Ci vuole un talento raro per trasformare il giorno del silenzio nel festival del rumore di fondo. Un talento che il sindaco di Genova, Silvia Salis, ha sfoggiato venerdì scorso, dopo le commemorazioni per l’ottavo anniversario del crollo del ponte Morandi: 43 vite spezzate, una ferita ancora aperta nel cuore della Valpolcevera e una città intera che chiedeva soltanto di potersi stringere nel ricordo, nel decoro e in una doverosa, civile tregua politica.
E invece no: la prima cittadina ha annunciato la richiesta di un «nuovo, maxi e importantissimo risarcimento» per i danni patrimoniali e d’immagine subiti dalla città.
Un annuncio roboante, pronunciato con il piglio di chi pensa che la macchina amministrativa genovese sia nata il giorno del suo insediamento. «Genova ha subito un danno profondo, che non si può affiancare al dolore delle famiglie ma ha il diritto di essere riconosciuto e risarcito», ha dichiarato Salis, lamentando «cantieri infiniti e incertezze quotidiane».
Il risarcimento da 100 milioni che riapre il caso Morandi
La richiesta di risarcimento (pari a circa 100 milioni di euro) sarà rivolta anche ad Autostrade per l’Italia (Aspi) e Spea (la società controllata incaricata del monitoraggio e delle manutenzioni).
A riportare Salis sul pianeta Terra ci hanno pensato il viceministro Edoardo Rixi e il presidente della Regione Liguria, Marco Bucci.
Il maxi accordo da 3,4 miliardi dimenticato da Salis
I due, che quella macchina amministrativa l’hanno guidata nei momenti più drammatici dell’emergenza e della ricostruzione (Bucci come sindaco prima di Salis), hanno dovuto ricordare a Palazzo Tursi l’esistenza di un «piccolo» dettaglio cartaceo: un maxi accordo transattivo tombale firmato nell’ottobre del 2021 tra lo Stato, la Regione, il Comune e Autostrade per l’Italia da ben 3,4 miliardi di euro che ha già coperto la ricostruzione del ponte San Giorgio e che esenta Aspi da profili risarcitori «direttamente e indirettamente connessi all’evento».
A smentire la retorica del «nuovo inizio» sbandierata da Palazzo Tursi ci sono anche i numeri pesanti lasciati in dote da Bucci, che aveva già blindato a bilancio un piano di interventi colossale. Nello specifico, l’accordo comprendeva 585 milioni di euro complessivi interamente dedicati alla ricostruzione fisica del viadotto, per circa 290 milioni, mentre la restante quota era stata vincolata per pagare i dolorosi espropri e i rimborsi economici destinati a tutte le famiglie sfollate che avevano perso la casa.
A questo si aggiungevano circa 200 milioni di euro di ristori cash già erogati alle aziende locali danneggiate. Sul fronte legale, inoltre, la costituzione di parte civile del Comune di Genova e della Regione Liguria aveva già portato alla recente sentenza del Tribunale di Genova, che ha disposto la formale condanna degli imputati al risarcimento dei danni in favore di Comune e Regione.
Non si trattava di sole promesse cartacee, ma anche di 1 miliardo e 455 milioni di euro interamente destinati a opere infrastrutturali concrete per Genova e la sua Città Metropolitana: il tunnel Sub-portuale, il tunnel della Fontanabuona, il nuovo casello di Pegli, i grandi adeguamenti delle opere portuali per i bacini di Genova e Savona e un avveniristico sistema digitale per il controllo del traffico cittadino e portuale, oltre a circa tre anni di esenzione totale dal pagamento del pedaggio autostradale nell’intera area metropolitana genovese, per alleggerire i disagi quotidiani dei residenti.
Il capogruppo dell’opposizione ed ex vicesindaco, Pietro Piciocchi, che quegli atti li ha scritti e vidimati, ha dovuto fare la parte del maestro che corregge il compito dell’alunna somara, spiegando che l’azione civile del Comune è già incardinata da anni nel processo penale e che non c’è nessun «nuovo tesoretto» da inventarsi con la bacchetta magica per fare cassa, come pretende Salis.
Cerchio rosso, cantieri e fondi: la replica della vecchia amministrazione
La parte surreale della vicenda si è consumata sulla pelle del «Cerchio rosso», progetto urbanistico firmato dall’architetto Stefano Boeri, opera bellissima nei render grafici rimasta inesorabilmente sulla carta. Per giustificare i ritardi e i cantieri lumaca che stanno assediando il quartiere di Certosa, la giunta Salis ha sollevato il solito piagnisteo sui fondi che mancano, chiedendo dove siano finiti i 35 milioni originari.
Peccato che, come ricordato da Bucci, quei soldi fossero stati già destinati a una miriade di altre opere correlate che richiedono una sola cosa: velocità burocratica nell’aprire i cantieri, non tavoli di interlocuzione a settembre.
La rabbia dei familiari delle vittime: «Vergognoso teatrino»
Salis è infine riuscita nell’impresa titanica di far imbestialire persino le famiglie delle vittime, storicamente custodi del profilo più dignitoso e doloroso della memoria. Un parente di una delle quarantatré vittime del crollo ha definito la passerella del sindaco come un «vergognoso teatrino», un’operazione spregiudicata mirata a «raccontare menzogne ai cittadini» e a «prendersi meriti che appartengono in maniera chiara ad altri».
E la pretesa di fare la morale sulla pelle di chi ha perso un fratello o un figlio, trasformando la cerimonia della Radura della Memoria nel palcoscenico per un annuncio elettorale mascherato, ha finito per rappresentare il punto più basso del cinismo istituzionale di questa estate genovese.
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