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2025-11-03
Emergenza suicidio. La piaga nascosta dei giovani europei
È la principale causa di morte giovanile in Europa, ma quasi non se ne parla. No, non stiamo parlando di droghe, alcool né dei pur assai letali incidenti stradali. Stiamo parlando del suicidio, piaga che un recente report dell’agenzia Eurofund, intitolato Mental health: Risk groups, trends, services and policies e basato sul 2021, ha rilevato appunto essere la prima causa dei decessi dei giovani tra i 15 e i 29 anni, riguardando quasi uno su cinque di essi (18,9%, pari a circa 5.000 casi) e superando, così, la già vasta quota di giovani vite (16,5%) perse a causa degli incidenti stradali. In generale, gli aumenti più significativi del fenomeno hanno riguardo le donne sotto i 20 anni e gli uomini sopra gli 85, anche se indubbiamente esso tocca soprattutto il sesso maschile, che sconta una probabilità di suicidio 3,7% più elevata della controparte femminile, che pure risulta più propensa a segnalare i propri disagi mentali e a cercare aiuto.
Ma a preoccupare è soprattutto il dilagare giovanile del suicidio, del quale ormai anche la stampa ha preso coscienza. Il 20 ottobre sulle colonne del Guardian Tobi Thomas ha firmato un articolo che riporta come, in Inghilterra, «i tassi di suicidio tra i giovani» siano «aumentati del 50% in 10 anni». Le cose non vanno meglio in Germania dove Diane Kotte, coordinatrice nazionale di [U25] - un servizio di prevenzione che può contare su 330 volontari -, ha confermato come i tentativi di suicidio siano più frequenti tra gli under 25 e che il suicidio sia, da quelle parti, la seconda causa di morte più comune della categoria. Anche in Francia, dove la situazione apparentemente è stabile, sono in netto aumento (+24%) i casi di ragazzine tra gli 11 e i 17 anni coinvolte in tentativi di suicidio o autolesionismo e l’opinione pubblica è ancora sconvolta dal suicidio, avvenuto nei giorni scorsi nella Mosella, di Sara una bambina di appena 9 anni trovata impiccata in casa sua: faceva la quinta elementare e ha lasciato anche un breve biglietto di addio alla famiglia.
E l’Italia? Anche qui la situazione è grave. Quasi 7.000 persone, lo scorso anno, hanno chiesto supporto perché attraversate dal pensiero del suicidio, fenomeno in aumento se si pensa che si è passati dai 3.680 casi del 2019 ai quasi 4.000 (3.934) del 2022. Una crescita che ha interessato tutte le fasce di età, ma risultata assai vistosa tra i giovani, dove dal 2020 al 2021 – in un solo anno - l’impennata registrata è stata del 16%. Certamente la pandemia, i lockdown e l’isolamento sociale hanno a questo proposito avuto un ruolo, ma sarebbe ingenuo attribuire ad un solo evento la genesi multifattoriale di un fenomeno, come si è poc’anzi visto, di portata internazionale. Dunque, che fare? Appare evidente, dinnanzi ad una situazione simile, la necessità di interrogarsi seriamente su quali possono essere i fattori di rischio intercettabili per prevenire gesti estremi.
In estrema sintesi, tra le principali cause dell’ideazione suicidaria troviamo quattro elementi. Il primo sono dei disagi e problemi di salute mentale, dalla depressione all’ansia, fino al disturbo bipolare; in secondo luogo, ci sono gli eventi traumatici e le situazioni di stress prolungato; in terza battuta, un ruolo lo svolge l’isolamento sociale - con le conseguenti solitudine e mancanza di supporto -; infine, certamente a peggiorare la situazione può esserci l’uso di droghe o alcol. A questi fattori di rischio, ne vanno sommati e considerati almeno altri due degni di nota.
Il primo riguarda le dinamiche familiari e, in sintesi, il fatto che i figli di genitori che si sono tolti la vita corrono un rischio assai più elevato, purtroppo, di seguire tali orme. Uno studio prospettico pubblicato su Jama Psychiatry – effettuato monitorando tra il 1997 e il 2012 la situazione di 701 figli (età media 17,7 anni) – ha portato i suoi autori a concludere come una storia di tentativi di suicidio da parte dei genitori comporti un rischio quasi cinque volte maggiore di tentativi di suicidio nella prole a rischio di disturbi dell’umore, anche dopo aver tenuto conto della trasmissione familiare dei disturbi dell’umore. Una più recente metanalisi pubblicata nel 2021 sul British Journal of Psychiatry – e realizzata su 20 studi precedenti isolati a partire da un database di oltre 3.600 articoli sul tema –, ha dato una stima più contenuta, rilevando che i figli esposti al suicidio dei genitori hanno una probabilità tre volte maggiore di morire per suicidio e due volte maggiore di tentare il suicidio. Sono evidenze che comunque fanno capire come una buona strategia per contrastare il suicidio tra i giovani sia quella di contrastare lo stesso fenomeno nella popolazione adulta e dei genitori. In aggiunta a quello familiare, rispetto a quelli più tradizionali un secondo ulteriore fattore di rischio – rilevante anche perché emergente proprio in questi anni – è quello legato all’uso nei giovanissimi degli smartphone, uso che molto spesso è strettamente correlato alla depressione e all’isolamento sociale.
Eloquenti, a questo proposito, appaiono le evidenze emerse da un recente studio pubblicato sul Journal of the human development and capabilities e realizzato dalla neuroscienziata Tara C. Thiagarajan e colleghi esaminando i questionari di oltre 100.000 giovani adulti di età compresa tra 18 e 24 anni. Ebbene, ciò che con questo lavoro si è visto è che i bambini di età inferiore ai 13 anni che avevano accesso a uno smartphone scontavano maggiori probabilità di coltivare pensieri suicidi, di avere una minore autostima nonché un distacco dalla realtà rispetto ai coetanei. Più precisamente, il 48% delle ragazze che possedeva uno smartphone all’età di 5 o 6 anni ha dichiarato di avere gravi pensieri suicidi, rispetto al 28% delle ragazze che possedevano uno smartphone all’età di 13 anni o più; analogamente, tra i ragazzi, il 31% di coloro che possedeva uno smartphone entro i 5 o 6 anni ha riferito di avere gravi pensieri suicidi, mentre il 20% dei giovani che possedeva uno smartphone entro i 13 anni o più ha riferito di avere gravi pensieri suicidi. Analogamente, uno studio che ha monitorato oltre 4.000 adolescenti per quattro anni – pubblicato lo scorso giugno su Jama, ed eloquentemente intitolato Addictive screen use trajectories and suicidal behaviors – ha riscontrato che i soggetti con elevata e crescente dipendenza da telefonini cellulari e social media sono risultati associati a un rischio maggiore di pensieri e comportamenti suicidari.
Non si deve leggere simili statistiche come un tentativo di demonizzare gli smartphone, ovviamente. Tuttavia, se esperti anche italiani del calibro del professor Alberto Pellai incoraggiano il più possibile i genitori a posticipare il regalo di questi dispositivi ai loro figli, ecco, una qualche ragione c’è. Ed ha evidentemente a che fare con il loro benessere e con il contenimento di dinamiche di rischio della salute mentale – oltre che dell’isolamento sociale, dato che spesso le due cose sono collegate – che non debbono assolutamente essere sottovalutate. Non ci si può infatti illudere di contrastare la nuova pandemia suicidaria delegando a terzi un compito educativo che, al contrario, origina ed ha il suo ambito prevalente sempre nella famiglia – come del resto anche le ricerche poc’anzi citate mostrano in modo chiaro. Se si dimentica questo, si corre un enorme pericolo di sottovalutazione.
