(Totaleu)
Lo ha dichiarato il responsabile giovani del Movimento per la Vita, Davide Rapinesi, a margine dell'evento del premio «Alessio Solinas» al Parlamento europeo di Strasburgo.
Lo ha dichiarato il responsabile giovani del Movimento per la Vita, Davide Rapinesi, a margine dell'evento del premio «Alessio Solinas» al Parlamento europeo di Strasburgo.
«Del senno di poi sono piene le fosse» è un vecchio proverbio tramandato dal Manzoni che spiega come siamo tutti bravi, dopo, a capire le cose, a intuire dove sono stati fatti gli sbagli, come si potevano evitare i disastri. La frase significa: quelli che sanno tutto «dopo» sono tanti, e con la loro inutile e tardiva scienza ci si possono riempire le fosse; ma ha anche un secondo significato, più sinistro e sottile: nelle fosse ci stanno i morti, perché essere incauti può uccidere. Bisogna pensare col senno di prima, non con quello di poi, o qualcuno lo pagherà con la vita, e altri piangeranno il vuoto atroce che è stato lasciato dalla loro morte. È un discorso di responsabilità.
I proprietari del locale di Crans-Montana sono responsabili al 100% di quanto è successo, la loro sete di guadagni ha causato morti e feriti: i morti sono tantissimi, i feriti sono feriti gravi. La responsabilità dello Stato elvetico che non ha fatto i controlli è del 100%. Qualcuno obietterà che il totale deve fare 100: se sono in due a essere responsabili, avranno il 50% di responsabilità a testa. Giusto in matematica, ma sbagliato: nella vita ognuno deve assumersi il 100% di responsabilità. Lo stesso succede nei genocidi: la responsabilità dello sterminio degli armeni, degli ebrei, dei tutsi è di coloro che hanno dato gli ordini (100%) e di tutti coloro che li hanno eseguiti. Ognuno è responsabile al 100%.
Uno Stato che non faccia i controlli, dando per scontato che i suoi cittadini si comportino bene, è irresponsabile. Ognuno deve assumersi tutte le responsabilità, la propria e quella degli altri: dare per scontato che gli altri possano anche non fare le cose giuste. Il 100% di responsabilità ce l’hanno gli adulti presenti quella dannata notte, ma anche nelle precedenti: i clienti maggiorenni, ma soprattutto i barman, i camerieri e il disk jockey. I camerieri, il barman e il disk jockey avrebbero dovuto rifiutarsi di lavorare in un locale pericoloso. «Io prendevo solo ordini», «dovevo guadagnarmi lo stipendio», sono frasi di deresponsabilizzazione.
La notte tra il 26 e 27 gennaio 2013 il rogo di una discoteca, Kiss, a Santa Maria in Brasile ha causato la morte di 245 persone, quasi tutte giovanissime. Si trattava di una festa con 2.000 universitari, c’era una band che suonava dal vivo, due dei suonatori con fuochi artificiali simili a quelli usati a Crans-Montana hanno dato fuoco al soffitto insonorizzato ma non ignifugo, esattamente come a Crans-Montana. I morti sono stati più del quintuplo di quelli della notte di Capodanno in terra elvetica. Non c’erano italiani nel rogo del Brasile, era un posto lontano, non lo abbiamo nemmeno memorizzato. Forse è sbagliato che non ce ne sia fregato niente, forse inevitabile. Visto che sul pianeta ci sono otto miliardi di persone e non possiamo avere il cuore spezzato per tutti i morti, ci limitiamo a quelli vicini, quelli che sono il nostro prossimo. Comunque non abbiamo memorizzato e non abbiamo imparato.
Dall’episodio è stata tratta una miniserie televisiva, La notte che non passerà, trasmessa nel 2023 su Netflix. Camerieri, barman, disk jockey sono tutti responsabili. Hanno accettato di lavorare in un locale senza uscite di sicurezza con il maniglione antipanico, la scala troppo stretta. Che il tetto fosse infiammabile potevano forse non saperlo (nessuno di questi che guardi Netflix?), ma si poteva sempre chiedere: scusate, il soffitto e i muri sono ignifughi? Quindi dovevano pretendere che gli abbordabili e disponibili proprietari facessero delle ristrutturazioni carissime? Non diciamo idiozie. Bastava pretendere un’unica cosa che non costava nulla: che in quel locale non si usassero fuochi artificiali, perché il locale poteva essere inadeguato finché volete, ma senza i fuochi pirotecnici non sarebbe successo niente. Stesso discorso per il Brasile.
