- I repubblicani volano nei sondaggi, così i dem si affidano all’ex presidente. Ma stavolta il trucco potrebbe non funzionare.
- Intanto Volodymyr Zelensky punta i piedi: «Non sarò al G20 se sarà presente anche Vladimir Putin».
Lo speciale contiene due articoli.
Volete una prova che il Partito democratico americano è terrorizzato dalle elezioni di metà mandato di martedì prossimo? Quella prova c’è. Ed è il ritorno in campo di Barack Obama. Negli ultimi giorni, l’ex presidente americano ha tenuto alcuni comizi in cui ha rispolverato una strategia degna di Enrico Letta: la demonizzazione dell’avversario. «Se avete negazionisti elettorali che servono come vostro governatore, senatore, segretario di Stato e procuratore generale, allora la democrazia come la conosciamo potrebbe non sopravvivere in Arizona», ha detto l’altro ieri in un discorso a Phoenix. Anche il giorno prima, parlando in Nevada, aveva sottolineato la necessità di «salvare la democrazia». Ora, tralasciando il fatto che i «negazionisti elettorali» stanno anche nel Partito democratico (nel settembre 2019 Hillary Clinton disse che Donald Trump era un «presidente illegittimo»), andrebbero forse sottolineate alcune criticità.
Che Obama sia nervoso è innanzitutto comprensibile dai sondaggi. Secondo due rilevazioni di Cnn e Quinnipiac University, nelle intenzioni di voto generiche i repubblicani sono attualmente avanti di quattro punti. Un segnale positivo che trova conferma anche nelle più importanti gare per il Senato, dove i principali candidati trumpisti stanno macinando terreno. Secondo il sito Fivethirtyeight, Adam Laxalt è avanti dello 0,6% in Nevada, JD Vance detiene un vantaggio di oltre il 2% in Ohio e Mehmet Oz sarebbe indietro di appena lo 0,7% in Pennsylvania (quando a settembre scontava invece uno svantaggio di ben 10 punti). I repubblicani sono in rimonta anche in Arizona, sebbene qui vada tenuto presente che il senatore uscente, Mark Kelly, è un dem di centrodestra: un candidato che dunque risulta più difficile da scalzare per l’elefantino. Infine si sta registrando un ampio ricorso al voto anticipato e il tasso di repubblicani che ne sta facendo uso è in crescita rispetto alle tornate del 2020 e del 2018.
È chiaro che, davanti a una simile situazione, i dem non dormano sonni troppo tranquilli. Ed ecco che Obama ha fatto la sua ennesima ricomparsa. Ci sarebbe tuttavia da chiedersi se sia realmente una strategia efficace rivedere l’ex presidente che parla in continuazione di «pericolo per la democrazia» in caso di trionfo repubblicano. In primis, questo ritorno evidenzia ancora una volta la crisi in cui è piombata la classe dirigente dell’asinello, che non trova niente di meglio se non riproporre un ex presidente che – avendo già svolto due mandati – non è tecnicamente rieleggibile. Anziché investire sul rinnovamento, le alte sfere dem preferiscono quindi guardare al passato (altrimenti non esprimerebbero una speaker della Camera e un presidente ottuagenari come Nancy Pelosi e Joe Biden). Andrebbe poi sfatato il mito che Obama sia ancora un idolo per la totalità della sinistra americana. In realtà, non è più così. I sandersiani non gli perdonano di aver dato il suo endorsement alla Clinton nel 2016 e lo accusano – non senza ragione – di essersi lasciato assorbire da quell’establishment a cui, nel 2008, aveva dichiarato guerra.
È inoltre paradossale che Obama scenda oggi in campo per «salvare» il Partito democratico dai disastri di Biden. Come rivelato da Nbc News nel marzo 2020, Obama si diede molto da fare dietro le quinte, durante le primarie dem di allora, per far emergere il suo ex vice (che in Iowa e New Hampshire aveva rimediato delle sonore batoste). E attenzione: questo «aiuto» non avvenne perché Obama nutra chissà quale stima di Biden: ad agosto 2020, Politico raccontò infatti di un rapporto non esattamente idilliaco tra i due. Non si può quindi escludere che Biden sia stato sostenuto proprio in forza della sua debole leadership. Una leadership che avrebbe poi permesso di lottizzare l’amministrazione americana, per accontentare il più possibile le rissose anime in seno al Partito democratico, in cui il peso politico dell’ex presidente resta comunque ben rilevante. Tra l’altro, non è neanche detto che stavolta la strategia della demonizzazione funzioni. Cavalcandola, i dem rimediarono infatti una sonora sconfitta a novembre dell’anno scorso in occasione delle elezioni governatoriali della Virginia. Segno che, forse, l’elettorato americano sta iniziando a stancarsi di sante alleanze e crociate contro gli avversari politici. Ascoltare Biden che incolpa Trump dell’aggressione al marito della Pelosi o Obama che parla di apocalisse democratica potrebbe spingere molti elettori indipendenti a votare per reazione i repubblicani. Non si può infine escludere che l’ex presidente voglia tirare la volata a sua moglie Michelle per le presidenziali del 2024. Resta però il fatto che il mezzo naufragio politico di Kamala Harris ha messo in evidenza tutta l’inconsistenza di quella «identity politics» che, fino a due anni fa, veniva considerata sulla cresta dell’onda. Un elemento, questo, che potrebbe danneggiare seriamente l’ex first lady. Insomma, per alcuni Obama continua ad essere una risorsa del Partito democratico. Bisognerebbe invece chiedersi se non sia proprio lui la causa dei suoi problemi.
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