Ecco #DimmiLaVerità del 30 aprile 2026. Il nostro esperto di politica Usa Stefano Graziosi ci spiega che per Trump i sondaggi interni sono disastrosi.
Donald Trump (Getty Images)
Il presidente Usa sembra confuso e impantanato dopo l’offensiva a Teheran. Gli alleati storici attendono risposte sui reali obiettivi, tuttora incerti. Malumori anche nella base Maga, consensi in calo verso il Midterm.
Dove vuole andare a parare Donald Trump? Qual è il suo progetto politico internazionale? Qual è la sua visione geopolitica globale? Come intende comportarsi e quali finalità intende raggiungere nella guerra scatenata in Iran insieme all’alleato Israele?
Dove vuole andare a parare Donald Trump? Qual è il suo progetto politico internazionale? Qual è la sua visione geopolitica globale? Come intende comportarsi e quali finalità intende raggiungere nella guerra scatenata in Iran insieme all’alleato Israele?
Ormai è complesso rispondere a queste domande e questo risulta particolarmente grave perché ne va degli assetti globali del pianeta. Ricordiamoci sempre che gli Usa sono ancora la prima e unica super potenza mondiale e, quindi, le azioni che fa l’America sul piano internazionale - soprattutto in assenza di istituzioni internazionali tali, non dico da governare, ma almeno da mediare le tensioni mondiali o regionali, Europa purtroppo inclusa - diventano centrali, e l’incertezza sul progetto che sottostà a queste azioni desta preoccupazioni piuttosto profonde. Lo scrivo su questo giornale, La Verità, che non si è mai strappata i capelli quando Trump, due anni fa, è stato eletto democraticamente e con una larga maggioranza degli elettori americani. Né, tanto meno, questo giornale ha pianto sui colpi infranti a quella mistura tanto banale quanto pericolosa che si chiama cultura woke: un’accozzaglia di idee con scarso, se non assente, spessore storico, debolissima infrastruttura teorica che si muove in senso contrario al senso di marcia del senso comune. Né ci siamo strappati le vesti sulla questione dei dazi. Ne abbiamo discusso, abbiamo criticato questa misura di politica economica internazionale dal punto di vista della sua efficacia. Però abbiamo anche rilevato e scritto che queste posizioni di Trump non emergevano dal nulla, ma erano anche frutto di politiche commerciali illegittime e sopportate per tanti anni, senza alcun intervento del Wto (l’Organizzazione mondiale del commercio), ad esempio da parte della Cina. Ma ora il discorso è diverso.
Ora Trump ha il dovere di spiegare, almeno agli alleati storici, all’Onu per quel che vale, ma soprattutto alla Nato, verso dove vuole andare e quale piano intende attuare, se veramente gli sta a cuore la transizione verso un regime democratico in Iran. Ci aspettiamo con urgenza una risposta di Trump su questo punto: non noi, ovviamente, ma se l’aspettano gli alleati ai quali, a giorni e a settimane alterne, chiede l’aiuto. Lo ha fatto recentemente per quanto riguarda lo Stretto di Hormuz e si è sentito rispondere dalla Nato che quella guerra non riguarda la Nato stessa. Altra cosa sarebbe se l’Iran attaccasse uno dei Paesi che aderiscono alla Nato in modo sostanziale, cioè con una guerra. In quel caso scatterebbe l’obbligo di osservanza dell’art. 5 dello Statuto della Nato che le impone, in questo caso specifico, di intervenire in difesa dello Stato attaccato. Ma questo è un altro scenario. Attualmente lo scenario riguarda direttamente gli Stati Uniti e Israele da una parte e l’Iran dall’altra.Altra cosa ancora sono gli aiuti a sostegno degli altri Paesi del Golfo, anche attraverso gli aiuti dell’Italia. Andando indietro solo di circa un anno, e cioè al 22 giugno 2025, ricordiamo l’operazione «Midnight Hammer» («Martello di mezzanotte»), ricordiamo l’attacco compiuto dalla United States Air Force e dalla United States Navy a tre impianti nucleari in Iran per ordine del presidente Donald Trump come parte della guerra Iran-Israele. Furono colpiti l’impianto nucleare di Natanz e il centro di tecnologia nucleare di Esfahan. Da parte statunitense si disse, allora, che la battaglia contro il nucleare iraniano era praticamente vinta. Poi si arriva all’operazione di attacco statunitense di quest’anno denominata «Operation Epic Fury» che, tra l’altro, ha risollevato il dibattito sui poteri di governo del presidente in assenza di una preventiva autorizzazione del Congresso. Ma anche per la sua illegittimità da un punto di vista del diritto internazionale riconosciuta anche dal presidente de Consiglio italiano Giorgia Meloni. Ha percorso tutta la storia, la discussione sul rapporto tra illegittimità di un’azione e giustizia della medesima quando un’azione prevede obiettivi ritenuti giusti, come l’abbattimento di una teocrazia islamica sanguinaria, tramite un’azione illegittima come è stata quella della rimozione di Maduro dalla guida del Venezuela. Ora Trump si trova impantanato in tre situazioni: Israele-Gaza, Russia-Ucraina, Iran, e a nove mesi dalle elezioni di Midterm che si svolgono ogni quattro anni, cioè dopo due anni dall’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti.
Questa elezione riguarda 435 membri della Camera dei rappresentati e un terzo dei 100 membri del Senato (alternativamente 33 o 34). Trump si avvia a queste elezioni, secondo alcuni sondaggi, con il 60% degli americani che non sono a suo favore e con uno scarno 36-38% che rimane dalla sua parte. Il problema più serio è che i dubbi serpeggiano nella sua base di riferimento Maga (Make America Great Again). Le elezioni di metà mandato avranno un significato politico e si svolgeranno in un momento in cui, a meno che non avvengano cambiamenti radicali nel frattempo, la base elettorale dell’attuale presidente della prima super potenza mondiale non capisce, ed anzi è contraria, alla svolta dello stesso Trump che ha giocato la sua campagna elettorale anche sul fatto che non avrebbe promosso guerre, del resto in continuità con la tradizione repubblicana che non è mai stata guerrafondaia come talora lo è stata la tradizione democratica di quel Paese. Ma questi sono problemi interni al Paese presieduto da Trump che, certamente, non sono indifferenti per il mondo intero, ma che non sono il problema che ci preoccupa maggiormente in questo momento. Ora ci preoccupa capire dove Trump voglia arrivare in Iran, quali siano le azioni che intende apporre sul tappeto in ordine a una chiusura del conflitto e quali sono le idee per il dopo Khamenei figlio che ha sostituito, dopo pochi giorni, Khamenei padre. Questo è il punto sul quale ci concentriamo e aspettiamo una risposta che ad oggi è nebulosa, continuamente cangiante e che pone il mondo in una posizione di incertezza, anche economica, che potrebbe avere effetti devastanti.
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Donald Trump (Ansa)
Il presidente Usa prova a rassicurare gli americani colpiti dai rincari: «Il conflitto terminerà presto». L’Fbi teme raid in California.
È una quadra non semplice quella che Donald Trump deve trovare sulla crisi iraniana: una quadra che ruota principalmente attorno alla questione petrolifera. Da una parte, secondo il Wall Street Journal, vari consiglieri del presidente americano lo stanno esortando a chiudere in fretta la faccenda, essendo preoccupati per l’aumento del prezzo del greggio: una situazione che, visto l’incremento del costo della benzina negli Stati Uniti, potrebbe avere ricadute assai problematiche per il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre.
È in tal senso che ieri, parlando con Axios, l’inquilino della Casa Bianca è tornato ad affermare che il conflitto terminerà «presto», sostenendo che «non c’è più praticamente nulla da colpire» in Iran. D’altronde, sempre ieri, Centcom rendeva noto di aver finora colpito 5.500 obiettivi nel Paese, tra cui oltre 60 navi.
Eppure, mentre l’Fbi teme attacchi di droni iraniani in California, questa exit strategy potrebbe incorrere in uno scoglio: lo Stretto di Hormuz. Secondo fonti d’intelligence statunitense sentite dalla Cnn, il regime khomeinista avrebbe infatti iniziato a piazzare mine nell’area. Una notizia, che, nella serata di martedì, aveva innescato la dura reazione di Trump. «Se l’Iran ha posizionato delle mine nello Stretto di Hormuz, e non abbiamo notizie in merito, vogliamo che vengano rimosse immediatamente! Se per qualsiasi motivo sono state posizionate delle mine e non vengono rimosse immediatamente, le conseguenze militari per l’Iran saranno a un livello mai visto prima», aveva tuonato su Truth, per poi proseguire: «Stiamo utilizzando la stessa tecnologia e le stesse capacità missilistiche impiegate contro i trafficanti di droga per eliminare definitivamente qualsiasi imbarcazione o nave che tenti di minare lo Stretto di Hormuz». «Sono lieto di annunciare che nelle ultime ore abbiamo colpito e completamente distrutto dieci imbarcazioni e/o navi posamine inattive, e ne seguiranno altre», aveva aggiunto, sempre martedì, poco dopo.
È in questo quadro che, ieri, Trump ha esortato le petroliere a usare lo Stretto. «Penso che dovrebbero usarlo, abbiamo distrutto quasi tutte le loro navi posamine in una notte», ha detto, riferendosi agli iraniani, per poi tornare a minacciare di interrompere i rapporti commerciali con Madrid, da lui accusata di «non collaborare affatto». Sempre ieri, Centcom ha esortato i civili a evitare i porti situati nello Stretto di Hormuz, che vengono usati dal regime khomeinista per «condurre operazioni militari che minacciano la navigazione internazionale».
Ora, non è un mistero che da Hormuz passi circa il 20% del greggio a livello mondiale. In tal senso, i pasdaran puntano a rendere la vita dura alle imbarcazioni americane nell’area proprio per mettere in difficoltà Trump sul fronte interno. Il presidente si trova quindi davanti a un dilemma. Da una parte, vuole affrettare la fine delle ostilità per portare il prezzo del petrolio a scendere. Dall’altra, non può escludere interventi armati ad Hormuz, per neutralizzare i tentativi iraniani di tenere alto il costo del greggio. È del resto in quest’ottica che l’amministrazione statunitense sta valutando da giorni la possibilità di scortare le petroliere che transitano nello Stretto. «Se ci verrà assegnato il compito di scortare, valuteremo la gamma di opzioni per definire le condizioni militari necessarie per poterlo fare», ha affermato, l’altro ieri, il capo di Stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, Dan Caine, mentre il segretario dell’Interno americano, Doug Burgum, ha annunciato che le compagnie petrolifere Usa aumenteranno presto la produzione.
D’altronde, la questione del greggio è stata anche al centro di attriti tra Washington e Gerusalemme. Gli attacchi israeliani alle infrastrutture petrolifere iraniane avevano infatti irritato l’amministrazione Trump che, secondo Axios, ha chiesto lunedì alla Stato ebraico di astenersi da simili operazioni in futuro. Stando alla testata, una delle motivazioni che hanno spinto Washington a lamentarsi con Gerusalemme sarebbe da ricercarsi nel fatto che «Trump intende cooperare con il settore petrolifero iraniano dopo la guerra, in modo simile all’approccio adottato con il Venezuela». Sotto questo aspetto, l’obiettivo della Casa Bianca è chiaro: abbassare il prezzo del greggio e colpire la Cina sotto due aspetti, vale a dire l’approvvigionamento petrolifero e la tutela del predominio del dollaro nelle transazioni energetiche.
È anche in questo senso che Trump sta cercando di arrivare a una soluzione venezuelana per il futuro politico-istituzionale dell’Iran. Il presidente americano vuole evitare un regime change alla Bush jr sia per non rimanere impelagato in costose operazioni di nation building sia per avere un interlocutore «interno» che, adeguatamente «addomesticato», garantisca la stabilità e, quindi, la cooperazione con Washington sul dossier petrolifero. Quello che Trump sta cercando è, in altre parole, una Delcy Rodriguez in salsa iraniana. Lo stesso Israele, che originariamente era più propenso per un cambio di regime in senso classico, sembrerebbe ultimamente essersi allineato alla posizione della Casa Bianca.
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