Dunque va così: il commerciante (bengalese) che violenta una tredicenne merita comprensione, il commerciante (italiano) che teme di essere rapinato invece no. In nome del popolo italiano, la seduta è tolta: la giustizia, come la mano, può essere de piuma o de fero, e in queste ore abbiamo scoperto che è stata de piuma, cioè particolarmente leggera, con un cittadino nato in Bangladesh che nel suo minimarket di Torino si è avventato su una ragazzina che comprava succhi di frutta.

Mentre la medesima giustizia è stata de fero, cioè durissima, contro un piccolo imprenditore di Treviso che ha osato chiedere il rinnovo del suo porto d’armi. Questo imprenditore, si badi bene, non ha mai usato le armi a sproposito, non ha commesso reati, si è sempre comportato bene. Però niente pistola. Per principio. Per «non generalizzare». E anche un po’ perché è nato a Treviso, anziché in Bangladesh.

Le due sentenze finite al centro delle polemiche

Se c’era ancora bisogno di una dimostrazione plastica dell’ideologia applicata ai tribunali, ce l’hanno data le due sentenze di cui si è avuta notizia in queste ore. La prima è del Gip di Torino, la seconda del Consiglio di Stato. Da una parte (Gip di Torino) si rimanda in libertà una persona che non solo ha messo le mani addosso a una bambina, ma pochi minuti prima aveva aggredito anche una donna di 40 anni: due violenze in pochi minuti, insomma. Risultato? Arresto e immediata scarcerazione. «Si è pentito», scrivono i giudici. Poverino. Va capito. Dall’altra (Consiglio di Stato) si priva invece del porto d’armi un imprenditore, che vorrebbe continuare a girare con la pistola per difendersi da eventuali aggressioni dopo essere stato oggetto di minacce, pedinamenti e chiamate anonime. I giudici, in questo caso, sono stati inflessibili: per la violenza sessuale del bengalese c’è comprensione. Per la paura del trevigiano invece no.

Il caso di Torino e la decisione del gip

Il fatto di Torino è destinato a far discutere. Il ministro Nordio ha anche mandato gli ispettori perché ha sottolineato «l’eccezionalità del caso e l’allarme sociale cagionato». Il reato commesso dal bengalese è terribile e non vi sono dubbi sulla sua colpevolezza, lo dimostrano le telecamere del negozio e le sue stesse ammissioni. Così come non vi sono dubbi sul fatto che se uno aggredisce due donne (un’adulta e una bambina) a distanza di pochi minuti, potrebbe anche reiterare il reato. Per il giudice però sono sufficienti il «trauma dell’arresto», la «resipiscenza» dimostrata e il «comportamento collaborativo». Tanto basta per farlo tornare subito libero. Insomma: ha chiesto scusa, ha detto che non lo farà più: perché non dobbiamo credergli?

Il porto d’armi negato all’imprenditore trevigiano

Ma la giustizia che crede a occhi chiusi al commerciante bengalese violentatore è la stessa che non crede per nulla al commerciante trevigiano che ha come unica colpa quella di aver paura. E quando questo si presenta ai giudici, prima al Tar e poi al Consiglio di Stato, elencando tutte le ragioni per cui teme aggressioni, e per cui perciò vorrebbe riavere il suo porto d’armi, quelli alzano le spalle. «Occorre evitare che l’aumento, reale o percepito, dei reati possa alimentare una generalizzata diffusione delle armi», scrivono. Qualcuno potrebbe obiettare che la richiesta non era per nulla «generalizzata» ma era singola, individuale, personale da parte di un uomo spaventato e che l’aumento dei reati, soprattutto se reale, ma anche fosse solo percepito, dovrebbe lasciare spazio, per lo meno, al diritto di difendersi. Ma niente: i giudici, in questo caso, non ascoltano. L’imprenditore veneto non merita attenzione. Non merita fiducia. Non merita comprensione. La prossima volta si travesta da bengalese e violenti una bambina: vedrà che lo tratteranno con più riguardo.

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