«La nostra cultura continua a considerare il dolore un tabù»
La Verità ha avvicinato Michela Pensavalli, psicologa, psicoterapeuta e coordinatrice dell’Istituto di Terapia Cognitivo Interpersonale (Itci) di Roma
Dottoressa, il suicidio è la prima causa dei decessi giovanili in Europa.
«Il dato colpisce, ma purtroppo non sorprende del tutto. Nel nostro Istituto riceviamo ogni giorno richieste da famiglie che osservano nei figli segnali di disagio profondamente preoccupanti. Il suicidio rappresenta il segnale di una sofferenza meno visibile ma più profonda: una perdita di senso, l’isolamento, la fragilità delle relazioni e la pressione di modelli di successo difficili da raggiungere».
Quali sono le cause?
«Le cause sono molteplici. I giovani oggi si percepiscono più fragili: i social media amplificano il confronto costante, accrescono l’ansia da prestazione e alimentano la paura di non essere “abbastanza”. A questo si aggiungono la precarietà lavorativa, l’instabilità economica e la crisi ambientale - tutti elementi che minano la fiducia nel futuro e rendono difficile immaginare progetti di vita stabili e significativi. Siamo più connessi, ma anche più soli. Molti ragazzi si sentono invisibili, privi di reti di supporto o di adulti significativi a cui potersi affidare. Inoltre, la nostra cultura continua a proporre il tabù del dolore: si fatica a parlare del proprio figlio depresso o in difficoltà, e permane lo stigma. Chiedere aiuto viene ancora percepito come segno di debolezza».
L’isolamento sociale della pandemia ha peggiorato della situazione?
«Assolutamente sì, possiamo dirlo con chiarezza. L’isolamento imposto dalla pandemia ha avuto un impatto profondo sulla salute mentale, soprattutto dei più giovani, che si sono trovati improvvisamente privati dei loro spazi di crescita, socialità e confronto. Per molti adolescenti, la scuola, lo sport e le amicizie rappresentano non solo luoghi di apprendimento, ma vere e proprie palestre di identità: servono a definirsi, a misurarsi con gli altri, a sperimentare l’autonomia. Quando questi canali si sono interrotti bruscamente, è venuto meno un equilibrio già fragile. A ciò si è aggiunta una convivenza forzata in contesti familiari talvolta conflittuali o emotivamente impoveriti, accompagnata dalla paura e dall’incertezza collettiva. Il risultato è stato un aumento marcato dei disturbi d’ansia, dell’umore, dei comportamenti autolesivi e delle difficoltà nella regolazione emotiva. La pandemia non ha creato il disagio, ma lo ha amplificato e reso più visibile».
Quali sono i segnali cui prestare più attenzione?
«I segnali non sempre sono eclatanti: spesso si manifestano in modo sottile, ma persistente. Possono comparire cambiamenti improvvisi e duraturi dell’umore o del comportamento, come chiusura, irritabilità, perdita di interesse per attività prima amate, oppure, al contrario, un’apparente calma “strana” dopo un periodo di forte tristezza. Anche l’isolamento sociale è un campanello d’allarme importante: la riduzione dei contatti, il ritiro dal gruppo o la tendenza a restare molto tempo soli, specie se accompagnati da frasi disfattiste, meritano sempre attenzione. Altri segnali possono riguardare il sonno e l’appetito: insonnia, ipersonnia, perdita o aumento marcato dell’appetito. Anche le espressioni verbali di disperazione o autosvalutazione vanno prese sul serio, persino quando vengono espresse in tono ironico o scherzoso. Minimizzare, per paura di confrontarsi con un disagio, è un errore grave. Vanno inoltre considerate con estrema cautela le condotte autolesive o a rischio come tagli superficiali, abuso di alcol o sostanze, guida spericolata, perché spesso rappresentano tentativi impliciti di chiedere aiuto o di anestetizzare il dolore. È fondamentale ascoltare senza giudizio e non sottovalutare mai ciò che si osserva».
Quali sono i fattori protettivi per arginare il fenomeno?
«In primo luogo, è fondamentale favorire relazioni affettive stabili e significative: la presenza di adulti affidabili, empatici e disponibili all’ascolto, come genitori, insegnanti, allenatori o terapeuti, rappresenta una vera forma di protezione, perché sentirsi “visti” è già un modo per sentirsi salvi. All’analfabetismo emotivo che caratterizza la vita di molti giovani iperconnessi e soli deve contrapporsi un’educazione emotiva e una solida alfabetizzazione psicologica. Imparare fin da piccoli a riconoscere, nominare e gestire le proprie emozioni riduce il rischio che il dolore si trasformi in comportamenti disfunzionali. Le scuole dovrebbero diventare veri e propri laboratori di competenze emotive, non solo cognitive. Convocare i giovani alla socialità reale è altrettanto fondamentale: occorre creare spazi e occasioni in cui possano stare insieme. È inoltre indispensabile garantire un accesso facilitato ai servizi di salute mentale: sportelli d’ascolto, psicologi scolastici e presidi territoriali. Un’altra parola d’ordine è coltivare l’autostima e il senso di efficacia personale: aiutare i giovani a sperimentare piccoli successi, a sentirsi capaci e competenti, a tollerare la frustrazione, significa contrastare la cultura del “tutto e subito”».
La fede riduce i rischi del 69%
Un grande, anzi decisivo fattore protettivo rispetto al fenomeno del suicidio è quello della religione. Spesso poco ricordato in un’epoca laica e secolarizzata quale è quella che, almeno in Occidente, si vive, esso è stato alla base delle prime ricerche sociologiche. Non a caso, con il più noto lavoro di uno dei padri della sociologia, Le Suicide (1897) di Émile Durkheim, si era già messo in luce un aspetto in tal senso, e cioè la relazione tra religione e suicidio in Europa, evidenziando in particolare come le province protestanti presentassero tassi di suicidio più elevati rispetto alle cattoliche. La pionieristica ricerca di Durkheim è stata in seguito corroborata da moltissimi altri lavori, che oggi ci confermano come la fede religiosa sia un elemento prezioso nel contenere il rischio di gesti estremi.
Giusto poche settimane fa, a settembre, è stata pubblicata sulla rivista scientifica Jaacap Open una revisione della letteratura a partire da 61 studi condotti in tutto il mondo, con un campione complessivo di oltre 340.000 persone. Ebbene, la stragrande maggioranza di queste ricerche (il 67,2%) ha riscontrato associazioni protettive tra religiosità/spiritualità e tendenza al suicidio, portando gli autori di tale pubblicazione, guidati da Talitha West, a concludere «che gli adolescenti che dichiaravano di essere più religiosi o spirituali avevano meno probabilità di pensare al suicidio o di tentare il suicidio». D’accordo, ma a quanto ammonta l’effetto protettivo garantito dalla religione?
Una risposta ci arriva leggendo un lavoro uscito nel 2021 sul Journal of health science research – e anche in questo caso effettuato considerando decine di studi precedenti (63) –, dal quale si apprende come «la religione riduce il rischio di morte per suicidio del 69%». Per la verità, la fede – intesa come fede vissuta recandosi con regolarità nei luoghi di culto – garantisce effetti protettivi anche nei confronti di altre piaghe che colpiscono tanti giovani: la tossicodipendenza, il bullismo, gli abbandoni scolastici, ecc. Fermiamoci però al tema del suicidio, perché resta da spiegare come mai la religione protegga i ragazzi dalla tentazione di togliersi la vita. Le risposte che emergono dalla letteratura sono essenzialmente tre.
Anzitutto, credere in Dio significa collocare la propria esistenza in un orizzonte di senso; il che già a priori salvaguardia da pensieri di disperazione o rassegnazione. In seconda battuta, c’è da dire che il credente – non certo risparmiato, nel corso della sua vita, da momenti dolorosi – ha nella preghiera un sollievo decisivo, documentato ormai da migliaia di studi scientifici, che ne riscontrano benefici persino fisici, come per esempio nei tempi di guarigione da una malattia. In terzo luogo, e questa è anche una spiegazione di un altro legame rilevante – quello tra fede praticata e longevità –, vivere la pratica religiosa significa essere parti d’una comunità. Quindi non solo prendere parte a riti e liturgie, ma essere parte di un complesso di relazioni frequenti e solidali; in tempi di dilagante solitudine, ciò acquista un valore enorme.
Alla luce di simili considerazioni, non c’è allora da stupirsi del fatto che credere in Dio protegga dal suicidio. Ciò che invece dovrebbe meravigliare è l’ostinazione con cui la cultura dominante scredita o marginalizza il rilievo sociale della religione, a partire da quella cristiana e in particolare cattolica, quando essa rappresenta un così prezioso pilastro bel bene comune.
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È ormai diventata la prima causa di morte tra i 15 e i 29 anni, superando gli incidenti stradali. Dopo i lockdown si è registrato un boom. Non a caso, l’isolamento sociale è una delle maggiori cause. I più esposti sono i maschi.La psicologa Michela Pensavalli: «Un figlio depresso è ancora uno stigma. I segnali di pericolo non sono sempre eclatanti. Occhio alle frasi di autosvalutazione: vanno prese sul serio, anche se espresse in modo scherzoso».La preghiera è terapeutica, pure per gli adolescenti: i sociologi concordano nel rilevare i benefici del credo religioso, inteso come frequentazione regolare di un luogo di culto.Lo speciale contiene tre articoli.È la principale causa di morte giovanile in Europa, ma quasi non se ne parla. No, non stiamo parlando di droghe, alcool né dei pur assai letali incidenti stradali. Stiamo parlando del suicidio, piaga che un recente report dell’agenzia Eurofund, intitolato Mental health: Risk groups, trends, services and policies e basato sul 2021, ha rilevato appunto essere la prima causa dei decessi dei giovani tra i 15 e i 29 anni, riguardando quasi uno su cinque di essi (18,9%, pari a circa 5.000 casi) e superando, così, la già vasta quota di giovani vite (16,5%) perse a causa degli incidenti stradali. In generale, gli aumenti più significativi del fenomeno hanno riguardo le donne sotto i 20 anni e gli uomini sopra gli 85, anche se indubbiamente esso tocca soprattutto il sesso maschile, che sconta una probabilità di suicidio 3,7% più elevata della controparte femminile, che pure risulta più propensa a segnalare i propri disagi mentali e a cercare aiuto.Ma a preoccupare è soprattutto il dilagare giovanile del suicidio, del quale ormai anche la stampa ha preso coscienza. Il 20 ottobre sulle colonne del Guardian Tobi Thomas ha firmato un articolo che riporta come, in Inghilterra, «i tassi di suicidio tra i giovani» siano «aumentati del 50% in 10 anni». Le cose non vanno meglio in Germania dove Diane Kotte, coordinatrice nazionale di [U25] - un servizio di prevenzione che può contare su 330 volontari -, ha confermato come i tentativi di suicidio siano più frequenti tra gli under 25 e che il suicidio sia, da quelle parti, la seconda causa di morte più comune della categoria. Anche in Francia, dove la situazione apparentemente è stabile, sono in netto aumento (+24%) i casi di ragazzine tra gli 11 e i 17 anni coinvolte in tentativi di suicidio o autolesionismo e l’opinione pubblica è ancora sconvolta dal suicidio, avvenuto nei giorni scorsi nella Mosella, di Sara una bambina di appena 9 anni trovata impiccata in casa sua: faceva la quinta elementare e ha lasciato anche un breve biglietto di addio alla famiglia.E l’Italia? Anche qui la situazione è grave. Quasi 7.000 persone, lo scorso anno, hanno chiesto supporto perché attraversate dal pensiero del suicidio, fenomeno in aumento se si pensa che si è passati dai 3.680 casi del 2019 ai quasi 4.000 (3.934) del 2022. Una crescita che ha interessato tutte le fasce di età, ma risultata assai vistosa tra i giovani, dove dal 2020 al 2021 – in un solo anno - l’impennata registrata è stata del 16%. Certamente la pandemia, i lockdown e l’isolamento sociale hanno a questo proposito avuto un ruolo, ma sarebbe ingenuo attribuire ad un solo evento la genesi multifattoriale di un fenomeno, come si è poc’anzi visto, di portata internazionale. Dunque, che fare? Appare evidente, dinnanzi ad una situazione simile, la necessità di interrogarsi seriamente su quali possono essere i fattori di rischio intercettabili per prevenire gesti estremi.In estrema sintesi, tra le principali cause dell’ideazione suicidaria troviamo quattro elementi. Il primo sono dei disagi e problemi di salute mentale, dalla depressione all’ansia, fino al disturbo bipolare; in secondo luogo, ci sono gli eventi traumatici e le situazioni di stress prolungato; in terza battuta, un ruolo lo svolge l’isolamento sociale - con le conseguenti solitudine e mancanza di supporto -; infine, certamente a peggiorare la situazione può esserci l’uso di droghe o alcol. A questi fattori di rischio, ne vanno sommati e considerati almeno altri due degni di nota.Il primo riguarda le dinamiche familiari e, in sintesi, il fatto che i figli di genitori che si sono tolti la vita corrono un rischio assai più elevato, purtroppo, di seguire tali orme. Uno studio prospettico pubblicato su Jama Psychiatry – effettuato monitorando tra il 1997 e il 2012 la situazione di 701 figli (età media 17,7 anni) – ha portato i suoi autori a concludere come una storia di tentativi di suicidio da parte dei genitori comporti un rischio quasi cinque volte maggiore di tentativi di suicidio nella prole a rischio di disturbi dell’umore, anche dopo aver tenuto conto della trasmissione familiare dei disturbi dell’umore. Una più recente metanalisi pubblicata nel 2021 sul British Journal of Psychiatry – e realizzata su 20 studi precedenti isolati a partire da un database di oltre 3.600 articoli sul tema –, ha dato una stima più contenuta, rilevando che i figli esposti al suicidio dei genitori hanno una probabilità tre volte maggiore di morire per suicidio e due volte maggiore di tentare il suicidio. Sono evidenze che comunque fanno capire come una buona strategia per contrastare il suicidio tra i giovani sia quella