Oriana Fallaci (Ansa)
In un servizio di «Fuori dal coro» gli imam di Brescia dicono che si può sposare una bambina purché abbia le mestruazioni. Del resto è lo stesso «Corano» ad ammetterlo. Aveva ragione la Fallaci nel suo (inascoltato) libro sulle donne musulmane.
Sono trascorsi 65 anni dal giorno in cui Oriana Fallaci diede alle stampe Il sesso inutile, un saggio in cui raccontava la condizione della donna in alcuni Paesi intorno al mondo. Il primo capitolo di quel libro era dedicato a una sposa bambina. La descrizione della cerimonia colpisce, perché da inviata dell’Europeo Fallaci fece un resoconto vivido di quel matrimonio tra una ragazzina e un adulto. «Non mi accorsi subito che fosse una donna perché da lontano non sembrava nemmeno una donna: sembrava un oggetto privo di vita o un pacco fragile e informe che uomini vestiti di bianco conducevano verso l’uscita».
Quel pacco privo di vita era una bambina che andava sposa a un musulmano, a Karachi, in Pakistan. Aveva gli occhi chiusi, per non vedere un marito che non aveva mai visto. Il coniuge l’aveva scelta guardando una fotografia e gli era piaciuta. Lei, la bambina, «teneva la testa appoggiata ai ginocchi e si capiva finalmente che era una donna poiché da tutto quel rosso incrostato d’oro e d’argento uscivano due piedi minuscoli, con unghie dipinte di rosso e la pianta dipinta di rosso. Tra i ginocchi, poi, penzolava una mano ed anche la mano era minuscola, con unghie dipinte di rosso. Piangeva. E a ogni singhiozzo le spalle si alzavano e si abbassavano come il singulto di un animale ferito. Era molto piccola, così raggomitolata per terra. Così piccola che veniva voglia di fare qualcosa per lei: come aiutarla a scappare».
Ribadisco: il saggio di Oriana Fallaci risale a 65 anni fa. Ma da allora nulla sembra essere cambiato. Nei Paesi musulmani spesso le donne vanno in sposa a uomini che nemmeno conoscono. A decidere chi debba essere il loro marito sono i genitori e se le figlie si ribellano rischiano di finire sottoterra, come è capitato a Saman e a Hina. Assassinate dai parenti perché rifiutavano un matrimonio combinato. Non in Pakistan, ma in Italia. E proprio a Brescia, dove una giovane di vent’anni fu sgozzata dal padre e sepolta in giardino perché rifiutava le nozze, la trasmissione condotta da Mario Giordano su Rete 4 è andata a chiedere agli imam se sia giusto che un adulto di 30 o 40 anni sposi una bambina di nove. Le risposte date all’inviato di Fuori dal coro sono state agghiaccianti. Per i capi religiosi della comunità islamica di Brescia è normale che una minorenne venga costretta a sposarsi con un uomo molto più anziano di lei. La legge in tutto il mondo civilizzato vieta i matrimoni di bambine con persone adulte e punisce anche i rapporti sessuali con minorenni, ma gli imam interpellati dal giornalista del programma di Giordano non sembrano turbati dal divieto. «È il Corano a consentirlo» si giustificano, aggiungendo che il profeta prese una sposa che aveva appena 12 anni. Secondo loro, il matrimonio è una cosa buona e giusta e per legalizzarlo, registrandolo ufficialmente, è sufficiente aspettare che la «moglie» compia 18 anni, in mondo da non disturbare la legge. «È una cosa bella» commentano senza sapere di essere registrati quando l’inviato dice di aver sposato una ragazzina di 12 anni. Però, quando il giornalista rivela la sua identità e non nasconde più la telecamera, la versione si fa più prudente. All’improvviso gli imam che prima lodavano il matrimonio fra bambine e adulti, promuovendolo quasi si trattasse della sublimazione di un’unione tra uomo e donna, dicono di non sapere nulla delle spose bambine. Di fronte alla cinepresa non rivendicano più le nozze con minorenni obbligate a sposare degli sconosciuti per decisione dei genitori. A microfoni aperti diventano rispettosi della legge.
