Il tribunale dei minori dell’Aquila non si fida di Nathan e Catherine Trevallion. Anche se hanno fatto tutto ciò che le autorità chiedevano loro, anche se non hanno mai fatto del male ai loro figli, anzi. Eppure secondo i giudici i Trevallion, soprattutto la madre, sono ancora troppo rigidi, dunque devono essere messi alla prova, seguiti dai servizi sociali. In pratica dovranno trascorrere altri mesi con una spada di Damocle sopra la testa: se a un assistente sociale non piacesse qualche loro comportamento dovranno di nuovo essere separati dai loro figli? Ne abbiamo discusso con Tonino Cantelmi, il super esperto che ormai da tempo segue i Trevallion.
Professore, davvero la famiglia deve ancora compiere un percorso prima di riunirsi?
«Al punto in cui siamo, questo percorso a tappe è l’unica luce tremolante che vediamo in fondo al tunnel. Certo, ripeto, è una luce tremolante in fondo al tunnel e siamo ancora dentro al tunnel, la famiglia è bloccata lì. Rimaniamo perplessi su alcune cose, per esempio sui tempi, sulle modalità. C’è tuttavia un passaggio estremamente umano in questa ordinanza, l’unico dal mio punto di vista. E cioè la possibilità che i bambini tornino nei luoghi della felicità, dove erano in armonia nella natura con i loro amatissimi animali: la possibilità che gli incontri con i genitori avvengano nella vecchia casa. Però, detto questo, il percorso si presenta lungo, complesso. Questi genitori sono molto provati. Io ho visto Catherine in più circostanze quest’estate e ogni volta che si parlava dei bambini era profondamente turbata, sull’orlo di un’implosione emotiva. Insomma, è veramente molto doloroso tutto questo. Credo che non costituisca una pagina bella».
Il tribunale stabilisce che dovranno frequentare la scuola pubblica. Sul tema è intervenuta anche la garante dell’infanzia Marina Terragni. La domanda che viene da farsi è: ma non c’è la libertà educativa in Italia? L’istruzione parentale non è forse concessa alle famiglie? E in fondo, in questi mesi, i bambini non hanno ricevuto un’istruzione parentale nella casa protetta?
«Diciamo che il tema centrale probabilmente è la socializzazione. Però ciò che stupisce fortemente è che nell’ordinanza a un certo punto si dice che la madre abbia il timore di perdere i figli. Il timore di perdere il controllo ideologico di questi bambini. Mi sembrano termini molto drammatici, terribili. Ma quando i bambini sono così piccoli qual è il nucleo principale, qual è la vera porzione di società in cui devono vivere se non la propria famiglia? A me pare che qui ci sia un equivoco pazzesco che purtroppo è iniziato molto presto e di cui oggi ci troviamo a pagare le conseguenze. Tornando alla scuola parentale, se così come era effettuata è stata ritenuta insufficiente, poteva essere rinforzata tutelando il diritto costituzionale alla libertà educativa. Ieri l’avvocato Simone Pillon diceva che sembra che si vogliano costringere i genitori ad accettare la scuola pubblica. Ecco, se fosse così lo troverei piuttosto doloroso».
La sensazione è che in questo caso siano emerse tutte le storture della giustizia minorile. Lei, lo ripeteva prima, da tempo sostiene che siamo di fronte a misure sproporzionate dall’inizio di questa vicenda. Questi bambini non dovevano essere allontanati?
«Questo è il mio pensiero e mantengo il mio punto di vista. C’è una sproporzione clamorosa fra le criticità individuate e i rimedi indicati. Questa estate Catherine ha presentato il libro in un piccolo Comune abbarbicato sui monti, nei boschi. Centinaia e centinaia di persone sono venute a sentirla e lei ha detto una cosa bellissima, cioè che il suo principio educativo è rendere questi bambini consapevoli interiormente, perché solo se le persone sono consapevoli sono davvero libere. E ha proclamato la volontà che ciascun figlio seguisse la sua strada. Riguardo a questo sento che c’è stata un’incomprensione. Non hanno compreso che in realtà qui non c’è nessun controllo ideologico. C’è un passaggio nell’ordinanza che mi ha lasciato perplesso».