di contrastare lo stesso fenomeno nella popolazione adulta e dei genitori. In aggiunta a quello familiare, rispetto a quelli più tradizionali un secondo ulteriore fattore di rischio – rilevante anche perché emergente proprio in questi anni – è quello legato all’uso nei giovanissimi degli smartphone, uso che molto spesso è strettamente correlato alla depressione e all’isolamento sociale. Eloquenti, a questo proposito, appaiono le evidenze emerse da un recente studio pubblicato sul Journal of the human development and capabilities e realizzato dalla neuroscienziata Tara C. Thiagarajan e colleghi esaminando i questionari di oltre 100.000 giovani adulti di età compresa tra 18 e 24 anni. Ebbene, ciò che con questo lavoro si è visto è che i bambini di età inferiore ai 13 anni che avevano accesso a uno smartphone scontavano maggiori probabilità di coltivare pensieri suicidi, di avere una minore autostima nonché un distacco dalla realtà rispetto ai coetanei. Più precisamente, il 48% delle ragazze che possedeva uno smartphone all’età di 5 o 6 anni ha dichiarato di avere gravi pensieri suicidi, rispetto al 28% delle ragazze che possedevano uno smartphone all’età di 13 anni o più; analogamente, tra i ragazzi, il 31% di coloro che possedeva uno smartphone entro i 5 o 6 anni ha riferito di avere gravi pensieri suicidi, mentre il 20% dei giovani che possedeva uno smartphone entro i 13 anni o più ha riferito di avere gravi pensieri suicidi. Analogamente, uno studio che ha monitorato oltre 4.000 adolescenti per quattro anni – pubblicato lo scorso giugno su Jama, ed eloquentemente intitolato Addictive screen use trajectories and suicidal behaviors – ha riscontrato che i soggetti con elevata e crescente dipendenza da telefonini cellulari e social media sono risultati associati a un rischio maggiore di pensieri e comportamenti suicidari.Non si deve leggere simili statistiche come un tentativo di demonizzare gli smartphone, ovviamente. Tuttavia, se esperti anche italiani del calibro del professor Alberto Pellai incoraggiano il più possibile i genitori a posticipare il regalo di questi dispositivi ai loro figli, ecco, una qualche ragione c’è. Ed ha evidentemente a che fare con il loro benessere e con il contenimento di dinamiche di rischio della salute mentale – oltre che dell’isolamento sociale, dato che spesso le due cose sono collegate – che non debbono assolutamente essere sottovalutate. Non ci si può infatti illudere di contrastare la nuova pandemia suicidaria delegando a terzi un compito educativo che, al contrario, origina ed ha il suo ambito prevalente sempre nella famiglia – come del resto anche le ricerche poc’anzi citate mostrano in modo chiaro. Se si dimentica questo, si corre un enorme pericolo di sottovalutazione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/emergenza-suicidio-piaga-nascosta-giovani-2674259794.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-nostra-cultura-continua-a-considerare-il-dolore-un-tabu" data-post-id="2674259794" data-published-at="1762177493" data-use-pagination="False"> «La nostra cultura continua a considerare il dolore un tabù» La Verità ha avvicinato Michela Pensavalli, psicologa, psicoterapeuta e coordinatrice dell’Istituto di Terapia Cognitivo Interpersonale (Itci) di RomaDottoressa, il suicidio è la prima causa dei decessi giovanili in Europa. «Il dato colpisce, ma purtroppo non sorprende del tutto. Nel nostro Istituto riceviamo ogni giorno richieste da famiglie che osservano nei figli segnali di disagio profondamente preoccupanti. Il suicidio rappresenta il segnale di una sofferenza meno visibile ma più profonda: una perdita di senso, l’isolamento, la fragilità delle relazioni e la pressione di modelli di successo difficili da raggiungere».Quali sono le cause?«Le cause sono molteplici. I giovani oggi si percepiscono più fragili: i social media amplificano il confronto costante, accrescono l’ansia da prestazione e alimentano la paura di non essere “abbastanza”. A questo si aggiungono la precarietà lavorativa, l’instabilità economica e la crisi ambientale - tutti elementi che minano la fiducia nel futuro e rendono difficile immaginare progetti di vita stabili e significativi. Siamo più connessi, ma anche più soli. Molti ragazzi si sentono invisibili, privi di reti di supporto o di adulti significativi a cui potersi affidare. Inoltre, la nostra cultura continua a proporre il tabù del dolore: si fatica a parlare del proprio figlio depresso o in difficoltà, e permane lo stigma. Chiedere aiuto viene ancora percepito come segno di debolezza».L’isolamento sociale della pandemia ha peggiorato della situazione?«Assolutamente sì, possiamo dirlo con chiarezza. L’isolamento imposto dalla pandemia ha avuto un impatto profondo sulla salute mentale, soprattutto dei più giovani, che si sono trovati improvvisamente privati dei loro spazi di crescita, socialità e confronto. Per molti adolescenti, la scuola, lo sport e le amicizie rappresentano non solo luoghi di apprendimento, ma vere e proprie palestre di identità: servono a definirsi, a misurarsi con gli altri, a sperimentare l’autonomia. Quando questi canali si sono interrotti bruscamente, è venuto meno un equilibrio già fragile. A ciò si è aggiunta una convivenza forzata in contesti familiari talvolta conflittuali o emotivamente impoveriti, accompagnata dalla paura e dall’incertezza collettiva. Il risultato è stato un aumento marcato dei disturbi d’ansia, dell’umore, dei comportamenti autolesivi e delle difficoltà nella regolazione emotiva. La pandemia non ha creato il disagio, ma lo ha amplificato e reso più visibile».Quali sono i segnali cui prestare più attenzione?«I segnali non sempre sono eclatanti: spesso si manifestano in modo sottile, ma persistente. Possono comparire cambiamenti improvvisi e duraturi dell’umore o del comportamento, come chiusura, irritabilità, perdita di interesse per attività prima amate, oppure, al contrario, un’apparente calma “strana” dopo un periodo di forte tristezza. Anche l’isolamento sociale è un campanello d’allarme importante: la riduzione dei contatti, il ritiro dal gruppo o la tendenza a restare molto tempo soli, specie se accompagnati da frasi disfattiste, meritano sempre attenzione. Altri segnali possono riguardare il sonno e l’appetito: insonnia, ipersonnia, perdita o aumento marcato dell’appetito. Anche le espressioni verbali di disperazione o autosvalutazione vanno prese sul serio, persino quando vengono espresse in tono ironico o scherzoso. Minimizzare, per paura di confrontarsi con un disagio, è un errore grave. Vanno inoltre considerate con estrema cautela le condotte autolesive o a rischio come tagli superficiali, abuso di alcol o sostanze, guida spericolata, perché spesso rappresentano tentativi impliciti di chiedere aiuto o di anestetizzare il dolore. È fondamentale ascoltare senza giudizio e non sottovalutare mai ciò che si osserva».Quali sono i fattori protettivi per arginare il fenomeno?