Ma è evidente che dietro la cautela ufficiale esiste una realtà inquietante, non molto diversa da quella raccontata 65 anni fa, dopo un viaggio a Karachi, da Oriana Fallaci. Si tratta di pedofilia islamica, minorenni costrette a sposare uomini che non conoscono quando ancora sono in età per giocare con le bambole. Per gli imam è sufficiente la loro prima mestruazione per trasformarle in spose da offrire a uomini molto più vecchi di loro. «È scritto nel Corano» insistono. «Sono passati milletrecento anni da quando Maometto parlò nel caldo deserto d’Arabia» scriveva nel 1961 la più famosa giornalista italiana «e sebbene qualcosa di nuovo succeda tra le donne dell’Islam, la stragrande maggioranza dei suoi fedeli continuano a rispettarne le leggi come se il tempo si fosse fermato». Ecco, il servizio di Fuori dal coro dimostra che non è cambiato niente da allora. Anzi, convinti di parlare in privato, gli imam spiegano che a nove anni le bambine sono pronte per diventare spose. Scriveva sempre Oriana: «C’è molto sole sui Paesi dell’Islam: un sole bianco , violento che accieca. Ma le donne musulmane non lo vedono mai: i loro occhi sono abituati all’ombra come gli occhi delle talpe. Dal buio del ventre materno esse passano al buio della casa paterna, da questa al buio della casa coniugale, da questa al buio della tomba». Ecco, è ciò che pensano quegli imam. Non a Karachi, ma a Brescia. E noi glielo lasciamo pensare e probabilmente fare.
Continua a leggereRiduci
Da dove nasce l'idea di un aeroplano misterioso? Torniamo indietro di sessantadue anni per rivivere un momento storico avvenuto in piena guerra fredda.
Pasquale Carlomagno e Maria Messenio (Ansa)
I genitori di Carlomagno non hanno retto e si sono impiccati. L’omicida resta in cella con una coperta e mutande di carta.
Quella di Anguillara si è trasformata in una tragedia che neppure Sofocle ed Euripide sarebbero riusciti a elaborare. Un precipizio che non ha risparmiato nessuno. Un bambino di dieci anni in pochi giorni ha perso quasi tutti i suoi cari: prima la mamma, Federica Torzullo, assassinata dal papà, Claudio Agostino Carlomagno; poi il padre, portato via in manette e rinchiuso in carcere; infine i nonni paterni, Pasquale Carlomagno, 67 anni, originario di Lagonegro, in Basilicata, amministratore unico dell’impresa di movimento terra di famiglia, e Maria Messenio, 65 anni, poliziotta in pensione che proveniva dalla provincia di Bari e che ad Anguillara era diventata assessore alla Sicurezza (fino alle dimissioni, dopo l’arresto del genero), che hanno deciso di togliersi la vita insieme, impiccandosi sotto il portico del giardino della loro villetta. Lei, il 9 gennaio, aveva accompagnato il figlio dai carabinieri per denunciare la scomparsa della nuora. Ma, sentita come testimone, aveva precisato di avere difficoltà a relazionarsi con il figlio da circa quattro anni. Anche tra Pasquale e Claudio i rapporti si erano raffreddati e si limitavano, è emerso dalle indagini, alla gestione della società (sua al 70 per cento e di Claudio per il restante 30, costituita nel 2005 con 10.000 euro di capitale sociale e con tre dipendenti) e al lavoro. Erano rimasti in silenzio da quando la loro nuora è scomparsa per poi riaffiorare da quel terreno nell’azienda di famiglia in cui era stato occultato il corpo dopo un tentativo di distruzione col fuoco. Negli ultimi sette giorni i due hanno provato a reggere i colpi. Prima si sono rinchiusi in casa, facendo attenzione perfino a quali luci accendere. Lei, che si era presentata alle elezioni comunali parlando di «rispetto delle