E qui si arriva all’ultimo 100% di responsabilità: il 100% di responsabilità l’hanno i produttori di fuochi artificiali e il 100% di responsabilità l’hanno gli Stati che non li vietano, tutti, sempre. Forse se volete (ma non è obbligatorio), potete fare un’eccezione per quelli ufficiali, fatti da esperti per Comuni o istituzioni, ma solo quelli. Tra l’altro l’Unione europea che ci ha imposto i tappi che non si staccano per risparmiare CO2, non ha ancora fatto mente locale sul fatto che i fuochi pirotecnici sono esplosivi? Se poi incendiano qualcosa, la CO2 aumenta ancora di più. Come ogni medico che ha fatto turni di guardia medica e pronto soccorso, odio con tutta l’anima i fuochi d’artificio: un odio viscerale, totale. Sono il paradigma dell’idiozia: occhi bruciati, dita amputate, persone uccise, i due roghi del Brasile e della Svizzera e poi innumerevoli altri.
Mi rivolgo ai genitori dei ragazzi morti, e di quelli che ora stanno combattendo per vivere. Molti di voi sono professionisti, imprenditori. Siete persone che si sanno muovere. Create un comitato, create qualcosa. Chiedete, anzi pretendete, per il dolore che avete dentro, per i vostri figli che non torneranno, la messa al bando immediata dei fuochi pirotecnici, tutti. Anche una modesta «stellina» può causare un incendio. Chiedete, pretendete, di entrare nelle scuole, tutte, e in nome dei vostri figli insegnate e pretendete che sia insegnata l’assunzione di responsabilità, il 100%: che ognuno, appena entrato in qualsiasi locale pubblico, verifichi la presenza delle uscite di sicurezza e pianti una grana se non ci sono, che ognuno abbia fatto esercitazioni antincendio oltre al massaggio cardiaco e alle tecniche di disostruzione che tutti devono saper fare. Entrate nelle scuole, parlate dei vostri figli. Dite che ognuno, sempre, deve assumersi il 100% di responsabilità su quello che sta succedendo. E per assumersi il 100% di responsabilità occorre essere lucidi. I vostri figli al momento della loro morte forse non lo erano, o forse non lo erano tutti, o forse non lo erano perfettamente. Lo si vede nei lunghissimi secondi in cui guardano il pericolo mortale e non capiscono. Ci sono forme di «divertimento» magnifiche, come la poesia, parlare con un amico di Dio e della morte, correre nel bosco, sciare in una giornata di sole, suonare uno strumento, fare l’amore con qualcuno che si ama, mettere al mondo un figlio. Pregare può diventare estasi, ma bisogna essere allenati. Anche per sciare e suonare bene ci vogliono pazienza e determinazione, cioè allenamento. Ci sono divertimenti pessimi, come la pornografia, che modifica tutti i neurotrasmettitori in maniera squallida e pericolosa. E poi c’è la discoteca, divertimento mediocre nel migliore dei casi.
Che male c’è? Invertiamo la domanda: che bene c’è? Nessuno. L’alcol su persone giovani è un danno, l’alcol al di sopra di piccole quantità è un danno ed è cancerogeno. Discoteca, alcol, musica ad altissimo volume con molte percussioni causano uno stato alterato di coscienza, una specie di super euforia che leva lucidità, e annulla ogni insicurezza. Si diventa tutti uno, una specie di rumorosa coscienza collettiva all’interno della quale la responsabilità annega. Da decenni dicono che è normale: gestori di discoteche e produttori di musica hanno creato questo falso mito della discoteca come irrinunciabile divertimento, lo hanno detto anche ai vostri figli, è normale vivere momenti in cui «non si capisce più niente». No, non è normale, non si è mai fatto. Manzoni non lo ha mai fatto, Mozart nemmeno. Non c’è niente di male, forse (non c’è niente di male a bere troppo alcol a 14 o 15 anni?), ma è sicuramente mediocre.
