siher scarcerato
Youssef Siher esce dal carcere di San Vittore (Ansa)

Per la Procura di Milano avrebbe organizzato una sommossa, sventata soltanto grazie all’intervento della polizia. Per il gip Tiziana Landoni, invece, Youssef Siher aveva messo in piedi una mobilitazione politica, senza che emergessero gravi indizi di istigazione alla violenza.

La nuova chiave di lettura giudiziaria è questa: Siher, in versione agitatore telematico moderato, avrebbe voluto «promuovere una coscienza collettiva» invitando alla «disobbedienza civile».

E per questo va scarcerato subito. Ieri, dopo la decisione del gip, ha lasciato San Vittore al centro di un cordone protettivo dei suoi sostenitori.

Resta indagato, insieme alla moglie, Sagia Hammoud, a piede libero con le accuse di istigazione per delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e violenza organizzata in manifestazioni pubbliche.

Stessi messaggi, medesimi documenti sequestrati, identici accertamenti investigativi. Ma due valutazioni diametralmente opposte. Da una parte, il pubblico ministero che descrive un «piano criminoso» e una «condotta istigatrice realmente efficiente ed efficace»; dall’altra, il giudice che esclude i gravi indizi di colpevolezza e rimette in libertà il ricercatore di origini marocchine di seconda generazione, amministratore dei canali del Movimento 17 ottobre.

Nei gruppi circolavano proposte di assaltare banche e strutture pubbliche. Il gip non ignora questi elementi. Ma non ritiene dimostrato che Siher li abbia utilizzati per istigare a commettere reati i frequentatori della chat di Telegram che aveva creato. Il punto più controverso riguarda la manifestazione del 24 ottobre.

Sul computer sequestrato gli investigatori hanno trovato due messaggi programmati per comunicare ai partecipanti i luoghi dei nuovi concentramenti. Secondo il pm, quelle indicazioni avrebbero potuto innescare nuove violenze.

E le nuove rivolte non si sarebbero verificate «solo grazie all’intervento della polizia giudiziaria», che avrebbe impedito l’invio delle indicazioni necessarie «per dare corso alla sommossa». Il gip, invece, non ritiene dimostrato che quegli appuntamenti fossero destinati a trasformarsi in devastazioni.

«L’indagato», scrive il giudice, «non prospetta mai il ricorso ad azioni violente o l’adozione di comportamenti integranti fattispecie di reato, né risulta aver evocato le gravi violenze verificatesi nelle giornate del 17 e del 18 ottobre (da lui neppure menzionate) quale modello di attuazione delle forme di protesta e di mobilitazione collettiva da lui proposte».

Il manuale della rivoluzione e le chat del Movimento 17 ottobre: cosa contesta la Procura

C’è, poi, il manuale del rivoluzionario. Il documento «Rivoluzione, istruzioni per l’uso», trovato sul computer dell’indagato, conteneva indicazioni sull’abbigliamento da utilizzare durante le manifestazioni e sulle modalità per affrontare gli sbarramenti delle forze dell’ordine.

Il gip, però, osserva che il documento completo non risulta pubblicato su Telegram e che le indicazioni esaminate non bastano a dimostrare un’istigazione a commettere reati: «Le pagine pubblicate non contengono riferimenti a strumenti offensivi da utilizzare nel corso delle manifestazioni contro le forze dell’ordine, né istruzioni per reagire dinnanzi al lancio di lacrimogeni».

La stessa distanza tra accusa e giudice emerge dai messaggi violenti. Nelle chat del Movimento 17 ottobre alcuni utenti proponevano di assaltare banche e strutture pubbliche.

Uno scriveva: «Spaccare gli istituti di credito è giusto». Un altro ragionava sull’opportunità di colpire le strutture politiche. Comparivano persino immagini di oggetti utilizzabili per compiere danneggiamenti.

