Dall’ordinanza con cui il gip di Milano, Tiziana Landoni, ha disposto la scarcerazione di Youssef Siher ho appreso una quantità di informazioni interessanti. La prima è che se sei nato in Italia, dimori nel territorio dello Stato dove risiedono anche tua moglie e tua figlia e, in sovrappiù, lavori qui, il pericolo di fuga «non è ravvisabile».
Immagino che le persone nate in Italia, con moglie, figlia, lavoro e casa in Italia, che pure sono finite in carcere con la sola ipotesi che potessero prendere il largo, d’ora in poi si sentiranno più felici.
Soprattutto faranno i salti dalla gioia nell’apprendere che, nonostante un gip possa modificare i capi d’incolpazione e pure le ragioni che rendono necessaria la carcerazione, al giudice di Milano non è neanche passato per la testa che Siher possa reiterare il reato che gli viene contestato o possa inquinare le prove, dato che vive con un’indagata, ossia la moglie.
Finalmente, dopo anni di giustizialismo che hanno consentito l’arresto di centinaia se non migliaia di persone, lontanamente sospettate di qualche cosa, grazie al gip Landoni nel nostro Paese si fa strada la cultura garantista che premia gli indagati, riconoscendo che si è innocenti fino a prova contraria. Anzi: fino a sentenza definitiva e, dunque, stop alla carcerazione preventiva
Ma poi, grazie all’ordinanza, ho capito che anche sollecitare i manifestanti a sfondare i cordoni delle forze dell’ordine non è un atto violento, bensì solo un atto di disobbedienza civile.
In pratica, Siher è una specie di Marco Pannella, anzi, di Mahatma Ghandi che protesta civilmente «esortando gli utenti-manifestanti alla massima responsabilità individuale e collettiva, all’osservanza delle indicazioni a loro fornite, auspicando la creazione di un movimento dal basso».
Youssef era talmente preoccupato che non ci fossero violenze da mettere in Rete le istruzioni per l’uso della rivoluzione, facendole seguire da un manualetto con i capi di abbigliamento e gli accessori da indossare per non farsi trovare impreparati dalla rivolta.
Seguivano indicazioni su come proteggersi, sui cappucci da calare, sui guanti e sul kit di pronto soccorso di cui dotarsi. Davvero un bravo ragazzo, questo Siher: uno che si spendeva affinché le manifestazioni fossero consapevoli.
Infatti, suggeriva i compiti da assegnare a ciascuno una volta in piazza, stabilendo chi avrebbe dovuto eseguire azioni di primo soccorso, chi avrebbe dovuto accompagnare i feriti fuori dalla folla per curarli, a chi spettava far partire i cori e chi avrebbe dovuto assicurarsi che nessuno restasse indietro.
Insomma, tutti dovevano fare la propria parte e, infatti, il vademecum si concludeva con un perentorio invito: «Non essere passivo e inutile: anche tu sei parte della rivoluzione». Leggendo ciò che riporta il gip, si capisce chiaramente che Siher è un disobbediente, ma civile. Infatti, lo sfondamento di un cordone di polizia non configura minimamente la resistenza a pubblico ufficiale, reato punito con una pena che va da sei mesi a cinque anni.
Ma non si configura neppure la disobbedienza alle leggi, altro reato punito con una pena simile alla precedente, perché, per l’appunto, la disobbedienza era civile.
Vi state, forse, chiedendo se sia stata violata la legge Reale, quella che punisce con una pena da uno a due anni di carcere chi usa caschi o altri mezzi per rendere difficile il riconoscimento?
Il Codice penale spiega che, nel caso in cui il travisamento avvenga nel corso di una manifestazione, la pena è aumentata ma se il corteo è consapevole come si fa a mettere uno in carcere?
E poi, è vero che la legge stabilisce che i raduni debbano essere comunicati e autorizzati, ma se c’è di mezzo un ideale non si può andare troppo per il sottile.
Insomma, leggendo l’ordinanza ho imparato tante cose e la più importante è che il Codice penale si applica a giorni alterni, come le targhe. Se commetti un reato nel giorno pari ti condannano, se invece fai qualche cosa di illecito nel giorno della rivoluzione allora non solo ti scarcerano ma diventi pure una vittima.
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