Entrate nelle scuole. In nome dei vostri figli, salvatene altri: fate bandire i fuochi d’artificio, insegnate come assumersi la responsabilità, come restare sempre lucidi, come combattere per la vita. Combattete questa battaglia. Che Dio vi benedica. Che il ricordo dei vostri figli sia una benedizione.
Stavolta non si può nemmeno dire che bisogna attendere chissà quale indagine o inchiesta giornalistica: il video diffuso dai militanti di Gioventù nazionale è piuttosto chiaro. Si vedono i cosiddetti Antifa avanzare in gruppo, una decina, verso quattro ragazzi di destra, e poi via con le legnate. Hanno le spranghe, mollano calci e pugni, casomai le armi non bastassero. Tutto si è svolto a Roma, nel parcheggio di un supermercato. I militanti meloniani stavano attaccando manifesti nel giorno della commemorazione di Acca Larentia, e sono stati assaltati da un commando nella migliore tradizione della violenza politica da anni di piombo. Vedremo poi se la Digos fermerà qualcuno per l’aggressione.
Niente di strano, per chi abbia una pur superficiale conoscenza dell’attivismo: queste scene si ripetono da tempo immemore, spesso nella stessa maniera vigliacca. Di solito, la stampa e la politica progressiste usano ripetere che «la violenza è fascista» per definizione. È una bugia, ovviamente, ma che tutti sembrano avere serenamente accettato. E infatti, guarda un po’, anche in questa occasione non si respira certo grande sdegno per le legnate ammollate ai destrorsi. La sinistra politica ha per lo più evitato di fiatare in merito all’aggressione, per quanto fosse chiarissima e conclamata. Non un moto onesto di solidarietà, non una parola chiara di condanna o riprovazione, al massimo qualche riflessione persa in un mare di distinguo.
Dice ad esempio Francesco Boccia del Pd che «c’è un clima preoccupante. L’aggressione ai ragazzi di Gioventù nazionale e i colpi di pistola contro la sede della Cgil a Primavalle sono gravissimi. C’è una tensione alta che le forze politiche devono, tutte, stemperare». E fin qui è un bel pastone ma accettabile. Ecco però la precisazione: «È necessario», spiega Boccia, «essere netti nelle prese di distanza da violenze verbali e fisiche. Serve una assunzione comune di responsabilità. E vedere centinaia di braccia alzate che facevano il saluto romano, nel ricordo di Acca Larenzia, senza che ci fossero parole di critica e prese di distanza da parte dei partiti della destra mi ha preoccupato». Ah, ma dai, occorre esser netti. Meloni dovrebbe distinguersi da gente da cui ha preso le distanze da anni, ma il Pd può fare finta che gli sprangatori rossi siano passanti senza storia e senza connotazione politica.
È un atteggiamento che non stupisce affatto, per carità. Ma che stona in maniera irritante con tutte le patetiche uscite di tutti i leader e leaderini e mezze tacche progressiste che hanno passato anni a blaterare di «matrici». Ve lo ricordate? Dicevano: «Giorgia Meloni riconosca la matrice!». Che si trattasse dell’assalto alla Cgil o di una baruffa in centro storico, di una strage del passato o di un fatto di guerra, il coro intonava sempre la stessa richiesta: la matrice, la matrice! E allora adesso la riconoscano loro, la matrice. Affermino che è una matrice antifascista, e ammettano che il più delle volte l’antifascismo - oggi - è questo: violenza di piazza e di strada ai danni degli avversari politici.
Sappiamo già che non diranno niente del genere, mai. Continueranno a usare i soliti metodi: evitare, ignorare, censurare, giustificare. Lo hanno fatto dopo l’attacco alla Stampa, dopo ogni manifestazione in cui i sedicenti pro Pal hanno scatenato la guerriglia in strada, dopo ogni espressione di odio politico. Quando a pestare sono gli amici, si tace o si approva e si passa oltre. Anzi, spesso se le vittime appartengono a qualche titolo al mondo della destra, si cerca di suggerire che si siano meritato il trattamento brutale, le si demonizza e le si accusa.
