sea watch napoli
La Sea Watch 5 (Getty Images)

Applicazione delle leggi? Una questione di vedute. L’ennesima sospensione del fermo amministrativo a una nave Ong ripropone il soccorso in mare come terreno di scontro tra il governo e le toghe. Che danno torto al Viminale invocando il «diritto internazionale». «Grazie» al dissequestro disposto dal tribunale di Napoli, la Sea-Watch 5 torna libera di perlustrare le acque internazionali in cerca di migranti, ben due settimane prima del previsto.

La misura era stata disposta dalla prefettura lo scorso 23 agosto, dopo che dieci giorni prima la nave tedesca aveva recuperato sei persone in acque internazionali di competenza della Libia, senza però cooperare con le autorità locali.

Il decreto Piantedosi e lo scontro sul soccorso in mare

Un classico. Il «decreto Piantedosi» impone alle Ong di coordinarsi con gli organi competenti, quindi con il Centro di coordinamento dei soccorsi libico Jrcc. Ma le Ong non lo fanno mai. Non vogliono farlo e del resto sono lì in mare proprio per questo. Per impedire che la Guardia costiera libica soccorra i migranti e li riporti in Libia.

Ma quelli che per le Ong sono «respingimenti illegali» sono operazioni regolarmente finanziate e istruite da Bruxelles attraverso la missione Eubam.

Eppure, nonostante la cornice europea, a molti giudici evidentemente la cosa non piace. Da quando il decreto legge è entrato in vigore nel 2023, nei confronti delle Ong sono stati disposti più di 40 fermi amministrativi e di questi, circa la metà è stato sospeso o annullato dai tribunali che hanno quindi accolto i ricorsi insieme alla tesi di fondo delle Ong, ossia che gli ordini delle autorità italiane, dal momento che costringono a violare l’obbligo primario di soccorso in mare ed espongono i migranti a respingimenti verso Paesi non sicuri come la Libia, non sarebbero vincolanti.

«Rifiutarsi di collaborare con le milizie libiche che catturano con violenza le persone in pericolo in mare per conto dell’Italia per restituirle al ciclo di abusi in Libia», ha commentato Julia Winkler, portavoce di Sea Watch, «non può essere un crimine».

Per poi aggiungere che la decisione del tribunale di Napoli rappresenta «un duro colpo inferto a una legge illegittima fin dal principio» e che «la cooperazione dell’Ue con la Libia per il contenimento dei flussi migratori costituisce una violazione dei diritti umani. Punto e basta».

Sea Watch e Justice Fleet rilanciano la sfida al governo

Il provvedimento dei giudici, immediatamente accolto come un aperto guanto di sfida politico al governo, ridà slancio anche alle altre Ong della cordata Justice Fleet.

In primis Mediterranea Saving Humans di Luca Casarini, da giorni in aperta polemica anche a seguito dell’inchiesta della Procura di Ravenna sui presunti certificati falsi anti Cpr che sarebbero stati siglati da alcuni medici. «Il governo è stato ancora una volta smentito dalla giustizia», scrive sui social.

Anche Sea Watch non è da meno, tra immagini del premier in primo piano e polemiche sui morti in mare. «Più di 10.000 persone hanno perso la vita nel Mediterraneo durante il mandato di Giorgia Meloni», scrive la Winkler, aggiungendo che i fermi delle autorità italiane avrebbero comportato la perdita di più di 900 giorni di operatività.

Peccato che la presenza delle Ong, come dimostrato ormai da diversi report, esponga i migranti a partenze più pericolose con i trafficanti di uomini pronti a sganciare i gommoni in mare anche in condizioni di meteo avverse.

Non solo, lungo la tratta che l’Organizzazione internazionale per le migrazioni ha indicato come la più pericolosa in assoluto, quella tra Africa occidentale e isole Canarie spagnole, curiosamente le Ong non si vedono mai.

Sea-Watch 5 pronta a ripartire verso il Mediterraneo

Forse per non dare fastidio al governo socialista di Pedro Sánchez. Nemmeno la spagnola Open Arms del pluri applaudito Oscar Camps. Intanto Sea Watch 5 ha subito annunciato di prepararsi a una nuova missione mentre Sea Eye 5 è già in viaggio grazie anche al sostegno dell’Uno-Flüchtlingshilfe, il partner nazionale tedesco dell’Unhcr.

Destinazione? Ovviamente il Mediterraneo centrale, il che significa che i porti di sbarco previsti saranno, neanche a dirlo, in Italia.

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