Diciamola tutta: ci voleva un premio letterario per riesumare il momento perfetto in cui la solennità delle istituzioni incontra l’arte del disconoscimento a posteriori. Soprattutto se le autrici in odore di alloro rispondono al nome di Wanna Marchi e Stefania Nobile.
La cronaca, per una volta, è deliziosamente lineare: 23 settembre, Sala della Protomoteca in Campidoglio. Non una saletta, la più solenne: marmi, gessi di senatori, stucchi che guardano severo. Lì va in scena il Premio Internazionale della Cultura, promosso dall’editore Alessandro Gian Maria Ferri per le sue Edizioni Cento. Non è lo Strega, ma il nome è altisonante, di quelli che nelle sagrestie comunali e in qualche salotto buono spalancano portoni. Parterre di oltre 200 ospiti, premiazione d’ordinanza per le fatiche letterarie delle due signore: Stefania con l’autobiografico Vendere… cara la pelle, la madre Wanna con un saggio di gastronomia affettiva dal titolo La verità è che io cucino così. Qui non si pesa niente: l’unica misura è l’amore. Titoli alla mano, niente da eccepire: chi meglio di loro possiede l’ermeneutica della trattativa e il senso della misura, dopo aver dosato per un quarto di secolo al popolo della notte quintali di sale da cucina, alchimie dimagranti e amuleti contro la sfortuna? Solo che a fare gli onori di casa, per quell’evento privato, pare ci fosse il consigliere comunale e presidente della commissione Giubileo Dario Nanni, in rappresentanza ufficiale della giunta capitolina. E allora le note biografiche delle premiate non sono passate come semplice riassunto da quarta di copertina. Sono state, nomen omen, notate davvero. Per chi non lo ricordasse: anni Ottanta e Novanta, Wanna Marchi è la regina della tele-imbonitoria nazionale, la pasionaria dello scioglipancia con l’ugola scioglitimpano. Poi, con la figlia Stefania e il popolare «maestro» Do Nascimento, converte il business nella vendita di numeri del lotto, talismani e protezione dagli influssi malefici. Nel 2001 un’inchiesta di Striscia la Notizia scoperchia un sistema cinico di minacce e circonvenzione ai danni di persone fragili. Seguono arresti, clamore e nel 2009 la condanna definitiva della Cassazione a oltre nove anni di reclusione per associazione per delinquere finalizzata alla truffa aggravata. Pena scontata fino all’ultimo giorno, il che le rende liberissime di scrivere libri e ritirare premi. Ma quando la notizia rimbalza sul web, la querelle diventa tragicomica. Non tanto per il premio in sé, quanto per il luogo e la presenza politica.
Da Fdi la senatrice Susanna Campione esprime «stupore e indignazione», pretendendo di sapere «se vi fosse preventiva conoscenza dei nominativi dei premiati». L’ex sindaco Virginia Raggi commenta caustica che il Campidoglio «vuole ridefinire i confini della cultura», definendo la vicenda «davvero surreale». All’inizio, dal Comune trapela il generico «Non sapevamo», e in molti si sono chiesti che cosa non fosse esattamente noto: non si sapeva della presenza di Wanna e Stefania o si ignorava addirittura chi fossero? Ma alla fine arriva il contrito confiteor del consigliere Nanni: «Mi assumo la responsabilità di aver richiesto la concessione della Protomoteca. Ovviamente non ero a conoscenza della presenza di Wanna Marchi e Stefania Nobile tra le persone premiate. Se lo avessi saputo, chiaramente, non avrei mai sostenuto la richiesta. Sono persone lontane anni luce dalla mia visione di vita e dalle mie idee politiche. Quando hanno parlato loro non c’ero, sono stato chiamato dagli organizzatori per un generico saluto istituzionale». Nel frattempo le due scrittrici hanno incassato il tributo con inossidabile verve.
La Marchi affida ai social un racconto schietto: «Sono partita da Castel Guelfo, uno dei paesi più brutti del mondo, passando per una cella in galera e poi ti ritrovi in Campidoglio osannata, piena di complimenti e applausi. Il Campidoglio non è per tutti». E Stefania chiosa verso chi in rete l’ha criticata: «Più sputate sentenze e veleno e più arriveremo in alto». Sembra quasi di sentire l’eco dell’aforisma filosofico fulminante coniato anni fa proprio dalla una Wanna in versione Nietzsche della Bassa: «I coglioni vanno inculati».
Una frase che nell’Italia della tv commerciale e delle reti private era un’impudente dichiarazione d’intenti, ma che oggi, dicono in rete, tra i velluti capitolini, può suonare come una crudele chiosa antropologica ogni sbadataggine: mondana, letteraria, privata, magari pure istituzionale. Non è un caso, forse, che la gaffe sia nata a un evento culturale: l’arrampicata sugli specchi, quando è ben raccontata, e quando la cornice è tanto monumentale quanto burocratica, diventa subito letteratura di costume.
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