sanguinavano, ritrovavano bruscamente alla realtà a colpi di cazzotti. Con il Web è tutto diverso: la violenza non è più scontro fisico, ma attacco a mano armata. Non è vera, è di nuovo mediata e irreale. Si spara come in un videogame, non si esce mai dal virtuale. Anzi, si sprofonda ancora di più dentro di esso fino a perdersi del tutto, tanto che nemmeno l’atto più brutale è percepito nella sua concretezza pesante.
Eppure il rimedio all’alienazione assassina, per Palahniuk almeno, è sempre lo stesso: ritornare al reale. Uscire dallo «spazio sicuro» che la società del (presunto) benessere ha costruito attorno ai singoli e rimettersi in gioco, anche rischiando grosso. Questo è il centro della questione: avere il coraggio di uscire dalla bolla protettiva. Prima riconoscere l’esistenza di limiti e poi tentare di superarli, ma per un fine sensato. L’ultimo romanzo di Palahniuk ruota tutto attorno a questo concetto. Racconta di un gruppo segreto che monitora i giovani, ne misura le performance scolastiche e poi cerca di reclutarli offrendo loro parecchio denaro in cambio della sottomissione per la vita.
La grande scelta è dunque fra la schiavitù rassicurante e la totale incertezza della libertà. «È un destino che i giovani si trovano ad affrontare molto presto nella vita», ha detto Chuck a riguardo. «Accetto il lavoro alle poste perché offre vantaggi, stabilità e perché posso farlo, oppure seguo la mia passione? E ci sono persone che riescono a fare entrambe le cose, come Bukowski, che consegna la posta e scrive. Ma ci sono molte persone che scelgono un lavoro stabile e cercano di coltivare la propria passione nel tempo libero.
Verso la fine della loro vita, però, mettono da parte tutta la loro passione e si rendono conto, molto tardi, che hanno perso l’occasione di formarsi e sviluppare il proprio talento. E una volta che quell’occasione si è chiusa, dovranno fare i conti con il fatto di aver scelto la stabilità e la sicurezza invece di quella cosa che li entusiasmava da giovani. E penso che sia una scelta terrificante». Intendiamoci: non si tratta del banale invito a «seguire i propri sogni». Il punto è: siate disposti a giocarvi tutto. Perché l’alternativa è un’apatia che genera mostri.
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Imagoeconomica
Social e Web sotto accusa dopo i casi dei ragazzi aspiranti killer. Ma il virtuale diventa utile se somministra slogan progressisti.
È sempre suggestivo il paradosso dei giovani: è difficile spiegare che cosa siano esattamente, soprattutto oggi che li si vuole identificare come persone fra i 18 e i 34 anni, operazione poco sensata se ve n’è una. Epperò si parla sempre di loro, tornano buoni per ogni occasione nel dibattito politico e mediatico.
Negli ultimi giorni - come quasi sempre accade - vengono contemporaneamente blanditi e bastonati. Da una parte se ne celebra il fondamentale ruolo nella vittoria referendaria del No. I principali quotidiani progressisti ne glorificano il ritrovato afflato politico e militante, applaudono alla loro calata nelle piazze. Molti fini editorialisti sono rimasti piacevolmente turbati alla vista di ragazze e ragazzi che sfilavano come una variegata truppa riunita sotto lo slogan No Kings, e subito si sono precipitati a indicare in essi il motore della rinascita democratica occidentale dopo l’exploit di populisti e sovranisti.
Allo stesso tempo, però, gli stessi media riportano commenti addolorati e gonfi di preoccupazione sulla medesima - per quanto evanescente - categoria sociale. Soprattutto alla luce di alcuni episodi particolarmente brutali: l’aggressione a colpi di coltello a una professoressa da parte di un tredicenne bergamasco e l’ultimo caso di una triste serie, ovvero il fermo a Perugia di un diciassettenne che progettava attacchi terroristici sulla base di piani condivisi in un gruppo Telegram. Anche qui si tende a scomodare, spesso impropriamente, la politica: c’è pure chi dice che la violenza esplosiva e spesso inaspettata di questi minorenni sia diretta conseguenza della ferocia e della polarizzazione del dibattito pubblico. Per carità, può anche darsi che ciò influisca. Ma la sensazione è che tali analisi siano un filo viziate. Che si voglia cioè sfruttare alcuni casi estremi per suggerire che derivino dall’espansione delle destre politiche. Non è casuale che si insista con particolare compiacimento a rimarcare il carattere neonazista dei deliranti manifesti che alcuni attentatori o aspiranti tali, per lo più minorenni, diffondono online.
