elezioni

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Dopo il primo turno, col trionfo non scontato a Venezia, il centrodestra la spunta a Lecco, Vigevano, Arezzo e Macerata. Il campo largo si consola con Chieti, Agrigento, Trani. Meloni: «Confermata la nostra forza». Tajani: «Battiamo il partito della patrimoniale».

Per usare un’espressione cara a Elly Schlein, segretaria pd, anche stavolta il campo largo non si è visto arrivare; nel senso che non è pervenuto. La partita dei ballottaggi di questa domenica e lunedì finisce in pareggio: tre a tre com’era iniziata. Il centrodestra, però, dopo la non scontata vittoria al primo turno a Venezia, ha qualche motivo di soddisfazione che manca alla coalizione sinistro-stellata.

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Il generale cade sugli insubordinati. Anche a Vannacci serve un’alleanza
Roberto Vannacci (Ansa)
A Vigevano, Roberto Vannacci va a sbattere sulla disobbedienza degli elettori, che snobbano l’appello al non voto del suo candidato e scelgono come sindaco Paolo Previde Massara, sostenuto da Forza Italia e da una civica.
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A Venezia decisive le preferenze degli ex sostenitori dei 5 stelle. Clamoroso balzo in Calabria di Fi. Amarezza a Macerata per Parcaroli (Lega) che va al ballottaggio.

Il campo largo è alla ricerca del premio di consolazione dopo la batosta di domenica e lunedì alle amministrative. L’ineffabile Francesco Boccia, capogruppo al senato del Pd, dice: «Sono tutte storie, test così non cambiano nulla e poi Venezia è governata da 11 anni dal Centrodestra. Cinque anni fa con Brugnaro avevano 25 punti in più». Elly Schlein ripete: «Uniti vinciamo, puntiamo alle politiche».

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Il futuro primo ministro magiaro si mostra accondiscendente verso le richieste della Commissione, come quelle sullo Stato di diritto, per un motivo molto semplice: sbloccare i fondi, congelati per ricattare il suo predecessore, che sommati fanno il 17% del loro Pil.

Nelle elezioni, l’economia conta quasi sempre più di qualsiasi altra cosa. Nel 1992 Bill Clinton vinse le presidenziali Usa contro Bush padre proprio all’insegna dello slogan «È l’economia, stupido!», che il suo capo stratega James Carville aveva fatto scrivere su un cartello che campeggiava nella sede della campagna, come uno dei punti principali su cui puntare per battere il presidente uscente.

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Elezioni Ungheria, vince Magyar. Per l’Ue c’è poco da esultare
Peter Magyar (Getty Images)
Affluenza ai massimi storici, segno che in Ungheria, a differenza di certa narrativa, la democrazia è ancora viva e vegeta. Bruxelles ha fatto pressioni per determinare l’esito del voto e l’opposizione ha saputo accreditarsi bene con la lobby europea.

Di sicuro, a dispetto della montagna di falsità raccontate in questi anni da media e politici, il popolo ungherese non ha perso dimestichezza nei riguardi della democrazia. Nel tardo pomeriggio di ieri, poco prima che le urne chiudessero, l’affluenza si era stabilizzata attorno al 77,8%, percentuale che qui in Italia possiamo solo sognarci e che in terra magiara non era così alta dal 1990, cioè dai primi vagiti democratici dopo la caduta del regime comunista.

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