Ferisce poliziotti, giudice lo libera: ira Meloni
Ansa

Chissà se questa volta aveva mostrato resipiscenza. O se invece è stato scarcerato immediatamente perché, ancor meno della violenza sessuale su una minore (vedi episodio di Torino) vale l’aggressione violenta di due agenti che cercano di venirti in aiuto.

Comunque sia, l’ennesimo soggetto tratto in arresto per aver aggredito operatori di polizia è stato liberato dopo poche ore, confermando un trend che nelle ultime settimane sembra andare per la maggiore, denunciato dal sindacato di polizia Coisp e che, secondo il premier Giorgia Meloni, è «inaccettabile, perché indebolisce la credibilità dello Stato nel suo complesso». L’episodio è accaduto a Roma nei giorni scorsi, non lontano dalla stazione Termini. Un uomo è accasciato a terra e due agenti gli si avvicinano, per verificarne la situazione. Con un dialogo pacato lo incitano ad alzarsi e, dopo un primo momento in cui sembra accettare l’aiuto, improvvisamente l’energumeno si rivolta contro i poliziotti e li aggredisce con forza e con l’intenzione evidente di fare male: prima una testata a uno dei due, poi il tentativo di buttare a terra l’altro con un corpo a corpo costato a un agente sette giorni di prognosi.

«L’uomo arrestato per aggressione, resistenza, oltraggio e lesioni, poche ore dopo, nonostante la convalida dell’arresto è stato rimesso in libertà», ha spiegato in una nota Domenico Pianese, segretario generale del sindacato: «Non è più accettabile che aggressioni di questa gravità finiscano, nei fatti, senza alcuna conseguenza restrittiva per chi le commette».

Ieri il premier Meloni è intervenuto sul caso: «Episodi, sempre più numerosi, di decisioni che vanificano il lavoro di chi ogni giorno opera per garantire la sicurezza dei cittadini, spesso mettendo a rischio la propria incolumità», ha scritto sui canali social, pubblicando il video dell’uomo che aggredisce due agenti della polizia ripreso dalle telecamere della zona. «Il governo», osserva Meloni, «continuerà a rafforzare tutele e strumenti per le forze dell’ordine. Ma quando, dopo comportamenti di questa gravità e dopo un’aggressione a chi rappresenta lo Stato, si torna liberi nel giro di poche ore, non è soltanto difficile da comprendere. È francamente inaccettabile, perché indebolisce la credibilità dello Stato nel suo complesso».

Intanto a Bologna fervono i preparativi per nuovi potenziali scontri tra «antagonisti» e polizia, ancora una volta in nome (e pretesto) di Abderrahim Fakir, il marocchino di 42 anni deceduto lo scorso 19 luglio a Bologna durante una azione della polizia chiamata dai residenti del quartiere Pilastro perché l’uomo, da ore, stava dando in escandescenze.

L’appuntamento è per sabato 12 settembre e poco importa che – come dimostrano le indagini – a organizzarlo, con toni surreali e violenti, siano gli stessi collettivi che lo scorso 20 luglio (a corredo della manifestazione di piazza convocata dal sindaco di Bologna, Matteo Lepore, per chiedere «verità e giustizia per Fakir») devastarono il centro storico della città ferendo 64 agenti. Che quell’assalto alla polizia non sia stato opera di pochi facinorosi infiltrati in una manifestazione di gente per bene, lo dimostrano le indagini delle sezioni investigative della polizia di Stato che hanno portato a 26 «antagonisti» identificati e denunciati e segnalano la presenza di «una rete ben più ampia con circa 150 posizioni passate al setaccio», nascosta «dietro la cortina della guerriglia urbana». L’analisi dei filmati ha consentito, in questi giorni, di segnalare all’autorità giudiziaria un primo blocco di «undici attivisti vicini al Collettivo universitario autonomo, per resistenza aggravata, danneggiamento e lancio di oggetti pericolosi» (con l’emissione di tre Daspo) mentre altri 15 facinorosi sono stati segnalati per «devastazione, resistenza aggravata a pubblico ufficiale, lancio di oggetti e travisamento».

Eppure la giornata dedicata a Fakir, indetta per sabato prossimo, nel silenzio-assenso della sinistra al governo della città è organizzata proprio dal Cua che utilizzerà gli spazi del dipartimento di Lettere – in via Zamboni 38 – dove ancora esistono aule perennemente occupate, eredità di quello che fu il movimento studentesco degli anni Sessanta e Settanta, oggi in mano ai «collettivi» con il sostanziale placet del rettorato di Unibo. «L’omicidio di Fakir non è un caso isolato, ma la punta di una normalità sociale che, a diverse intensità, riproduce violenza, razzismo istituzionale e impunità aggravata dal suprematismo», scrivono i collettivi sui social, annunciando che «Alla violenza risponderemo con la rabbia», come sintesi del pensiero che accompagnerà le prossime iniziative.

«Ma rabbia verso chi e cosa? La rabbia è comprensibile e doverosa quando esiste una realtà evidente da combattere, ma quando i presupposti non ci sono è una posizione irrazionale», commenta Gabriele Bordoni, avvocato dei due agenti coinvolti nella vicenda Fakir, ricordando che «le ultime analisi hanno confermato la presenza della cocaina nel sangue» dell’uomo, mentre «l’analisi dell’encefalo ha escluso qualsiasi compromissione di natura traumatica».

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