«In primo luogo, è fondamentale favorire relazioni affettive stabili e significative: la presenza di adulti affidabili, empatici e disponibili all’ascolto, come genitori, insegnanti, allenatori o terapeuti, rappresenta una vera forma di protezione, perché sentirsi “visti” è già un modo per sentirsi salvi. All’analfabetismo emotivo che caratterizza la vita di molti giovani iperconnessi e soli deve contrapporsi un’educazione emotiva e una solida alfabetizzazione psicologica. Imparare fin da piccoli a riconoscere, nominare e gestire le proprie emozioni riduce il rischio che il dolore si trasformi in comportamenti disfunzionali. Le scuole dovrebbero diventare veri e propri laboratori di competenze emotive, non solo cognitive. Convocare i giovani alla socialità reale è altrettanto fondamentale: occorre creare spazi e occasioni in cui possano stare insieme. È inoltre indispensabile garantire un accesso facilitato ai servizi di salute mentale: sportelli d’ascolto, psicologi scolastici e presidi territoriali. Un’altra parola d’ordine è coltivare l’autostima e il senso di efficacia personale: aiutare i giovani a sperimentare piccoli successi, a sentirsi capaci e competenti, a tollerare la frustrazione, significa contrastare la cultura del “tutto e subito”». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/emergenza-suicidio-piaga-nascosta-giovani-2674259794.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-fede-riduce-i-rischi-del-69" data-post-id="2674259794" data-published-at="1762177493" data-use-pagination="False"> La fede riduce i rischi del 69% Un grande, anzi decisivo fattore protettivo rispetto al fenomeno del suicidio è quello della religione. Spesso poco ricordato in un’epoca laica e secolarizzata quale è quella che, almeno in Occidente, si vive, esso è stato alla base delle prime ricerche sociologiche. Non a caso, con il più noto lavoro di uno dei padri della sociologia, Le Suicide (1897) di Émile Durkheim, si era già messo in luce un aspetto in tal senso, e cioè la relazione tra religione e suicidio in Europa, evidenziando in particolare come le province protestanti presentassero tassi di suicidio più elevati rispetto alle cattoliche. La pionieristica ricerca di Durkheim è stata in seguito corroborata da moltissimi altri lavori, che oggi ci confermano come la fede religiosa sia un elemento prezioso nel contenere il rischio di gesti estremi.Giusto poche settimane fa, a settembre, è stata pubblicata sulla rivista scientifica Jaacap Open una revisione della letteratura a partire da 61 studi condotti in tutto il mondo, con un campione complessivo di oltre 340.000 persone. Ebbene, la stragrande maggioranza di queste ricerche (il 67,2%) ha riscontrato associazioni protettive tra religiosità/spiritualità e tendenza al suicidio, portando gli autori di tale pubblicazione, guidati da Talitha West, a concludere «che gli adolescenti che dichiaravano di essere più religiosi o spirituali avevano meno probabilità di pensare al suicidio o di tentare il suicidio». D’accordo, ma a quanto ammonta l’effetto protettivo garantito dalla religione?Una risposta ci arriva leggendo un lavoro uscito nel 2021 sul Journal of health science research – e anche in questo caso effettuato considerando decine di studi precedenti (63) –, dal quale si apprende come «la religione riduce il rischio di morte per suicidio del 69%». Per la verità, la fede – intesa come fede vissuta recandosi con regolarità nei luoghi di culto – garantisce effetti protettivi anche nei confronti di altre piaghe che colpiscono tanti giovani: la tossicodipendenza, il bullismo, gli abbandoni scolastici, ecc. Fermiamoci però al tema del suicidio, perché resta da spiegare come mai la religione protegga i ragazzi dalla tentazione di togliersi la vita. Le risposte che emergono dalla letteratura sono essenzialmente tre.Anzitutto, credere in Dio significa collocare la propria esistenza in un orizzonte di senso; il che già a priori salvaguardia da pensieri di disperazione o rassegnazione. In seconda battuta, c’è da dire che il credente – non certo risparmiato, nel corso della sua vita, da momenti dolorosi – ha nella preghiera un sollievo decisivo, documentato ormai da migliaia di studi scientifici, che ne riscontrano benefici persino fisici, come per esempio nei tempi di guarigione da una malattia. In terzo luogo, e questa è anche una spiegazione di un altro legame rilevante – quello tra fede praticata e longevità –, vivere la pratica religiosa significa essere parti d’una comunità. Quindi non solo prendere parte a riti e liturgie, ma essere parte di un complesso di relazioni frequenti e solidali; in tempi di dilagante solitudine, ciò acquista un valore enorme.Alla luce di simili considerazioni, non c’è allora da stupirsi del fatto che credere in Dio protegga dal suicidio. Ciò che invece dovrebbe meravigliare è l’ostinazione con cui la cultura dominante scredita o marginalizza il rilievo sociale della religione, a partire da quella cristiana e in particolare cattolica, quando essa rappresenta un così prezioso pilastro bel bene comune.
Pino Lerario Tagliatore
Dietro ogni capo Tagliatore c’è una firma inconfondibile, ma soprattutto una visione. Pino Lerario non è solo l’erede di una tradizione sartoriale, è colui che l’ha trasformata in un linguaggio contemporaneo, portando l’eleganza pugliese sui mercati internazionali senza mai snaturarla costruendo un’identità forte fatta di proporzioni decise, dettagli riconoscibili e una coerenza rara. È Pino Lerario a raccontarsi.
Famiglia, casa, storia: è tutto ciò che rappresenta Tagliatore a Martina Franca?
«Sì, assolutamente. Per noi Tagliatore non è solo un’azienda, è proprio un pezzo di vita. È qualcosa che va oltre il lavoro: rappresenta le nostre radici, il nostro territorio e tutto quello che ci è stato tramandato nel tempo».
La storia parte dal nonno Vito, tagliatore di tomaie di scarpe, fino ad arrivare alla confezione. È stata un’evoluzione naturale o una rottura netta?
«Direi senza dubbio un’evoluzione naturale. Questo passaggio lo ha fatto mio padre in modo spontaneo, senza forzature. Parliamo di un’epoca diversa, in cui certe scelte nascevano più dall’istinto e dalle opportunità che da una strategia precisa. È stato un cambiamento graduale, quasi inevitabile, che si è inserito perfettamente nel contesto familiare e lavorativo. È stato un cambio importante, ma sempre legato al “saper fare” artigianale».
In una famiglia come la vostra, il «saper fare» si impara o si respira fin da piccoli?
«Secondo me si respira, prima ancora di impararlo. Io stesso ho iniziato molto presto, intorno ai sette anni, quando mio padre aprì il primo laboratorio nel 1972. Dopo la scuola andavo in bottega e stavo lì a guardare, ad ascoltare, a toccare i tessuti. È qualcosa che ti entra dentro piano piano. Poi certo, ci vuole passione: senza quella puoi anche stare lì tutta la vita, ma non impari davvero».
Anche suo padre ha iniziato giovanissimo.
«A cinque anni. Oggi sembra impensabile, ma una volta era così: si cresceva in bottega, si imparava fin da subito un mestiere. Era una scuola di vita oltre che di lavoro».
Le piace ancora chiamarla «bottega»?
«Sì, e continuerò a chiamarla in questo modo. La bottega per noi è sempre stata come una seconda casa, anzi forse la prima, perché ci passavamo più tempo che a casa. È un ambiente che ti forma, che ti accompagna per tutta la vita. Anche se oggi siamo un’azienda con centinaia di dipendenti, per me resta la bottega. È un termine che racchiude tutto: tradizione, manualità, sacrificio. Nel nostro dialetto si dice a putia, e questo ti fa capire quanto sia radicata questa idea nella nostra cultura».
C’è stato un momento chiave, una svolta per Tagliatore?