È bene dunque sgombrare il campo da alcuni equivoci. La destra identitaria e a maggior ragione la destra istituzionale non hanno nulla a che fare con le forme di neonazismo digitale a cui alcuni minori si abbeverano (tra questi sicuramente il diciassettenne di Perugia e forse pure il tredicenne di Bergamo). Lo dimostra il fatto che la Werwolf Division, a cui si rivolgeva lo stragista in erba fermato ieri, è già attenzionata da anni e nel 2024 alcuni dei suoi simpatizzanti italiani parlavano di uccidere Giorgia Meloni. Va inoltre ricordato che stiamo parlando di fenomeni che, per quanto spaventosi, sono circoscritti e non sono il necessario quanto inevitabile approdo del tanto discusso «disagio giovanile», che da decenni è uno scudo comodo dietro cui nascondere qualsiasi cosa. Ci sono ragazzi che pensano con la propria testa, che agiscono politicamente con consapevolezza, da una parte e dall’altra.
Tuttavia, se volessimo individuare un elemento che tenda ad accomunare i casi più problematici e che riemerge con costanza a ogni latitudine, forse dovremmo concentrarci sulla manipolazione. I cosiddetti giovani, soprattutto quelli che si collocano appena sotto o appena sopra il limite della maggiore età sono, e non da oggi, tra le fasce più malleabili della popolazione. E purtroppo l’attualità ce lo dimostra. Potremmo spingerci a dire, senza timore di esagerare troppo, che tra certe esplosioni di piazza e i casi dei singoli violenti vi sia soltanto una differenza di intensità di tale manipolazione. I social network hanno imposto a intere generazioni parole d’ordine che vengono ribadite pure nei cortei e che producono rivendicazioni in serie. Prima si va tutti in piazza contro il riscaldamento globale, poi per la Palestina, poi per questo o quel presunto diritto, poi ancora per dire un generico No al sistema o a ciò che viene presentato come tale. Solitamente, e con maggiore evidenza negli ultimi anni, la manipolazione fa leva sull’alienazione della realtà, sulla costruzione di un mondo artificiale che viene percepito come giusto e auspicabile. Nella forma più blanda tale alienazione si manifesta ad esempio nella convinzione che esistano non due ma decine di sessi, cosa smentita dalla realtà, dalla biologia e dal buonsenso. Nei frangenti più estremi - ed evidentemente molto più pericolosi - l’alienazione, unita all’isolamento sociale, crea bolle pazzesche di oscurità e perversione come quelle del nazi-satanismo accelerazionista deflagrato negli Usa e giunto anche in Italia, come dimostra la vicenda di Perugia. Parliamo di una ideologia di morte che in qualche modo trascende le divisioni politiche e punta alla concretizzazione del caos totale, che può essere raggiunto attraverso la perpetuazione di abiezioni di ogni genere.
Intendiamoci: non significa che tutto sia identico e che le spinte ideologiche si equivalgano, che certo attivismo sia analogo ai temibili satanisti digitali. Significa semmai che esistono tratti comuni, che i social network sono un potentissimo strumento di manipolazione e di separazione dalla realtà capaci di produrre mostri più o meno malvagi. Se si vuole comprendere l’alienazione di cui parliamo - in parte affrontata da serie tv come Adolescence (il cui creatore, guarda caso, ha scelto di recente di portare sullo schermo Il signore delle mosche, potentissimo racconto del Male che avvince i giovanissimi) - lo strumento ideale è il romanzo Amygdalatropolis, che racconta la discesa agli inferi di un giovane che si separa dal mondo e si immerge negli abissi del Web.
L’antidoto a questo tipo di degenerazioni è uno soltanto: il ripristino del contatto con la realtà, il ritorno al reale. Ed è esattamente qui che sta il punto: tale ritorno non può essere parziale. Detto altrimenti: non si possono condannare la manipolazione e la alienazione a corrente alternata. Non si può celebrare l’indottrinamento dei più giovani quando fa comodo alla causa (soprattutto progressista) e al contempo biasimarlo e piagnucolare per l’isolamento e il lavaggio del cervello quando tutto sfugge terribilmente di mano. Invece, la sensazione è che finché i cosiddetti giovani marciano con slogan triti e si intruppano a beneficio della retorica liberal-progressista dominante li si applaude perché sono funzionali. E ci si accorge dei danni da condizionamento social solamente in poche raccapriccianti occasioni, di cui poi si cercano gli inneschi sempre dove fa comodo, e cioè lontano dal cuore del problema.
Chi in questi anni e ancora oggi continua a magnificare lo strabiliante progresso agevolato dalla rivoluzione digitale, quando si spaventa per le bestie maligne che questo progresso genera suona leggermente ipocrita: o molto stupido o molto disonesto.
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