In questo caso l’operazione di mistificazione è difficile da svolgere. Il commando antagonista ha aggredito dei giovani che non avevano nulla di bellicoso, e li ha menati anche forte, con colpi di bastone e di casco da moto. Le immagini sono evidenti: non sono stati assaliti chissà quali energumeni tatuati, chissà quali gerarchi in divisa. Se la sono presa, in branco acefalo, con dei ragazzi disarmati e inoffensivi. Proprio come avvenne nel 1978 ai ragazzi che stavano nella sede del Movimento sociale ad Acca Larentia: Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta furono assaltati da un commando rosso e finirono ammazzati. Intensità diversa, ma identici metodi (appena diverso il discorso per Stefano Recchioni, morto poco dopo duranti gli scontri di piazza con le forze dell’ordine).
I politici tuttavia sorvolano. E i giornali danno manforte. Ieri qualcuno non aveva nemmeno la notizia in prima pagina. Altri parlavano di generica aggressione, senza citare le ragioni politiche dell’assalto, senza aggiungere commenti strappalacrime o allarmi sulla tenuta della democrazia, come sempre avviene quando invece sono coinvolti a vario titolo militanti sinistrorsi.
In compenso, c’è grande attenzione a quanti hanno partecipato al tradizionale rito del presente. Dalle agenzie di Stampa si apprende che «la procura di Roma è in attesa delle informative da parte delle forze dell’ordine sulla commemorazione di Acca Larentia, che ha visto la partecipazione di oltre 1.000 appartenenti a movimenti di estrema destra, molti vestiti di scuro e incappucciati. Dopo l’arrivo del dossier da parte delle forze dell’ordine, i pm di piazzale Clodio apriranno formalmente un fascicolo di indagine per violazione delle leggi Mancino e Scelba».
Chiaro no? I veri violenti su cui insistere sono quelli che fanno i saluti romani in ricordo dei morti, mica quelli che bastonano.
Su questo (e non sul resto) si è espresso Angelo Bonelli di Avs, spiegando che l’appello alla pacificazione pronunciato da Giorgia Meloni contro la violenza politica non è «credibile se viene pronunciato proprio nel giorno in cui centinaia di neofascisti si radunano per fare apologia del fascismo, tra saluti romani e croci celtiche». Già, invece i militanti Antifa sono chiaramente impegnati a pacificare, a diffondere l’amore. Lo fanno con le spranghe non perché siano cattivi, ma solo per risultare un po’ originali.
«Se la guerra diventa l’unico tema si perde il contatto con la realtà». Parla agli studenti e pensa all’Europa, Carlo Messina all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Luiss a Roma. Davanti alla classe dirigente del futuro, il ceo di Banca Intesa decide di abbandonare grafici e coefficienti, di tenersi in tasca proiezioni e citazioni da banker stile Wall Street per mettere il dito nella piaga di un’Unione Europea votata ottusamente al riarmo fine a se stesso. «La difesa è indispensabile, ma è possibile che la priorità di quelli che ci governano sia affrontare tutti i giorni il tema di come reagire alla minaccia di una guerra?».
La domanda è retorica, provocatoria e risuona in aula magna come un monito ad alzare lo sguardo, a non limitarsi a contare i droni e limare i mirini, perché la risposta è un’altra. «In Europa abbiamo più poveri e disuguaglianza di quelli che sono i rischi potenziali che derivano da una minaccia reale, e non percepita o teorica, di una guerra». Un discorso ecumenico, realistico, che evoca l’immagine dell’esercito più dolente e sfinito, quello di chi lotta per uscire dalla povertà. «Perché è vero che riguardo a welfare e democrazia non c’è al mondo luogo comparabile all’Europa, ma siamo deboli se investiamo sulla difesa e non contro la povertà e le disuguaglianze».
Le parole non scivolano via ma si fermano a suggerire riflessioni. Perché è importante che un finanziere - anzi colui che per il 2024 è stato premiato come banchiere europeo dell’anno - abbia un approccio sociale più solido e lungimirante delle istituzioni sovranazionali deputate. E lo dimostri proprio nelle settimane in cui sentiamo avvicinarsi i tamburi di Bruxelles con uscite guerrafondaie come «resisteremo più di Putin», «per la guerra non abbiamo fatto abbastanza» (Kaja Kallas, Alto rappresentante per la politica estera) o «se vogliamo evitare la guerra dobbiamo preparaci alla guerra», «dobbiamo produrre più armi, come abbiamo fatto con i vaccini» (Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea).