Il gip non nega che questi contenuti siano circolati. Ma osserva che non erano stati scritti da Siher. È da pagina 25 in poi che l’ordinanza del gip sembra trasformarsi in un’operazione di santificazione giudiziaria di Siher (anche se a un certo punto viene ribattezzato «Sehir»).

Dalla «guerra» a Meloni alla militarizzazione delle piazze: la lettura del gip

Il giudice non si limita a escludere i gravi indizi di colpevolezza: passa in rassegna i messaggi, attribuendo loro una lettura favorevole. Lo slogan «Meloni dichiara guerra al futuro di questo Paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame» diventa una generica «dichiarazione di guerra» al «presente infame», priva, secondo la Landoni, di «specifici e concreti riferimenti ad azioni violente».

Il proposito di avviare una mobilitazione «rivolto al presente» viene interpretato come volontà di promuovere una «stabile forma di protesta». Persino il progetto di «militarizzare le nostre piazze» viene ricondotto alla critica politica del governo.

L’indagato «non prospetta mai l’attuazione di azioni violente o l’adozione di altri comportamenti integranti reato». E gli inviti alla prudenza diventano la prova di un organizzatore che cerca di evitare disordini.

La Landoni arriva a definire «assolutamente generico» l’invito a partecipare alle manifestazioni «senza esaltare, in alcun modo, le condotte violente».

Infine, il pericolo di fuga. Il pm lo aveva motivato richiamando le «particolari abilità e capacità di muoversi» di Siher e i suoi «contatti relazionali». Il gip considera insufficienti questi elementi, osservando che l’indagato ha legami familiari e lavorativi in Italia e che non risultano preparativi concreti per sottrarsi alle indagini.

Meloni attacca la scarcerazione: «Una decisione vergognosa»

La scarcerazione, però, ha provocato la durissima reazione del presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.

«Una decisione vergognosa», l’ha definita il premier in un video pubblicato sui social, aggiungendo: «Lo dirò senza mezzi termini. Considero vergognosa la decisione della gip di Milano di non convalidare l’arresto di Youssef Siher», accusato di gestire il gruppo Telegram Movimento 17 ottobre, «cioè», commenta la Meloni, «la pagina che incitava l’organizzazione di quelle manifestazioni che poi abbiamo visto portare alla devastazione di diversi esercizi commerciali a Milano».

Il premier ha definito il provvedimento «una mortificazione insopportabile del lavoro delle forze dell’ordine, degli inquirenti, del ministero degli Interni e in generale di tutti coloro che si adoperano per difendere la gente perbene dal rischio di vedere devastate le proprie città e i propri esercizi commerciali».

Poi l’affondo: «Davvero non so come possa uno Stato normale difendere le persone perbene di fronte a queste decisioni di certa magistratura».

Parole che riportano anche alle valutazioni del peso attribuito dal giudice agli elementi raccolti dagli inquirenti.

Il risultato è un ribaltamento della prospettiva accusatoria: ciò che per la Procura rappresentava una sequenza di indizi di istigazione viene ricondotto dal gip al semplice esercizio della protesta politica.

Le hanno affidato pure il caso Ramy

di François de Tonquédec

Per Riccardo De Corato, deputato di Fratelli d’Italia, la decisione del gip di Milano Tiziana Landoni, che ha scarcerato Youssef Siher, è «ancora più inaccettabile dal momento che la stessa» toga «ha firmato un appello per Gaza, dimostrando così in modo inequivocabile la sua partigianeria e parzialità». «Tutto ciò», ribadisce l’esponente di Fdi, «è inaccettabile».

In effetti il nome del giudice milanese compare al numero 767 dell’elenco dei firmatari dell’«Appello dei giuristi per Gaza», pubblicato dalla rivista Giustizia insieme, caratterizzata da un comitato scientifico piuttosto trasversale, che spazia dall’ex membro laico del Csm in quota Forza Italia, Giorgio Spangher, all’ex presidente dell’Anm, Giuseppe Santalucia.