regole e delle persone» come «valori fondanti» della sua educazione. Lui, che pure la mattina del 9 gennaio, era stato ripreso dalle telecamere davanti alla scena del crimine appena 28 minuti dopo l’orario in cui sarebbe avvenuto l’omicidio. Un particolare che gli inquirenti avevano in mente di approfondire, prevedendo di convocarlo di nuovo nei prossimi giorni in Procura. Anche perché era stato proprio Pasquale a fornire un alibi (subito crollato) al figlio, sostenendo che la mattina del delitto Claudio era a lavoro e poi correggendosi, rettificando che era solo quello che gli era stato riferito. E, così, pur senza un’evidenza rispetto alla consapevolezza di ciò che era accaduto nell’abitazione che si è trasformata nella scena di un crimine, quei due passaggi erano inevitabilmente finiti nell’inchiesta. Claudio, poi, quando la casa che condivideva ancora con Federica (e che entrambi avrebbero dovuto occupare a giorni alterni dopo la separazione che lui rinviava e che lei, invece, era determinata a portare a termine) era finita sotto sequestro, era tornato a casa dei genitori e lì è rimasto per due giorni, ovvero fino al momento del fermo disposto dai pm di Civitavecchia, poi diventato un arresto firmato dal gip. Pasquale e Maria hanno lasciato un biglietto di addio all’altro figlio, Davide, che abita a Roma. Qui entrambi avevano passato gli ultimi giorni per allontanarsi dal clima di Anguillara. È stato Davide, dopo la partenza dei genitori, a trovarlo e ad avvertire una zia materna che ha raggiunto la villetta. Ma non ha fatto in tempo. Nessuno rispondeva. E ha chiamato i carabinieri. Nella lettera hanno spiegato i motivi che li hanno spinti all’estremo gesto: la vergogna per l’atroce crimine commesso da Claudio, i sensi di colpa, la paura di non poter più tornare ad avere una vita normale. La Procura ha disposto l’autopsia sui corpi, prevista tra oggi e domani, anche se ci sono pochi dubbi rispetto all’ipotesi del duplice suicidio. «Sono anche loro vittime di un crimine le cui conseguenze si estendono dolorosamente a chi non ne ha alcuna responsabilità, una discesa agli inferi che i signori Carlomagno non sono riusciti tragicamente a sopportare», afferma il difensore di Claudio, l’avvocato Andrea Miroli, prima di spiegare che il suo cliente «è venuto a conoscenza della morte dei genitori ed è sorvegliato a vista». L’amministrazione dell’istituto di pena ha disposto la sorveglianza anche perché proprio mentre confessava aveva affermato di aver pensato di togliersi la vita dopo il delitto ma di non aver trovato il coraggio. Un concetto che avrebbe continuato a ripetere anche in carcere, dove è ristretto in una cella priva di suppellettili. Indossa slip di carta e ha a disposizione solo una coperta, come previsto dai protocolli in caso di rischio autolesionistico. Da fonti della polizia penitenziaria si apprende che è «disperato» per le morte dei genitori e che chiede di poter incontrare suo figlio, mentre non avrebbe provato rimorsi per aver ucciso la moglie. E, così, Anguillara è sprofondata sotto il peso di tre lutti, tutti per cause violente, e di uno strappo per via giudiziaria. Uno dopo l’altro. Il piccolo si è trovato improvvisamente con un unico punto di riferimento, i nonni materni. Nonostante le sofferenze si affannano nella ricerca di far vivere al piccolo la sua solita routine: la scuola, le attività pomeridiane, la squadra di calcio. Per evitare che il peso di quella tragedia che non ha scelto finisca per condizionare la sua esistenza. Che nessuna sentenza, nessuna spiegazione potrà mai davvero riparare.