«Più che un singolo momento, direi diversi episodi nel corso degli anni. Quando lavori tanto e per così tanto tempo, è inevitabile affrontare difficoltà. Noi abbiamo avuto anche momenti molto duri, situazioni che sembravano delle vere e proprie catastrofi. Però, col senno di poi, proprio quegli episodi si sono rivelati fondamentali per la nostra crescita. Ti costringono a reagire, a migliorare, a non adagiarti».
Tagliatore è ancora un’azienda familiare. Come si mantiene l’equilibrio?
«Essere un’azienda familiare è bellissimo, ma non sempre semplice. Ci sono dinamiche diverse rispetto a un’azienda strutturata in modo più “freddo”. Però alla fine si trova sempre un equilibrio, perché alla base c’è il legame familiare. Ci si confronta, si discute, ma poi si decide insieme. Siamo quattro fratelli e ognuno ha il suo ruolo. Mia sorella Maria Teresa si occupa dell’amministrazione, mio fratello Luciano della produzione, Vito del reparto taglio, e io ho un ruolo più di coordinamento generale. Cerco di tenere insieme tutte le parti».
La produzione resta in Puglia. Quanto conta il made in Italy oggi?
«Conta tantissimo, anche se è sempre più difficile sostenerlo. Produrre in Italia significa affrontare costi più alti, ma nel nostro caso è fondamentale. La nostra collezione è molto ampia, con tanti modelli, colori e possibilità di personalizzazione: questo tipo di lavoro si può fare solo qui. Purtroppo molte aziende stanno andando all’estero perché i costi sono più bassi. Ma il made in Italy è la nostra vera forza: se perdiamo quello, perdiamo tutto. Andrebbe tutelato molto di più».
Le vostre giacche con i rever larghi. Da dove nasce questa scelta?
«Dalla voglia di osare e di dare personalità al prodotto. Ci siamo ispirati agli anni ’70 e ’80, quando i rever erano più ampi. Abbiamo ripreso quell’idea e l’abbiamo reinterpretata. Il rever largo dà carattere, forza, presenza».
Dopo l’uomo avete sviluppato anche la donna. Che differenze ci sono?
«Il processo creativo cambia molto, soprattutto per quanto riguarda materiali e sensibilità. Però abbiamo voluto mantenere una cosa fondamentale: la costruzione. Le nostre giacche da donna sono realizzate con la stessa cura e tecnica di quelle da uomo, che sono tra le più complesse».
Quali sono i vostri mercati principali?
«L’Italia resta il mercato principale, anche se è il più difficile. Poi c’è il Giappone, molto esigente ma importantissimo per noi. Siamo presenti anche in Europa, in paesi come Francia e Germania, nei paesi scandinavi, in Turchia e stiamo crescendo negli Stati Uniti».
Si parla molto di sostenibilità: quanto conta per voi?
«Tantissimo. Per noi sostenibilità significa soprattutto qualità. Utilizziamo tessuti italiani e realizziamo capi pensati per durare negli anni. Questo è il vero lusso oggi. Quando un capo dura nel tempo e continua a essere indossato dopo anni, vuol dire che hai fatto un buon lavoro. Ho clienti che ancora oggi indossano cappotti di più di dieci anni fa e non riescono a separarsene: questo per me è il risultato più bello».
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Questo Libretto nasce dal sogno di riportare - nell’arco di un decennio - molti nuovi o vecchi ex lettori (specie giovani, di qualsiasi età) alla lettura di libri, riviste, giornali, attraverso prodotti e modalità di nuovo tipo, con schemi, approcci, modalità, di nuovo tipo.
Ricordando un momento lontano - anni Ottanta del Novecento - mi è venuta l’idea di pubblicare un libretto per illustrarne poi, a voce, il testo, esplicitandone i passaggi chiave e il non detto, trasformandolo quindi in una «lezione di vita», in particolare per i giovani di qualsiasi età.
Gianni Agnelli, allora mio presidente, amante di libri di successo, specie saggi, mi raccontò la tecnica che usava per ben assimilarli senza doverli leggere. «Affittava» per un giorno l’autore che doveva raccontargli l’intero processo creativo, leggendo insieme i passaggi e le frasi topiche, seguendo sì l’indice, ma con ampie digressioni e svolazzamenti laterali. In questo caso, mi offro di essere io affittato da voi, però a titolo gratuito.
Questa la mia mission. Per un vecchio autore come me, leggere insieme a un giovane questo libretto significa trasferirgli non solo conoscenze, ma anche l’anima del libro. Tutti noi adulti, soprattutto se colti, ci lamentiamo che i giovani non leggano, ma non andiamo al di là dal fare battute spesso da bar. Di passare dalle chiacchiere al fare, nulla. Il presente libretto, in questo senso, è rivoluzionario, essendo nato come proposta banalmente pratica. Vorrei che casi come questo - ricordiamolo, è una modalità sperimentale - si moltiplicassero all’infinito. Personalmente, sono a disposizione.
Senza il timore di cadere nel velleitarismo, si assume che la Politica e la Scuola siano mature per un nuovo paradigma didattico come questo, interdisciplinare, soprattutto orizzontale, che fornisca non solo lezioni di sapere, ma anche «lezioni di vita». La scommessa insita nel libretto è riuscire a sottomettere la tecnica e l’ideologia della produttività alle regole del modello organizzativo prescelto. In questo caso la modalità di narrazione è più importante del contenuto narrato, puramente strumentale all’obiettivo.
Gli appunti con cui questo libretto è stato costruito hanno un punto fermo: il tema e il contenuto devono far riflettere e cambiare il nostro modo di raccontare la realtà, ma deve essere tassativamente escluso l’indottrinamento, comunque articolato o mascherato.
C’è chi si è chiesto cosa resterà di quella che fu chiamata la Galassia Gutenberg che ha animato la storia della modernità, attraverso libri, riviste, giornali, e se la stampa quotidiana, corpo intermedio per eccellenza, riuscirà ancora a traghettare i meccanismi base dell’informazione delle democrazie liberali, oggi sempre più fragili. Perché fragili e difensivi sono i nostri pensieri e le nostre posture per affrontare e dominare gli scenari futuri. Noi europei intuiamo che quello che chiamiamo «ordine mondiale» con allegato «diritto internazionale», fatto nei secoli a nostra immagine e somiglianza, sta per saltare. E anche il nostro ceo capitalism, ora che vengono alla luce sempre più tabernacoli secondari - per usare la terminologia di «IDEA» - si sta sgonfiando. Questo mi ha portato a scegliere il cosiddetto Scenario 17 come riferimento per questa sperimentazione di orizzontalità culturale.
Il libretto consta di un incipit - concepito per fare una prima conoscenza fra autore e lettore - e di due soli capitoli. Uno ove la narrazione si snoda attraverso un fil rouge studiato dall’autore per assemblare frasi e parole di personaggi della cultura e del giornalismo, di riconosciuta indipendenza e competenza, sperimentando così le «lezioni di vita» su un tema di grande attualità, come «La geopolitica spaziale America-Cina». Ho utilizzato nell’analisi di scenario il «Caso Svizzera» come riferimento politico, economico, culturale, giudicandolo, in questo senso e in questo momento storico, il laboratorio più avanzato dell’Occidente, per la sua interpretazione del dominante e allo stesso tempo decadente ceo capitalism.
