Una donna in carcere e, nel riquadro, Monica Busetto a sinistra e Susanna Lazzarini a destra, entrambe condannate per l’omicidio di Lida Taffi Pamio
Il caso di Monica Busetto e Susanna Lazzarini, entrambe condannate per l’omicidio di Lida Taffi Pamio, riapre il dibattito sul precedente giudiziario che ricorda Garlasco (iStock)

L’altra Garlasco è una storia che non conosce nessuno. Anche qui ci sono due colpevoli per un solo omicidio. Anche qui ci sono due assassini per un’unica vittima. Proprio come nel giallo che infiamma i talk show della tv. Proprio come nel caso del momento, che viene venduto sui giornali come «senza precedenti». E invece il precedente c’è, eccome, nascosto lassù al Nordest e, per certi versi, è ancor più assurdo di quello che fa scaldare i tifosi di Andrea Sempio e quelli di Alberto Stasi. Solo che qui non ci sono talk show, dibattiti infuocati, né curve ultras. C’è solo un doloroso silenzio che avvolge uno scandalo dimenticato.

Due donne in carcere, entrambe condannate per aver commesso, da sole, lo stesso omicidio. Come se una morta ammazzata potesse essere ammazzata due volte. Proprio come succede con Chiara Poggi. Con molto meno rumore, però.

L’omicidio di Mestre e la condanna di Monica Busetto

La storia comincia a Mestre nel dicembre 2012. Lida Taffi Pamio, pensionata, 87 anni, viene uccisa in casa. Un delitto crudele: l’anziana viene colpita prima con uno schiaccianoci, poi strangolata con un cavo e accoltellata due volte. Non vengono trovate tracce biologiche. Non ci sono testimoni, nessun parente o amico sospetto. Nella foga di risolvere il caso, le indagini puntano sulla vicina di casa: Monica Busetto, dirimpettaia della vittima. Una donna semplice, buona, lavoratrice (fa l’operatrice socio sanitaria), senza precedenti né movente. Mai avuto un alterco nel condominio, mai atteggiamenti violenti né scontri con la vicina. A incastrarla, una collanina trovata a casa sua e che sarebbe appartenuta alla vittima, come risulterebbe da debolissime tracce di Dna. Si scoprirà in seguito che le tracce del Dna potrebbero essere frutto di una contaminazione in laboratorio (proprio come nel caso Garlasco). E che la collanina non sarebbe mai appartenuta alla vittima, che ne aveva una simile ma di dimensioni diverse. Non importa: per i magistrati quella è la prova regina. Tanto basta per condannare Monica, anche se non c’è alcuna evidenza della sua presenza nella casa della pensionata quella mattina (proprio come nel caso Garlasco). Nel 2014 Monica viene condannata a 25 anni e va in carcere, senza mai smettere di proclamarsi innocente (proprio come Alberto Stasi).

La confessione di Milly e il secondo omicidio

Due anni dopo, succede un fatto incredibile. Viene arrestata, per un altro omicidio, Susanna Lazzarini, detta Milly. E quest’ultima confessa di aver ucciso non solo la donna per cui è finita in carcere, ma anche la pensionata di Mestre, Lida Taffi Pamio, quella per cui è in carcere Monica. E dichiara di averlo fatto da sola. «Monica Busetto?», chiede il magistrato. «Non c’entra, l’ho fatto io», risponde lei. «È sicura?». «Sì». «Era da sola?». «Sì». «Monica la conosce?». «Mai vista in vita mia». Il suo racconto è credibile perché aggiunge particolari di quel delitto che nessun altro poteva conoscere. Chiaro anche il movente: Milly, in cerca di soldi, andava a rapinare le amiche di sua madre. Anche l’altra anziana uccisa era amica di sua madre, come Lida. È un po’ come se Sempio oggi confessasse di essere stato lui a uccidere Chiara. Ma qui la storia dell’altra Garlasco, la Garlasco del Nordest, si fa ancora più assurda di quella vera. Perché, nonostante il fatto che Milly abbia confessato il delitto dieci anni fa, Monica, che da 12 anni è in carcere per quel delitto, non è ancora stata liberata.

Dunque da dieci anni ci sono in carcere due donne, tutte due condannate per aver commesso lo stesso omicidio, entrambe da sole. Come se la pensionata di Mestre potesse essere stata uccisa due volte. Un paradosso contro le leggi della logica, ancor prima che contro le leggi della Repubblica. Il 13 novembre prossimo la Corte d’appello di Trento dovrebbe pronunciarsi (finalmente) sulla revisione del processo per Monica Busetto. C’è stata un’udienza lo scorso 2 ottobre, si è optato per un altro rinvio. Speriamo che sia l’ultimo.

Il paradosso della revisione e il silenzio sul caso

Resta un dubbio: come mai ci sono voluti dieci anni per arrivare a questo punto? Semplice: per un baco del nostro sistema (che potrebbe interessare anche il caso Garlasco). La revisione del processo, infatti, è possibile solo in presenza di nuove prove. Paradossalmente, se in un altro processo viene condannato un altro per lo stesso assassinio, questo fatto non è considerato (o almeno: non è stato considerato nel caso Busetto-Lazzarini) motivo sufficiente per rivedere il processo. Un po’ come se Sempio venisse condannato per l’omicidio di Chiara, epperò il tribunale di Milano si rifiutasse di dare il via alla revisione del processo Stasi.

Forse nel caso più mediatico della storia processuale italiana nessuno oserà farlo. Ma lassù nel Nordest, nell’altra Garlasco, è successo proprio questo. E perciò il caso, seppur dimenticato, è ancora più assurdo di quello tanto discusso: da dieci anni ci sono due donne colpevoli del medesimo assassinio, entrambe condannate per aver ucciso (da sole) la stessa pensionata. Ergo: da dieci anni c’è di sicuro una innocente in carcere. E il processo si riaprirà (forse) solo ora perché sono state prodotte nuove prove (o presunte tali). Vediamo cosa decidono i giudici.

Ma intanto nessuno ne parla, perché Monica e Milly non bucano lo schermo, i loro avvocati non sono star e i loro consulenti non partecipano ai talk show. Dunque le loro vite possono essere schiacciate tranquillamente dalla folle giustizia. E dal nostro silenzio.

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