Il tribunale di Milano difende Landoni: «Gli attacchi alla persona vanno respinti»

Nel testo dell’appello firmato dalla Landoni si legge: «Di fronte alle notizie sulla violazione sistematica e protratta del diritto alla vita e degli altri diritti fondamentali della popolazione civile di Gaza, il silenzio ha smesso da tempo di essere un’opzione.

Come giuristi, sentiamo il dovere di ricordare che lo Stato italiano, per Costituzione e per legge, e con l’adesione a trattati e convenzioni, ha scelto la tutela dei diritti fondamentali e la persecuzione dei crimini internazionali». Una presa di posizione che, alla luce della militanza pro Pal di Siher, ha scatenato le ire di De Corato e di altri esponenti di Fdi.

In una nota, il presidente del tribunale di Milano, Fabio Roia, e il presidente della sezione gip-gup, Vincenzo Maccora, hanno difeso la collega: «La responsabile libertà di giudizio non può risentire di aspettative politiche o di suggestioni estranee al procedimento. La decisione può essere criticata e impugnata con i mezzi previsti dall’ordinamento ma gli attacchi alla persona a cui compete di giudicare in un contesto sociale obiettivamente complesso devono essere respinti».

Dalla condanna per terrorismo al caso Ramy: gli altri procedimenti affidati alla gip

Per un curioso scherzo del destino, nel 2024, nel suo ruolo di gup a Milano, dove è arrivata proveniente dal tribunale di Busto Arsizio, la Landoni aveva condannato a 5 anni di reclusione per partecipazione ad associazione con finalità di terrorismo, con rito abbreviato, Alaa Refaei, 45 anni egiziano con cittadinanza italiana, una delle due persone arrestate il 17 ottobre 2023 per aver portato avanti, per l’accusa, su gruppi online «una consapevole e deliberata attività di proselitismo via social a favore dell’Isis, oltre che finanziamenti, in particolare, per donne vedove di combattenti jihadisti.

Dagli atti delle indagini del pm Alessandro Gobbis, della Digos e della polizia postale, era emerso anche che Refaei, nel 2022, rispondendo a un commento in un video nel quale vi era l’immagine della presidente del Consiglio Giorgia Meloni con Silvio Berlusconi, aveva scritto: «Sappiamo benissimo come zittirli e fermarli al momento giusto… viviamo con loro da banditi … pronti a colpirli a ciabattate…».

Nel curriculum milanese della toga anche tre condanne fino a 3 anni e 2 mesi di reclusione (sempre con il rito abbreviato) e un patteggiamento a un anno e 11 mesi, in un filone autonomo scaturito dall’inchiesta milanese sul caso Equalize, slegato dai presunti dossieraggi e report illegali si quello principale, ma un’accusa di estorsione anche con l’aggravante mafiosa.

La morte di Ramy Elgaml, sei carabinieri indagati e le accuse ai militari dell’Arma

E dal 24 settembre scorso, la gup Landoni ha iniziato ad affrontare un altro caso delicato, i cui esiti potrebbero far discutere. Alla toga è stata, infatti, affidata l’udienza preliminare sul caso della morte, avvenuta il 24 novembre 2024 al Corvetto di Milano, del diciannovenne Ramy Elgaml.

Udienza a carico del carabiniere Antonio Lenoci, che era alla guida della macchina inseguitrice, per omicidio stradale con «eccesso colposo nell’adempimento del dovere», e di Fares Bouzidi, che guidava lo scooter inseguito per 8 km, sempre per concorso in omicidio stradale.

Imputati anche altri sei carabinieri accusati, a vario titolo, di favoreggiamento, depistaggio e falso nel verbale d’arresto dell’amico di Ramy, accusa quest’ultima di cui risponde anche Lenoci.

E proprio le contestazioni ai militari dell’Arma sono già state oggetto di critiche da parte di numerosi esponenti del centrodestra.

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