Ai ragazzi che vanno in piazza per sfasciare negozi, vetrine, scontrarsi con le forze dell’ordine e mettere a ferro e fuoco le strade, vorrei girare una testimonianza di piena solidarietà alle loro violenze che viene dal passato. Il primo giugno del 1915 Benito Mussolini scrive a Giovanni Papini su carta intestata del Popolo d’Italia, di cui era fondatore e direttore, e gli dice che gli hanno censurato un articolo di elogio delle violenze di Milano. E ne riassume così le tesi.
«Milano è stata magnifica mercoledì scorso. Non meno di cento negozi tedeschi sono stati letteralmente distrutti. In serata come auto-da-fe in cento strade riducevano in cenere i mobili di altrettante famiglie tedesche. Ti immagini un pianoforte scaraventato in strada da un quinto piano? Milano aveva un aspetto fantastico e terribile. Chi non ha assistito a quella giornata indimenticabile, non può farsi un’idea di ciò che è capace di fare la folla milanese, quando è invasa dallo spirito della rivolta e della distruzione». A parte il riferimento ai tedeschi, sembra che stia descrivendo le violenze di questi giorni, e ne sia esaltato. L’unica differenza è che molti di quei giovani che allora misero a ferro e fuoco Milano poi andarono a combattere nel nome dell’Italia, e alcuni ci lasciarono la pelle. Qui invece sono tornati sani e salvi a casa. Farà piacere sapere ai ragazzini sfascisti che da lontano li benedice Mussolini, è spiritualmente con loro. Quel Mussolini che pochi anni dopo impose l’ordine, passò coi tedeschi che allora detestava e finì appeso a Piazzale Loreto, a Milano, in quella terribile macelleria a cielo aperto.
Cosa vogliono davvero i giovani di oggi?
Ma torniamo all’oggi. Cosa vogliono i giovani? Risuona questa domanda sui media e sulla bocca della gente e mi pare di tornare al Novecento, che fu il secolo dei giovani e del loro primato, del loro ruolo di battistrada della storia e del nuovo. Quella domanda presuppone che ci sia una specie di unità generazionale, uno statuto ideale e psicologico della gioventù che li unisce.
Non ci chiediamo mai: ma cosa vogliono i vecchi, o gli anziani? Ciascuno fa storia a sé, mentre per i giovani usiamo ancora una classe bio-politica per designare una comune volontà in movimento e mobilitazione. In realtà dici giovani e non hai detto niente o quasi: l’unico tratto che li accomuna è l’anagrafe della contemporaneità. E l’unico tratto universale che accomuna gran parte di loro è che sono creature bio-tech, con una spiccata attitudine all’uso della tecnologia, fin quasi all’amalgama tra corpo, mente e propaggine tecnologica.
Possiamo azzardarci a distinguere i giovani dagli anziani proprio sulla base della tecnologia: entrambi sono fruitori massicci e abituali, ma i primi sono in prevalenza attivi, i secondi in prevalenza passivi, ovvero i primi la maneggiano con disinvoltura, hanno più confidenza col mezzo a cui si sentono quasi parenti; gli anziani, invece, usufruiscono della tecnologia ma sono recettori passivi e ripetitivi, non sperimentali e non innovatori, non li padroneggiano con la velocità e la consonanza dei ragazzi.
La tecnologia non crea una generazione unita
Ieri come oggi è una generalizzazione impropria chiedersi: ma cosa vogliono i giovani? Anche ai tempi del Sessantotto, la rivolta giovanile per antonomasia, e anche prima, ai tempi del movimento studentesco della prima guerra mondiale e delle rivoluzioni politiche, e anche dopo, ai tempi degli Anni di piombo e degli scontri di piazza, quella domanda – cosa vogliono i giovani – nasceva in realtà da una sineddoche, perché usava la parte per il tutto, anzi una minoranza netta, diciamo la decima parte dei giovani per indicare l’intera gioventù.
Ai tempi del Sessantotto la contestazione giovanile permeò un clima, un mondo ma larga parte dei giovani non furono attivamente coinvolti; molti ragazzi allora non si accorsero del Sessantotto, non lo ritennero diverso dagli anni precedenti o da quelli successivi, videro qualche manifestazione in più ma quel che cambiò avvenne come negli anni precedenti e seguenti, senza condensarsi in un anno o in un movimento giovanile.
A maggior ragione oggi, l’uniformità indotta dalla tecnologia e dal conformismo global non conforma le residue volontà e non conduce i ragazzi a scendere compatti per strada. A parte le ramificazioni della protesta tra chi ha come scopo la violenza e lo sfascio, chi invece ha di mira risultati politici e antigovernativi, chi invece manifesta per specifiche carenze o istanze, gran parte della gioventù è estranea a quel magma ribollente, si tira indietro, lo contesta, o ne rifugge.
Rispetto al passato, abbiamo meno voglia di futuro, meno attesa di cambiamenti salvifici, più timore di cambiamenti catastrofici. E rispetto al passato, i ragazzi non sono una categoria in espansione ma in ritirata, costituiscono una secca minoranza della popolazione, appena ingrossata dai flussi migratori e dalle seconde generazioni.
Giovani più vulnerabili e un futuro senza certezze
Qual è la differenza tra i giovani di oggi e i giovani di ieri, o se vogliamo tra i giovani oggi e gli anziani di oggi? Non sono più stupidi di quelli di ieri o dei loro genitori né sono più violenti; la vera differenza è che hanno meno termini di paragone, non sanno cosa sia vivere in una società predigitale, non conoscono altri mondi e altra storia oltre quella in cui vivono.
Conoscono il mondo virtuale della tecnologia ma conoscono meno i mondi reali della vita. Conoscono più lontananze, ma conoscono meno le prossimità, ciò che è loro vicino. Sono stati allevati alla singolarità, o meglio all’individualismo globale di massa. E non sono più violenti ma più vulnerabili e più ego-centrati (ed ego-frustrati); anche la violenza è una delle reazioni alla loro vulnerabilità, oltre che all’estraneità del mondo esterno.
Oggi ci sono meno possibilità di incanalare l’esuberanza e la violenza rispetto al tempo in cui periodicamente si facevano le guerre. Resta lo sport ma quello praticato; quando invece la pulsione violenta si incanala nella passione degli spalti, allora riproduce la violenza ai margini delle competizioni sportive.
Alcol, droga e violenza: le vie di fuga dei giovani
Ci sono poi rispetto al passato, da almeno mezzo secolo, e anche più, alcune possibilità di ebbrezze fuoruscendo dal contesto e dalla misura dei rapporti sociali. Alcol, velocità e droga, sono i tre mezzi di evasione più praticati. Un tempo c’era solo l’alcol. E c’è un maggior abuso della notte, un inoltrarsi da svegli o da sonnambuli nelle ore piccole e malfamate.
Rispetto al passato ha minor corso il sesso e sono sempre meno frequenti i gruppi misti di maschi e femmine. Restano invece molto alti, se non più alti, gli abusi sessuali, le violenze e gli stupri, soprattutto tra chi ha meno possibilità di praticarlo pur avendo una forte e frustrata esuberanza ormonale (in particolare i giovani migranti).
Tornando alla domanda da cui siamo partiti: cosa vogliono i giovani? Vogliono tutto, non vogliono nulla, vogliono il nulla, ma soprattutto non vogliono le stesse cose. Non sono una generazione di giovani ma molecole di un mondo disgregato e difficilmente componibile, in miliardi di pezzi.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >