Gratteri si intigna per l’aumento: «Ci spetta, levate i soldi ai politici!»
Il procuratore capo della Repubblica di Napoli, Nicola Gratteri (Ansa)

Si allarga la polemica tra la magistratura e il governo. Per un’accesa arringa, il procuratore capo della Repubblica di Napoli, Nicola Gratteri, ha scelto il palcoscenico di Otto e mezzo su La7. Il tema è la sentenza del Consiglio di Stato sugli adeguamenti retributivi dei magistrati e la decisione della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni , di non firmare il decreto per gli aumenti.

Una mossa giudicata da Gratteri «mediaticamente efficace», poiché il premier «sa che verrà nominato un commissario e che il pagamento avverrà comunque. Meloni è stata imprudente a dire che non firma. Sono soldi che spettano ai magistrati per legge». E spiega che il meccanismo serve a tutelare l’indipendenza della magistratura, evitando che giudici e pubblici ministeri debbano negoziare il proprio stipendio con il potere politico.

Per Gratteri è errato parlare di un aumento di stipendio in merito alla decisione del Consiglio di Stato, poiché «negli anni passati è stato fatto un calcolo errato sull’adeguamento». Il procuratore contesta la cifra di 100.000 euro a testa circolata nella polemica. «Ancora in questo momento nessuno sa quant’è», osserva. «Sono soldi che spettano ai magistrati in base a una legge», aggiunge.

Quindi l’affondo, con il consueto e sempre d’effetto, paragone con gli stipendi dei parlamentari. «Qualcuno mi spieghi perché quest’anno ai funzionari di Palazzo Chigi è stato aumentato lo stipendio di 500 euro e sono state fatte nuove assunzioni, senza che nessuno si sia scandalizzato. Dobbiamo essere coerenti. Vogliamo abbassare lo stipendio ai magistrati? Bene, facciamolo allo stesso modo con i politici e gli alti funzionari».

Gratteri lancia la provocazione: «Tagliamoci tutti lo stipendio. Io sono d’accordo. Se la politica dice che lo stipendio è alto, quello dei magistrati abbassiamolo di 1.000 euro, però abbassiamo anche quello dei parlamentari».

Perché quella di Nicola Gratteri è una mossa errata

Usare le retribuzioni dei parlamentari per fare polemica è un modo per «vincere facile» ma in questo caso è stata una scivolata. Se andiamo a guardare sul sito della Camera dei deputati c’è un grafico realizzato elaborando i dati del costo del lavoro pubblico, il conto annuale della Ragioneria generale dello Stato. Mette a confronto l’andamento dell’indennità parlamentare corrisposta ai deputati, gli incrementi retributivi del personale pubblico non soggetto a contrattazione e variazioni dell’indice dei prezzi 2006-2023.

Dal grafico (pubblicato in questa pagina) emerge che dal 2006 al 2010 l’andamento dell’indennità parlamentare si è mantenuta costante mentre le retribuzioni della magistratura sono cresciute in modo sostenuto e progressivo. Dal 2010 al 2012 le indennità parlamentari sono scese sensibilmente per poi assestarsi su questo livello per dieci anni fino al 2023.

Negli stessi anni, dal 2014 al 2015 la magistratura ha visto una leggera flessione degli aumenti retributivi, che si sono poi rialzati in modo marcato. Il grafico mostra il netto divario nel trend tra le indennità parlamentari e gli aumenti della magistratura.

Il nodo di politica e magistratura

A Gratteri ha replicato Giovanni Donzelli, deputato e responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia. «Se tutti fanno dei sacrifici perché ci sono delle crisi internazionali, non vedo perché lo Stato debba spendere 1 miliardo per l’aumento degli stipendi dei magistrati che, ricordo, guadagnano già cifre adeguate».

Poi ha ricordato la difficile congiuntura internazionale, alla quale l’Italia comunque «sta reagendo bene, molto meglio di tante nazioni europee. Che i magistrati siano gli unici ad avere gli aumenti di stipendi stellati, obiettivamente non mi sembra educativo verso questa nazione».

Quanto all’eventuale nomina di un commissario ad acta per dare esecuzione alla sentenza, «gli chiederemo di non farlo, di non procedere in questo momento. Possono aspettare, possiamo valutare, possono anche accordare un aumento di stipendio minore».

Cosimo Maria Ferri, neoeletto consigliere del Csm, ha sollecitato «un ripensamento della modifica del sistema di adeguamento retributivo dei magistrati nel corso dell’iter parlamentare della manovra».

L’intervento «su un meccanismo così delicato, introducendo nuovi criteri di calcolo», a detta di Ferri, potrebbe essere considerato «non un intervento meramente tecnico, ma una norma che può apparire punitiva e in violazione dell’autonomia e indipendenza della magistratura».

Ferri sottolinea come il nuovo criterio preveda «che gli aumenti riconosciuti alle diverse categorie del pubblico impiego non pesino tutti allo stesso modo, ma incidano sul calcolo, in proporzione al numero dei dipendenti di ciascuna categoria». E avverte che «il trattamento economico dei magistrati e il relativo sistema di adeguamento sono strettamente connessi alle garanzie di autonomia e indipendenza» delle toghe.

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