Quale?
«Quello in cui questa famiglia viene paragonata ad alcune comunità religiose particolarmente chiuse e fanatiche. Ma qui non c’è nulla di tutto questo. Ecco perché penso che ci sia una profonda, clamorosa incomprensione. Il punto è che questa famiglia ha uno stile di vita che probabilmente ci sfida e forse non abbiamo il coraggio di mettere in discussione il nostro, di stile di vita».
Un altro punto. Tanti suoi autorevoli e illustri colleghi si sono espressi dicendo che questi bambini dovevano essere ricongiunti ai genitori. Perché non si è tenuto conto adeguatamente di tutti questi pareri?
«Perché il dolore dei bambini è stato sottovalutato da sempre. Questi bambini non erano in una condizione di infelicità, ma erano una condizione di sostanziale amore, attenzione, sostegno, direi armonia, felicità. Quindi quando tu li strappi dai genitori da che cosa li vuoi proteggere? Mi sembra che non sia stata considerato fino in fondo la potenza traumatica di una decisione così devastante come quella di prelevare tre bambini, due in età non scolare, da un nucleo familiare unito e amorevole. I bambini, è vero, hanno bisogno di istruzione, attenzioni, socializzazione, di tutto. Ma innanzitutto hanno bisogno dell’amore dei loro genitori».
Non è stata considerata la possibilità che si sarebbero causati traumi che i bambini si porteranno dietro?
«È quello che intendevo dire, non è stata considerata fino in fondo, quando è stato deciso l’allontanamento, la potenzialità traumatica del gesto. I bambini dimostrano una capacità di adattamento straordinaria ma questo non vuol dire che non soffrano, non abbiano dei traumi che poi si verseranno nella loro vita in maniera indelebile».
Sui genitori ora grava una spada di Damocle: la decisione sulla bontà del loro percorso viene affidata al servizio sociale. Se domani un assistente sociale – cosa accaduta già in passato – avesse qualcosa da ridire sul comportamento dei genitori, che cosa accadrebbe? Si ripartirebbe da capo?
«Qui c’è qualcosa di paradossale, cioè si immaginano addirittura degli incontri protetti in casa con l’educatore presente, quasi come se Nathan e Catherine fossero due criminali mafiosi o camorristi che trasmettono ai loro figli principi deviati. O come se fossero dei potenziali abusatori. Catherine e Nathan non hanno fatto nulla di male. Questi bambini non sono stati mai maltrattati, mai violentati, mai abusati. Nathan e Catherine non hanno trasmesso alcuna ideologia mafiosa, camorristica, delinquenziale. Non si drogano, non sono dei tossicodipendenti. Che senso ha immaginare incontri protetti? Da cosa dobbiamo proteggere questi bambini? Dal fatto che forse Catherine darà loro un po’ di frutta al posto delle merendine? Siamo al paradosso. Però dentro questo paradosso dobbiamo starci, e dobbiamo starci nel modo più composto possibile».
In questi dieci mesi sono state evidenziate molte carenze delle istituzioni. Le incomprensioni che lei diceva, la scelta di esperti discutibili, le velocità nell’allontanere i bambini… Sembra che da parte delle istituzioni non ci sia stato alcun ripensamento, alcuna riflessione su tutto ciò.
«Diciamo che nessuno si è messo davvero in discussione. Credo che su questo caso dovremo tornare a riflettere, perché ci interpella profondamente sulle competenze che sono state messe in gioco nel tutelare i minori. Qui trovo una sproporzione nell’agire delle istituzioni, nel drammatico caso di Bordighera ho trovato invece un deficit clamoroso. C’è un tema di competenze che mio punto di vista è pazzesco e credo che dovremo affrontarlo».
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