Non sollecitano le forze dell’ordine e la magistratura a fare il proprio dovere, che consiste nel mettere in galera i responsabili delle aggressioni e dei furti. No, loro condannano i fatti, ma mai le persone che li hanno commessi, perché quelle, come ci hanno spiegato fior di politici e intellettuali in questi giorni, bisogna capirle. È la sociologia applicata al crimine: invece del codice penale ti devi munire di un trattato che individui le ragioni del disagio.
Un esempio di questa curiosa teoria l’ho avuto l’altra sera in tv, quando, commentando i fatti di Milano, mi sono trovato ad ascoltare l’onorevole Pina Picierno, europarlamentare del Pd. La quale, dopo aver condannato le violenze, non ha auspicato che gli autori venissero al più presto perseguiti e tolti dalla circolazione affinché non ripetessero altri assalti come quelli visti domenica.
No, ha spiegato, come tutti quelli che non vogliono mai dire chiaro ciò che pensano, che il fenomeno è molto più complesso e non basta affrontarlo con provvedimenti duri, abbassando l’età della punibilità, ma bisogna chiudere TikTok, ovvero il social network usato dai ragazzini.
Fosse per me chiuderei quella e anche tutte le altre piattaforme che vanno per la maggiore fra i giovani. Tuttavia, non credo che il problema si risolva così. Innanzitutto, perché la legge stabilisce che le responsabilità sono individuali e non collettive. Dunque, se qualcuno commette un reato, ne risponde personalmente, non la piattaforma dove questo individuo è cresciuto confondendo il divertimento con la realtà.
Io penso che quelli di Ultima generazione siano imbevuti di ideologia rosso-verde fino al midollo, ma non dico di chiudere i loro siti, bensì auspico che chi si rende responsabile di blocchi stradali e di imbrattare i monumenti sia punito duramente. Perciò se chi compie furti con scasso è minorenne non me la prendo con i social da cui i ragazzini si abbeverano, ma chiedo di cambiare la legge per renderli punibili, così come credo che debba essere punito un tredicenne che accoltella un compagno.
Ovviamente questo ragionamento di buon senso non è capito dalle Pine Picierno, le quali avendo negli anni sviluppato la cultura del benaltrismo sono sempre pronte a dire che il problema da affrontare non è quello sotto gli occhi di tutti, ma un altro.
La colpa è di volta in volta della società, della scuola, del consumismo, dei genitori lasciati soli e dei social di cui i genitori hanno consentito l’uso ai propri figli, ma non è mai del singolo che ha commesso il reato. Non è mai della cultura giustificazionista e perdonista che per anni la sinistra ha predicato.
Qui non si tratta di chiudere TikTok, cosa che, ribadisco, per conto mio si può fare anche domani mattina. Qui si tratta di riprendere il controllo delle nostre città, di assicurare alla legge i delinquenti, minorenni o maggiorenni che siano, di porre la parola fine a un’accoglienza che sta mettendo a rischio (come disse anni fa un ministro del Pd) la tenuta sociale del nostro Paese.
La maggior parte dei ragazzi fermati per le devastazioni di Milano sono immigrati di seconda o terza generazione. Come El Koudri, il terrorista di Modena, parlano la lingua italiana e hanno la cittadinanza, ma si sentono stranieri. Spesso odiano il nostro Paese e infatti lo devastano.
Non siamo noi a doverli integrare, perché più che offrire loro l’istruzione, la sanità e spesso pure la casa gratis e un sussidio, altro non possiamo fare. Sono loro a doversi integrare. E se non ci riescono non c’è da capirli, come dicono gli esponenti della sinistra: c’è solo da rinchiuderli.
Aggiungo un’ultima riflessione, visto che in tanti, a cominciare da Sergio Mattarella per finire a Mario Draghi, dicono che bisogna ascoltare i giovani. Io credo che si debbano ascoltare gli italiani, in particolare quelli che lavorano, producono e pagano le tasse. Sono loro, che con impegno e fatica, tengono in piedi questo Paese e assicurano un futuro a giovani e meno giovani.
Se qualche ragazzino, come l’onorevole rossoverde Aboubakar Soumahoro, rivendica il diritto all’eleganza, cominci a rimboccarsi le maniche invece di svaligiare i negozi. Poi ne parliamo.
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