Nel secondo capitolo, invece, viene scelto dall’editore-autore, in totale solitudine, lo «scenario» di riferimento (nella fattispecie, il «17» su un ventaglio di 19), avvalendosi dei contributi sapienziali di Giovanni Maddalena, filosofo del gesto. Il libretto raccoglie e sistematizza una serie di appunti, frasi, singole parole, e come tale dev’essere letto, eventualmente usato. Sono «appunti» che vanno a comporre una narrazione vocale autentica, una «lezione di vita» per giovani di qualsiasi età.
In questo progetto-sogno l’editore-autore non intende svolgere forma alcuna di leadership, ma limitarsi a dare contributi, mettendo a disposizione i suoi studi - in un arco temporale di oltre settant’anni - sul management di organizzazioni complesse, sui modelli organizzativi, sulla sua proposta del modello IDEA e sui suoi tabernacoli secondari (rimando alla metafora-definizione di IDEA: «ostie o scadute o decomposte» nelle filiere del potere).
Il libretto è stato scritto in base alle tre assunzioni di IDEA: 1 ragionare per scenari; 2 decidere per controintuizione; 3 parlare e scrivere per metafore. A titolo esemplificativo, qua è stata messa in discussione anche la filiera «scrittore/giornalista-editore-stampatore-distributore-libreria-lettore» e i relativi «pesi», oggi totalmente sbilanciati a favore del business rispetto agli obiettivi editoriali ed educativi. Quindi la scoperta e l’accecamento dei tabernacoli secondari che, col tempo, hanno alterato il meccanismo di creazione di prodotti a forte base culturale.
Per favorire la costituzione di un’editoria che diventi un Chiostro di approfondimento interdisciplinare, questo libretto verrà, in termini promozionali, presentato in Università e in altre organizzazioni culturali che lo vorranno. Verrà usata una tecnica innovativa: l’autore non si limita a scrivere, ma racconta a voce il processo che lo ha portato alla configurazione finale del libretto, esplicitando anche i tanti non detto o gli eventuali tabernacoli secondari che ha dovuto superare.
Riprendo la frase finale con cui si chiude: «Questo libretto, scritto da un ultranovantenne, vissuto in un altro millennio, ma innamorato del futuro in cui vivranno i suoi nipoti, non auspica certo l’imbarazzante mondo qua descritto. Questa tipologia di simulazione del futuro è concepita come ’lezione di vita’ per giovani di qualsiasi età che vogliano assumere una postura culturale per un futuro che si può, con assoluta certezza, ipotizzare diverso dal passato e dal presente. Scrivere scenari è la sintesi del pensare, lo si fa passeggiando nella natura e nella vita, e osservando le persone con lo sguardo del «viandante». Sogno tanti giovani «viandanti», a partire dai miei quattro nipoti, orgogliosamente tutti Gen Z, la generazione che avrà la responsabilità di governare il mondo nel XXI secolo».
Post-Scriptum: questo libretto è uno dei figli prediletti di IDEA, attrezzata per operare nella Rivoluzione Robot-Algoritmi in corso. Questa Rivoluzione, spesso all’insaputa di molti di noi, iniziò negli anni Ottanta del Novecento e in essa e con essa sono vissuto. Infatti, allora come ceo di un’industria di vernici vissi la sua prima fase: si procedette a sostituire la classe operaia, che pur essendo poco pagata non era «competitiva», con i robot di verniciatura. Cinquant’anni dopo ho avuto l’opportunità di vivere come studioso di scenari la seconda fase di quella Rivoluzione, rivolta agli aspetti burocratici e gestionali del rarefatto mondo del business, che riguarderanno miliardi di ore di lavoro, questa volta effettuate in gran parte dalla classe patrizia, molto ben pagata, che ora possono essere svolte meglio e in poco tempo grazie all’Ia. Questa Rivoluzione potrebbe assumere dimensioni rilevanti, con profondi stravolgimenti culturali, sociologici e politici. Mi auguro che venga portata a termine, perché innovazione e progresso sono nel Dna umano e non possono essere contrastati: personalmente suggerisco di cavalcarli.
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Trevallion
Qualora gli sarà consentito, non prima di un mese, di riavere vicino i propri figli, i Trevallion non saranno più la famiglia del bosco ma una famiglia come le altre. Abiteranno in una casetta squadrata fornita dal Comune, manderanno i bambini al doposcuola, si dovranno scordare la vita silvestre con l’asinello e i cavalli: saranno vaccinati e normalizzati, anzi a dirla tutta lo sono già. La dignità della Repubblica è salva, i tre piccini non saranno più selvaggi allo stato brado ma aspiranti bravi cittadini, messi al sicuro lontano dalla foresta.
E mentre questa grande vittoria della civiltà si consuma senza che nessuno si opponga, molto lontano dalla bicocca di Palmoli, a Bergamo per la precisione, c’è un ragazzino per niente boschivo, con due genitori normalissimi, il bagno in casa, regolari vaccinazioni e regolarissima iscrizione alla scuola pubblica che tenta di ammazzare la sua professoressa di francese dopo essersi conciato come una specie di giustiziere della notte. Il minorenne in questione, 13 anni, non risulta vivesse con equini e somari, non andava per funghi tra le fronde, pare anche che si cambiasse di abito più di una volta la settimana. Di certo sapeva scrivere, e infatti ha pubblicato online un delirante manifesto in cui prometteva morte e distruzione. Sapeva anche usare il computer e i social network, tanto che ha pensato bene di trasmettere in diretta il suo attacco all’insegnante a colpi di coltello.
Certo, si potrebbe risolverla dicendo che il disagio e i perturbamenti dell’animo si possono annidare ovunque. Ma il caso bergamasco, a ben vedere, non è un unicum: è solo appena più estremo di altri. Nei giorni scorsi a Fondi, in provincia di Latina, un ragazzino di 14 anni ha accoltellato un altro ragazzo di 16 anni, fortunatamente limitandosi a ferirlo. Prima di essere fermato e consegnato ai servizi sociali ha fatto in tempo a vantarsi dell’impresa sui soliti social. A riguardo, la Garante regionale dell’infanzia e dell’adolescenza del Lazio, Monica Sansoni, dice che «episodi come quello accaduto non possono essere letti come fatti isolati. Sono segnali che ci interrogano profondamente come comunità educante e come istituzioni. È necessario vigilare e monitorare in maniera adeguata i disagi giovanili, ma soprattutto intervenire con strumenti educativi, sociali e relazionali capaci di prevenire l’escalation della violenza».
Interroghiamoci pure, per carità. Ma oggi esprimersi sulla pericolosità dei social network è diventato perfino banale. Persino Barbara Berlusconi, ieri, commentava l’episodio di Bergamo sostenendo che servano limitazioni per i minori all’uso delle piattaforme online. Su Avvenire, un esperto molto celebrato come Alberto Pellai invece insisteva sulla dipendenza che tali piattaforme riescono a creare (del resto sono progettate appositamente per questo).
In giro per il mondo sono ormai parecchi gli Stati che hanno imposto restrizioni: Australia, Spagna, Danimarca, Norvegia. Tutto ciò per dire che sono noti e stranoti i problemi anche gravi causati dai dispositivi digitali e dall’uso costante e compulsivo della Rete. È studiata la dipendenza, è studiata l’ansia. Sono studiati l’isolamento sociale, il bullismo, i danni alla concentrazione, i problemi fisici e psichici, i danni causati al rendimento scolastico. Sappiamo tutto, e da anni. È persino difficile sostenere, alla luce delle conoscenze di cui disponiamo, che esista qualche valido motivo per lasciare lo smartphone in mano ai minorenni (sugli adulti meglio sorvolare). C’è pure qualche politico che tenta di porre un argine, il ministro Valditara almeno ci ha provato. Ma la realtà ci dice una cosa precisa: l’Italia perseguita una famiglia che vive nel bosco, toglie ai genitori bambini che stanno con gli animali e non hanno il telefono, e ignora tutti coloro che passano ore e ore sulla Rete, sprofondati negli schermi nella quotidiana normalità delle famiglie ordinarie.
Chiaro: poi si piange e ci si indigna per qualche giorno se l’ennesimo insospettabile accoltella e si riprende in diretta. Si dibatte per mesi sulla serie Adolescence e si sfornano tante bellissime teorie. Ma è tutta ipocrisia. Se volessimo realmente proteggere i minori dovremmo tenerli al riparo da social e dispositivi. Dovremmo sottrarli al mondo artificiale in cui crescono e rimetterli a contatto con la realtà, la terra e il creato. In questo quadro, la famiglia del bosco è un modello, magari perfettibile, ma comunque un modello. Lo stile di vita che i Trevallion hanno proposto ai loro figli è più sano, equilibrato e psicologicamente costruttivo di quello a cui sono sottoposti troppi minorenni italiani ed europei. Eppure loro sono perseguitati e rieducati, mentre i genitori che non riescono o non vogliono allontanare i figli dal tablet non hanno problemi.
Vero: il bosco può essere pieno di pericoli, ostile. Ma i mostri, quelli più pericolosi, stanno in città. Fra di noi.
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Tifosi bosniaci in trasferta a Cardiff. Nel riquadro, l’esultanza degli azzurri al fischio finale di Galles-Bosnia (Ansa)
Dopo aver sofferto nel girone contro avversari come Israele e Moldavia e aver battuto non senza difficoltà una modestissima Irlanda del Nord, 69ª nel ranking Fifa e composta perlopiù da giocatori che mediamente galleggiano tra Championship e League One - per intenderci le nostre serie B e C - gli azzurri si preparano a volare a Sarajevo con delle premesse tutt’altro che rassicuranti. A cominciare dalla scena del post partita di Bergamo mandata in onda in diretta dalla Rai. Tra un commento e l’altro di telecronisti e opinionisti, a un certo punto le telecamere inquadrano un gruppetto di calciatori della Nazionale, da Federico Dimarco a Pio Esposito, da Guglielmo Vicario ad Alex Meret e Sandro Tonali, tutti raccolti davanti a uno schermo, sorridenti e soddisfatti dell’esito dei calci di rigore che ha decretato la Bosnia nostro prossimo avversario, anziché il Galles.
Come a dire: meglio così, ostacolo più morbido, trasferta meno insidiosa. Un riflesso istintivo e umano, forse, ma anche un segnale profondamente sbagliato e sintomatico di almeno due fattori: il primo, lo stato di paura e ansia da prestazione che da tempo accompagna questa Nazionale; il secondo, la dimostrazione che il gruppo non ha recepito il grado di difficoltà rappresentato dalla trasferta che li attende nei Balcani. Tra tre giorni i nostri azzurri troveranno un clima che definire infuocato è quasi un eufemismo. E non solo per il catino bollente in cui si giocherà. Ma partiamo da qui. Si chiama Bilino Polje, ed è un impianto stretto e incastonato dentro il tessuto industriale di Zenica, città a 70 chilometri a Nord rispetto a Sarajevo. È lì che la federazione bosniaca ha scelto di trascinare l’Italia per lo spareggio mondiale. Altro che stadi moderni o quel Millennium Stadium di Cardiff che tanto terrorizzava gli azzurri.
Qui si gioca addosso alla gente, tra palazzi, fabbriche e colline che chiudono l’orizzonte. Un’acustica roboante. Capienza di 13.362 posti a sedere, ridotti a 8.800 a causa di sanzioni imposte dalla Fifa per «comportamento scorretto della squadra, discriminazione, razzismo, utilizzo di materiale pirotecnico, disturbo durante gli inni nazionali e mancanza di ordine e disciplina dentro e fuori lo stadio» dopo il match contro la Romania dello scorso 15 novembre. Facile dunque aspettarsi un’accoglienza e un’atmosfera durissima, quasi soffocante. Per avere un’idea più chiara di che tipo di tifoseria si tratta, alla vigilia di Galles-Bosnia, alcuni ultrà dello Zrinjski Mostar, squadra bosniaca di etnia croata, hanno teso un agguato a un gruppo di connazionali tifosi dell’altra squadra della città, il Velez Mostar, che si recavano all’aeroporto di Sarajevo per volare in Galles a sostenere la propria Nazionale. Inoltre, sullo sfondo c’è un’altra questione ambientale non di poco conto che va tenuta in considerazione e che richiama direttamente l’orgoglio di una Nazione che si alimenta anche di rivalità e memorie recenti.
L’inchiesta sul cosiddetto «Sarajevo Safari» e sui presunti «turisti di guerra» italiani accusati di essere andati in Bosnia tra il 1992 e il 1996 per assassinare civili per puro divertimento, si porta dietro un carico simbolico e mediatico che non può e non deve essere trascurato e che contribuisce a creare un clima già incandescente e che non aveva alcun bisogno di essere alimentato ulteriormente. In un contesto simile, ogni gesto, ogni atteggiamento può essere amplificato. Infatti, la scena dell’esultanza degli azzurri davanti alla tv ha immediatamente provocato reazioni di sfida dai nostri prossimi avversari: «Guardate che mancanza di rispetto degli italiani.
E che arroganza. Hanno festeggiato la nostra vittoria ai rigori: ne terremo conto a Zenica». Una scenetta del tutto fuori luogo e della quale, ne siamo quasi certi, il primo a esser scontento è Gennaro Gattuso, che dopo la vittoria con l’Irlanda del Nord ha provato immediatamente a riportare tutti sulla terra ricordando che martedì servirà «scalare una montagna» per andare al Mondiale. Non solo per i motivi ambientali di cui sopra. Anche tecnicamente, la squadra capitanata da Edin Dzeko non è da sottovalutare: sia perché è superiore all’Irlanda del Nord con cui abbiamo fatto fatica, sia perché è andata a espugnare, seppur ai rigori, quel Millennium Stadium di Cardiff che tanto incuteva terrore ai nostri.
Pure il tribunale dei social ha bocciato il facile entusiasmo degli azzurri: «Questa esultanza la pagheremo a caro prezzo». «Imbarazzante. Non ci qualifichiamo dai tempi di Ponzio Pilato e abbiamo pure il coraggio di fare gli sbruffoni». «È già scritto che siamo fuori. Il karma poi torna indietro». «La disfatta di Zenica». «La figura di m… è alle porte». «Ottimo, lo psicodramma è stato apparecchiato a dovere». Sono solo alcuni dei commenti tra i più gettonati, ma più che mai eloquenti di un fatto, più che di un’opinione: mentre i giocatori della nostra Nazionale si divertono davanti alla tv, a Zenica la Bosnia giocherà la partita della vita e avrà tutto da guadagnare, mentre l’Italia tutto da perdere. Dove il tutto è rappresentato dalla qualificazione a un Mondiale dopo 12 anni. E a questo punto, dopo lo sfottò, anche la faccia da non perdere. Perché gli ingredienti perfetti per la ricetta di un disastro sembrano esserci proprio tutti.
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