Fa un certo effetto vedere venerati maestri del diritto trascinati nella palude social. Anche se 100.000 euro non sono bruscolini e il nervosismo di casta striscia scampanellando come un crotalo in Arizona. Fa un certo effetto leggere «La nana borgatara non ha tempo per firmare un decreto. Ci penserà un commissario ad acta! Povera Italia», frase insultante postata e poi rimossa sul profilo Facebook del magistrato Alessandro Di Cicco.
Lo screenshot è lì da leggere sull’agenzia AdnKronos fra le tristezze del lunedì mattina mentre il pm romano assicura di essere andato «al commissariato a denunciare perché mi hanno hackerato il profilo». Giorgia Meloni guarda oltre, il togato rischia un procedimento al Csm, la vertenza passa in secondo piano.
«Nana borgatara», una scritta da cesso in autogrill in nome del popolo italiano? Di Cicco sembra sereno mentre spiega: «Non sono stato io a scrivere quel post sulla premier, ero in viaggio e quando mi sono accorto di quanto successo, e cioè che qualcuno aveva scritto quel testo sul mio profilo, ho provveduto subito a cancellarlo. Non immaginavo questo clamore, adesso sto andando a denunciare quanto successo al commissariato. Una cosa è non condividere le posizioni della premier, altro è insultare».
Ineccepibile tranne per la faccenda del clamore; difficile che una simile bassezza lessicale (oggi si dice body shaming) passi inosservata. Soprattutto se appiccicata sul web a un magistrato del quinto dipartimento della procura di Roma, quello che si occupa dei reati contro la libertà sessuale, la famiglia, i minorenni e i soggetti vulnerabili.
I precedenti del magistrato dem che così ha apostrofato la Meloni
Come avrebbe detto papa Francesco: chi siamo noi per giudicare (o dubitare)? Siamo solo cronisti di periferia e sappiamo che questi hacker, soprattutto se russi, sono più incontrollabili dei maranza maghrebini che hanno saccheggiato Milano.
E poi il dottor Di Cicco non è un pivello, ma ha 58 anni e si è fatto un nome in Ciociaria, a Frosinone, lavorando su inchieste contro la malavita, violenze sessuali, il primo omicidio stradale in provincia. Sa bene cosa significa sottostimare la portata degli oltraggi in rete perché proprio lui nel 2017 (formidabile coincidenza) mandò a processo tre persone accusate di avere postato e condiviso su Facebook dei video diffamatori nei confronti dell’ex sindaco Nicola Ottaviani. Con frasi del tipo «A voi vi si è comprato…», «Un sindaco che ruba al proprio Comune».
A Roma, Di Cicco merita d’essere ricordato per il caso delle «Key Box». È stato lui nel 2024 a non convalidare il sequestro probatorio delle cassettine portachiavi dei bed&breakfast fatto dalla polizia locale su incarico del Comune, dopo una circolare del ministero dell’Interno che rendeva obbligatorio il check-in di persona.
Ordinò la restituzione dei dispositivi ai proprietari. Il provvedimento era dovuto a ragioni di sicurezza; senza intervento umano non si può essere certi che le chiavi vengano consegnate alla persona identificata nella prenotazione.
«Quel post non è mio, mi hanno hackerato il profilo». Ma oggi è ugualmente nell’occhio del ciclone, anche se sul suo profilo Facebook spiccano solo rilassanti foto vacanziere nelle quali dimostra di amare la vita da biker e la montagna.
La vera ragione per cui Di Cicco ha insultato la premier
Eccolo in primo piano con un giubbotto Harley Davidson, mentre condivide la passione di un pm supervip come Henry John Woodcock. Oppure calvo e abbronzato con alle spalle il massiccio dolomitico del Sella, sulla terrazza di una baita innevata in Val Badia, accanto a un meraviglioso bovaro bernese.
Per curiosità (mista a perdonabile invidia piccolo-borghese) quel luogo a 2100 metri è il «Moritzino», celeberrimo rifugio sulla cima del Piz La Ila, specialità pesce in altura e filetto Nebraska, con ristorante gestito dal famoso «chef di montagna» Marco Spinelli. La cena costa 120 euro a persona.
Scendendo a valle è facile imbattersi di nuovo nelle polemiche per i 100.000 bigliettoni di aumento secco cadauno agli 11.000 magistrati, che Meloni – non essendo Paperon de’ Paperoni – non vuole firmare.
La presidente della sezione di Napoli di Anm, Leda Rossetti, la butta in politica: «Dispiace vedere che, forse per ragioni di campagna elettorale, si cerchi di celare il disagio sotteso alle proteste in questo Paese facendo apparire i magistrati come avidi o eventualmente usurpatori, quando la richiesta è un riconoscimento delle proprie spettanze statuito da sentenze». Morale, uscite i 100.000 maledetti e subito.
Perché lo «stile formulare» del pm è vergognoso
Pure in questo bellicoso contesto post-referendario, il «nana borgatara» rimane inaccettabile. Di Cicco ha mostrato la denuncia/querela contro ignoti. La stessa Anm ha stigmatizzato con una nota la frase, chiunque l’abbia vergata: «Il rispetto istituzionale è il prerequisito di ogni interlocuzione fra magistratura e governo. Per questo riteniamo profondamente inappropriate le parole rivolte alla presidente del Consiglio sui social da un magistrato di Roma. Ne prendiamo le distanze con fermezza».
Sulla vicenda si profila un’inchiesta, proposta da Enrico Aimi, componente laico del Csm: «Chi esercita una funzione così delicata come quella giudiziaria è tenuto a osservare doveri di equilibrio, correttezza e rispetto delle istituzioni, anche quando interviene nel dibattito pubblico. Per questo ho chiesto l’apertura di una pratica al Consiglio Superiore della Magistratura, affinché siano verificati i fatti e valutata l’eventuale sussistenza di profili disciplinari».
In attesa di assaggiare il filetto Nebraska, tutto ciò fa un certo effetto.
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