consulta pro vita
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La domenica, forse, si riposerà. Dopo due giorni di infaticabile presidio mediatico. Giovanni Amoroso, presidente della Consulta, prima ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera, uscita venerdì; poi, ieri, ha parlato sul palco della festa del Foglio.

Una memorabile doppietta, dalla quale si può ricavare la legge ferrea dei giudici: il Parlamento è libero, sì; ma di fare quello che stabilisce la Corte.

Così, alla legge elettorale, argomento sul quale la politica dovrebbe godere di ampi margini di discrezionalità, tocca attenersi scrupolosamente ai paletti fissati dalle sentenze e superare le forche caudine del controllo di costituzionalità; sul fine vita, invece, il Parlamento, di quei vincoli, può infischiarsene. Purché lo faccia per liberalizzare la morte anziché per difendere la vita.

Amoroso, fine vita e legge elettorale: «Il Parlamento può allargare»

«L’eutanasia», ha ribadito Amoroso, «la Corte costituzionale l’ha respinta». Certo: ha certificato che, in Italia, in virtù della Carta fondamentale, non esiste un diritto a morire. «Ma è possibile», ha aggiunto lui, «che i presupposti di non punibilità dell’aiuto al suicidio siano disegnati dal Parlamento in termini più ampi, introducendo un condizionamento meno rigoroso».

Badare bene: le Camere possono legiferare esclusivamente per definire dei «termini più ampi», un «condizionamento meno rigoroso». Alla Corte non andrebbe bene una legge sul fine vita dai termini più restrittivi e con un condizionamento più rigoroso, rispetto al diktat dei precedenti verdetti.

La sovranità esiste, ma si esercita in un unico senso. Amoroso si proclama cattolico, però, come ha spiegato l’altro ieri al quotidiano di via Solferino, «il congedo dignitoso dalla vita non può essere tenuto fuori dalla porta».

Bisognerebbe spiegarlo al Papa, reduce dal monito sulle leggi che autorizzano la soppressione dei malati, che ci sono modi non dignitosi di morire, ai quali il suicidio assistito dovrebbe porre rimedio.

Melonellum, la Consulta fissa i paletti e accelera i tempi

Sul Melonellum, ieri, al Foglio, il presidente della Consulta ha ripetuto ciò che aveva già illustrato al Corsera. Tra un suo intervento e l’altro, è subentrata la firma della nuova normativa da parte di Sergio Mattarella: il Colle, insomma, non ha rilevato evidenti profili di incostituzionalità.

Amoroso ha confermato che l’orientamento delle toghe si baserà sui pronunciamenti pregressi: «Ci sono dei principi», ha ribadito, «e questi costituiscono il binario per una valutazione». Se il punto di riferimento saranno i verdetti sul Porcellum e sull’Italicum, l’impianto principale dello Stabilicum dovrebbe reggere: a differenza della legge Calderoli, esso indica, per il premio di maggioranza, una soglia minima piuttosto ampia, il 42% dei voti in entrambe le Camere, nonché un limite ai seggi assegnabili.

Della legge voluta da Matteo Renzi, in effetti, i giudici avevano bocciato ballottaggio e collegi scelti a piacimento dagli eletti, non il premio di maggioranza.

Amato difende la legge elettorale: «Non tutto ciò che non piace è incostituzionale»

Ieri, pure Giuliano Amato, ex numero uno della Consulta, ha dichiarato che il Melonellum «potrà funzionare» e che, al limite, «una cosa che può meritare censura» è l’aumento da 1.500 a 6.000 delle firme necessarie alle liste che intendono presentarsi per la prima volta. «Molti miei colleghi costituzionalisti», ha insistito, «fanno con questa legge elettorale l’antico gioco che faceva il Pci: tutto ciò che non mi piace è incostituzionale».

I vari nodi che potrebbero essere oggetto di contestazioni somigliano a sottigliezze da giuristi, che persino la sinistra sembra non padroneggiare. Elly Schlein, sempre alla manifestazione del Foglio, dopo tante prediche sul presunto sgarbo che l’obbligo di indicare il candidato premier rappresenta nei confronti del Quirinale, l’unico a poter nominare il presidente del Consiglio, ha rinfacciato a Giorgia Meloni di non aver detto «al Paese quando si andrà a votare». Dimenticando che anche quella di indire le elezioni è una prerogativa del Colle.

Pacifismo e fine vita, Amoroso interviene nel dibattito politico

Intanto, Amoroso aveva già indirizzato una specie di avvertimento alla maggioranza, in cui molti confidano nel voto a primavera, magari nella speranza di schivare eventuali bocciature della legge elettorale: «La Corte», ha assicurato nell’intervista al Corriere, «potrà decidere di dimezzare i termini» della decisione.

Dev’essere sempre in nome del «riserbo» da lui rivendicato che, ieri, il capo della Consulta ha scelto di esprimersi pure su altre tematiche di stringente attualità.

Il pacifismo, ad esempio: «Nella Costituzione c’è l’articolo 11», ha sottolineato, «ma c’è anche l’obbligo di difendere il Paese. L’articolo 11 sta a significare che l’Italia ripudia la guerra, in questo senso è pacifista. Ma c’è un’istanza difensiva parimenti riconosciuta a livello costituzionale, è più che legittima».

Sarà obbligatorio anche mandare armi all’Ucraina? Non è mancata la battuta sul pericolo fascista: vivaddio, «lo spazio di manovra è affidato al legislatore. Si distingue tra l’espressione del pensiero che è una cosa e quando si travalica e si traduce in azione, con il rischio che il limite sia superato». Significa che alla Corte è chiara la differenza tra parole e atti. Non è poco, in un’epoca di strascichi degli isterismi woke.

Data l’attitudine al protagonismo dei predecessori di Amoroso – Marta Cartabia, lo stesso Amato, Augusto Barbera, Silvana Sciarra – ormai stupisce poco che un presidente della Consulta si lasci tirare dentro il dibattito politico.

È pur vero che, tra un mese, scadrà il novennio di Amoroso. Gli manca il tempo sia per accelerare il giudizio sul Melonellum, sia per esercitare altre pressioni sul Parlamento, affinché adotti una disciplina «meno rigorosa» sul suicidio assistito. Il lato positivo? Presto non dovrà più preoccuparsi del «riserbo». Nemmeno per finta.

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