È rimasto ben poco della certezza della pena in questo Paese. O almeno, è svanita del tutto l’illusione che a un crimine brutale corrisponda una sanzione lineare, severa e proporzionata al trauma impresso sul corpo e nella mente di chi lo subisce.
Oggi, nell’Italia del diritto post-moderno, il paradigma è completamente ribaltato: se vieni aggredita all’alba mentre vai al lavoro, picchiata e violentata in mezzo alla strada, la risposta dello Stato potrebbe non essere più l’inflessibile severità delle sbarre, ma un invito a un «percorso di ravvedimento» per il tuo aggressore. Una comoda sedia, un mediatore qualificato e un bel colloquio costruttivo. È la giustizia riparativa, bellezza, ultima frontiera dell’avanguardia giuridica nazionale, dove la pena è diventata così discreta da non farsi quasi più vedere.
Il caso dello stupratore gambiano a Gallarate
Il caso che in queste ore sta sollevando un’ondata di indignazione e sconcerto arriva dal Varesotto. I fatti risalgono alla mattina del 21 novembre 2025 a Gallarate. Una donna di 53 anni sta camminando per strada: dietro l’angolo la attende un cittadino straniero di 35 anni, originario del Gambia, che la punta, la colpisce e la trascina a forza in una zona appartata, dove poi la stupra.
Grazie alle immagini delle telecamere di sorveglianza della zona e alle preziose informazioni raccolte da un testimone, l’uomo viene individuato rapidamente. I militari lo rintracciano nella sua abitazione, ancora con gli stessi abiti immortalati dai video.
Il gambiano finisce così in cella a Busto Arsizio, con le accuse pesantissime di violenza sessuale aggravata e lesioni personali. Fin qui, la cronaca ordinaria di un incubo metropolitano.
Ma è nell’aula del giudice per l’udienza preliminare di Varese che la realtà processuale ha preso una piega spiazzante. La difesa ha presentato un’istanza formale: l’accesso ai programmi di giustizia riparativa.
Il pubblico ministero ha scelto di non opporsi, lasciando la palla al giudice, che ha accettato. Il procedimento penale ordinario è stato congelato (l’ammissione comporta la sospensione dei termini del procedimento fino al 27 aprile 2027) per valutare i «progressi» dell’aggressore.
La flessibilità della giustizia sugli stupri
A meno di un anno dal fatto, mentre la vittima sta ancora faticosamente cercando di rimettere insieme i pezzi della propria esistenza, lo Stato ha offerto una corsia preferenziale di reinserimento e ascolto al suo carnefice.
Per i prossimi mesi, sarà un mediatore a seguire l’imputato e a verificare se e come potrà confrontarsi concretamente con le conseguenze della propria condotta.
Non è tutto: il trentacinquenne non ha alcuna disponibilità patrimoniale in Italia. Il suo legale sta quindi cercando una soluzione attraverso i familiari dell’uomo che vivono in Gambia, i quali avrebbero dato la disponibilità a raccogliere una somma da mettere a disposizione della donna nell’ambito del percorso.
Tra sei mesi il giudice tornerà a esaminare la situazione: se la relazione del mediatore certificherà un esito positivo, l’imputato potrà incassare uno sconto in sede di sentenza; in caso contrario, il processo riprenderà il suo normale iter.
Le reazioni delle parti civili sono state di totale e comprensibile disperazione. La donna e i suoi familiari si sono opposti in aula con fermezza, rifiutando l’idea che lo stupro venisse trattato con i guanti di velluto della mediazione. Il giudice ha ascoltato e ha ammesso il percorso lo stesso.
L’opposizione della vittima, in questo schema, ha avuto il peso di una nota a margine: registrata, verbalizzata, bypassata. L’abbandono istituzionale, insomma, appare completo: lo Stato, alla fine, si è mostrato più flessibile nel curare l’anima del carnefice che nel proteggere la dignità di chi ha subito la violenza, mentre nel frattempo chiede ai cittadini di continuare a credere nelle istituzioni.
L’errore della riforma Cartabia
Dietro questa stortura si staglia la riforma Cartabia: pensata dai soloni del diritto per alleggerire i tribunali e svuotare le carceri, la legge si è rivelata talmente generosa da includere nelle sue maglie anche i reati di sangue e le violenze sessuali più efferate; la sua applicazione a qualsiasi tipo di reato è da tempo oggetto di un acceso dibattito giuridico e politico. Che la vittima manifesti il proprio dissenso è un dettaglio: la norma permette di aggirarla con un percorso «asimmetrico».
Lo stupratore partecipa a incontri terapeutici, scrive una lettera di scuse guidata che resta agli atti e ottiene in cambio sostanziosi sconti di pena. Il sistema svuota le carceri e riempie i fascicoli di buoni propositi, mentre la persona offesa finisce per fare da sfondo.
Il nome tecnico di questo meccanismo è «vittimizzazione secondaria»: le istituzioni infliggono un secondo abuso, burocratico, a chi è già stata colpita. Comunicare a una donna violentata che il suo aggressore merita una sospensione del processo e una corsia preferenziale di ascolto guidato equivale a dirle che il suo trauma pesa meno dell’agenda rieducativa del sistema.
A Gallarate lo Stato ha scelto di specchiarsi nella retorica della conciliazione coatta, voltando le spalle al dolore reale della vittima.
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