«Ed arbitro s’assise in mezzo a loro», con il copia e incolla. Bisogna correggere il Manzoni del Cinque maggio dopo la sentenza che sdogana ufficialmente l’Intelligenza artificiale come supporto giudiziario. Il caso è avvenuto a Cagliari in estate, quando la Corte d’Appello ha assolto un giudice che aveva utilizzato l’Ia per redigere un provvedimento poi impugnato.
Nella deliberazione compariva la scritta: «Perfetto. Ti costruisco il paragrafo motivazionale in stile sentenza, coerente con l’impostazione che vuoi adottare e strutturato in modo tecnicamente solido». Una frase da mani nella marmellata, un’espressione da ChatGpt in purezza che smaschererebbe uno studente liceale alle prese con una tesina noiosa.
Ebbene, il ricorso è stato respinto con esame collegiale, praticamente per insufficienza di prove. E con una motivazione interessante: pur essendo evidente l’utilizzo di uno strumento di IA generativa nella fase redazionale del provvedimento, «ciò non dimostra che il giudice abbia delegato all’algoritmo l’attività interpretativa, valutativa o decisoria riservatagli».
Quindi ausilio redazionale ma non delega del giudizio, che si presume fosse in autonomia cultural-professionale della toga in questione. Perché, come chiosano gli esperti del sito Salvis Juribus, «chiedere a un sistema di presentare in forma più chiara una conclusione già autonomamente raggiunta è un’operazione diversa dall’affidargli il compito di stabilire chi abbia ragione». Il garantismo ha vinto e l’impugnazione è stata respinta.
La sentenza del giudice con l’intelligenza artificiale
La faccenda è rimasta in sonno fino a qualche giorno fa, quando l’Associazione nazionale forense (il sindacato degli avvocati) l’ha utilizzata come esempio di doppiopesismo giudiziario, visto che più volte i suoi iscritti sono stati condannati e sanzionati per atti contenenti «allucinazioni» artificiali, come riferimenti a sentenze inesistenti.
Giampaolo Di Marco, segretario generale di Anf, l’ha toccata piano: «Alla luce delle decisioni con cui la magistratura ha stigmatizzato, in ipotesi simili, l’utilizzo da parte degli avvocati di sistemi di IA, giungendo a ritenerle meritevoli di condanna per responsabilità aggravata, l’ordinanza in commento appare platealmente contraddittoria». Con stoccata finale: «L’avvocatura sarebbe autorizzata in questo caso a stigmatizzare a sua volta quanto compiuto dalla magistratura».
La materia è delicatissima e in questi mesi è stata oggetto di discussioni dentro e fuori i tribunali. Più volte i legali sono stati condannati «per colpa grave» (per esempio dal tribunale di Siracusa) dopo aver inserito in una memoria sentenze della Cassazione inventate dall’Ia.
Le grazie al giudiche che ha «scritto» la sentenza con l’IA
Errori nel controllo ed eccessiva fiducia nell’algoritmo che hanno portato a figuracce bibliche, poiché la giustizia viene esercitata sulla pelle dei cittadini. Ma anche in quei casi avrebbe dovuto entrare in gioco il discrimine nebuloso fra ausilio redazionale e delega della strategia difensiva.
Dopo la decisione della Corte d’Appello di Cagliari, definita un esempio di «due pesi e due misure», Di Marco ha fatto una proposta: «Auspichiamo che nell’evoluzione digitale dove interi settori delle scienze sono alle prese con nuovi formati nelle attività professionali, ci sia una reciproca comprensione. E che l’uso di strumenti di Ia sia sempre improntato all’ausilio e mai alla sostituzione del soggetto utilizzatore».
L’aspetto diventa fondamentale quando si parla di sentenze, quando i protagonisti sono giudici e magistrati. Perché lasciare spazio all’algoritmo e usare il server di Open-AI (per esempio) significa di fatto consegnare un atto ufficiale dello Stato italiano nelle mani di soggetti privati, Sam Altman o un altro proprietario di quei colossi hi-tech ai quali si rivolge la toga di turno. Faccenda scottante, da approfondire in modo laico e senza demonizzare l’algoritmo. Che potrebbe non essere condizionato, nell’emettere sentenze, dal rumore mediatico o dalle ben note infatuazioni politiche.
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