Una divergenza formidabile. La conferma plastica che l’Europa dei diritti, nella quale ogni minoranza possibile viene tutelata, si sta dimenticando di salvaguardare quelli dei cittadini comuni che alzandosi al mattino non hanno come priorità la misura dell’elmetto rispetto alla circonferenza cranica, ma il lavoro, la famiglia, il destino dei figli e la difesa dei valori primari. Il ceo di Banca Intesa ricorda che il suo gruppo ha destinato 1,5 miliardi per combattere la povertà, sottolinea che la grande forza del nostro Paese sta «nel formidabile mondo delle imprese e nel risparmio delle famiglie, senza eguali in Europa». E sprona le altre grandi aziende: «In Italia non possiamo aspettarci che faccia tutto il governo, se ci sono aziende che fanno utili potrebbero destinarne una parte per intervenire sulle disuguaglianze. Ogni azienda dovrebbe anche lavorare perché i salari vengano aumentati. Sono uno dei punti di debolezza del nostro Paese e aumentarli è una priorità strategica».
Con l’Europa Carlo Messina non ha finito. Parlando di imprenditoria e di catene di comando, coglie l’occasione per toccare in altro nervo scoperto, perfino più strutturale dell’innamoramento bellicista. «Se un’azienda fosse condotta con meccanismi di governance come quelli dell’Unione Europea fallirebbe». Un autentico missile Tomahawk diretto alla burocrazia continentale, a quei «nani di Zurigo» (copyright Woodrow Wilson) trasferitisi a Bruxelles. La spiegazione è evidente. «Per competere in un contesto globale serve un cambio di passo. Quella europea è una governance che non si vede in nessun Paese del mondo e in nessuna azienda. Perché è incapace di prendere decisioni rapide e quando le prende c’è lentezza nella realizzazione. Oppure non incidono realmente sulle cose che servono all’Europa».
Il banchiere è favorevole a un ministero dell’Economia unico e ritiene che il vincolo dell’unanimità debba essere tolto. «Abbiamo creato una banca centrale che gestisce la moneta di Paesi che devono decidere all’unanimità. Questo è uno degli aspetti drammatici». Ma per uno Stato sovrano che aderisce al club dei 27 è anche l’unica garanzia di non dover sottostare all’arroganza (già ampiamente sperimentata) di Francia e Germania, che trarrebbero vantaggi ancora più consistenti senza quel freno procedurale.
Il richiamo a efficienza e rapidità riguarda anche l’inadeguatezza del burosauro e riecheggia la famosa battuta di Franz Joseph Strauss: «I 10 comandamenti contengono 279 parole, la dichiarazione americana d’indipendenza 300, la disposizione Ue sull’importazione di caramelle esattamente 25.911». Un esempio di questa settimana. A causa della superfetazione di tavoli e di passaggi, l’accordo del Consiglio Affari interni Ue sui rimpatri dei migranti irregolari e sulla liceità degli hub in Paesi terzi (recepito anche dal Consiglio d’Europa) entrerà in vigore non fra 60 giorni o 6 mesi, ma se va bene fra un anno e mezzo. Campa cavallo.
Passeggeri della metro di Milano picchiati e rapinati, o scippati in tempo record (due minuti) da giovani nordafricani già autori di altri reati simili, uno dei quali nuovamente arrestato ad una decina di giorni dall’ultima aggressione. È lo scenario dell’indagine della Polizia di Stato che ha portato all’arresto di cinque soggetti, tutti egiziani. Il video.
L’attività, eseguita dal Commissariato Greco-Turro, è stata coordinata dalla Procura della Repubblica e dalla Procura per i Minorenni di Milano, tramite misure cautelari e fermi. Venerdì 21 novembre, i poliziotti hanno infatti sottoposto a fermo due 22enni. Nel corso della settimana, inoltre, gli agenti hanno eseguito un’altra ordinanza nei confronti di tre giovani di 15, 20 e 22 anni.
Il 22enne destinatario di quest’ultimo provvedimento è anche uno dei due indagati fermati il 21 novembre per la rapina avvenuta a Caiazzo una decina di giorni prima.