Ansa
Il fenomeno non sembra cessare. Anzi, è sempre più diffuso nelle baraccopoli romane.
«Hai sposato una bambina di 13 anni. Bene, hai fatto una cosa molto bella. Adesso è tua moglie, è proprietà tua». Siamo a Brescia, in una delle tante moschee abusive di quella che viene considerata la capitale islamica d’Italia. A parlare, con tanta naturalezza, è l’imam di una di queste moschee, pienamente convinto della sua tesi: «Nel nostro Islam dopo i nove anni una ragazza diventa adulta e può sposarsi, nel Corano si dice che si può fare. Che sia di nove, 10 o 12 anni... quando c’è il primo ciclo è adulta e nel Corano si dice che può sposare anche un uomo di 30 o 40 anni se i genitori sono d’accodo. Si può fare perchè l’Islam dice che la ragazza deve essere giovane...» .
A raccogliere questa sconcertante testimonianza è stato Francesco Leone, giornalista della trasmissione Fuori dal Coro, che ieri sera ha mandato in onda un ampio servizio proprio sul tema delle spose bambine. Leone si è finto un italiano interessato a conoscere la tradizione islamica e, grazie alla mediazione di un complice, bussando alla porta di una delle moschee della periferia della città, ha trovato subito terreno fertile. L’imam, giovane e da poco alla guida di quella comunità islamica, ha ricordato che «anche il profeta a suo tempo ha sposato una bambina» (Aisha la moglie favorita di Maometto promessa a lui quando aveva appena 9 anni) e, dunque, in sostanza, se lo ha fatto lui, non si capisce per quale motivo dovrebbe essere vietato.
«Quello che più colpisce - spiega Leone - è che questi discorsi arrivano da un imam che predica in Italia. Un semplice viaggio negli ambienti musulmani di casa nostra ha svelato che non si tratta affatto di un fenomeno lontano, ma di un principio ritenuto valido da persone che, ogni giorno, portano avanti queste tesi in luoghi, come sono le moschee, frequentati da tanti fedeli e anche da tanti bambini, visto che all’interno di queste strutture c’è sempre la scuola coranica». Quello che emerge inoltre «è che si tratta di una usanza ancora diffusa - spiega ancora Leone - nei Paesi musulmani e di una tradizione che viene perpetrata anche attraverso uno scambio di denaro tra il futuro marito e la famiglia di origine, in moschea alcuni fedeli ci hanno detto che per il Corano tutto questo è consentito e che, quando la moglie bambina compie 18 anni, può essere portata in Italia con ricongiungimento familiare». Secondo la piattaforma Child marriage ogni anno 12 milioni di ragazze diventano mogli prima di diventare diciottenni, di queste una su 9 ha meno di 15 anni e in alcuni casi ne ha solo 8 o 9. Per l’Italia non esistono rilevazioni statistiche recenti. Le ultime, risalenti al 2018, sono quelle dell’Associazione 21 luglio che aveva rilevato numerosi casi di matrimoni precoci forzati nelle baraccopoli delle periferie romane. Nel nostro Paese i matrimoni precoci hanno un profilo giuridico penale e la cessione di un minore ai fini del matrimonio da parte della famiglia è un reato. Nelle ultime settimane, tuttavia, due casi di cronaca hanno riportato l’attenzione sul tema. Il primo è stato il ritrovamento di una giovane di appena 14 anni soccorsa da una donna, nelle campagne del ferrarese, mentre fuggiva disperata dal «marito» di 25 anni che regolarmente le usava violenza e che è stato arrestato. Il secondo è quello di un bengalese di 29 anni che aveva abusato e messo incinta una bimba di appena 10 anni, ospite del centro migranti di San Colombano a Collio, proprio in provincia di Brescia. L’uomo, finito a processo, si è avvalso del rito abbreviato e ne è uscito con una condanna ad appena 5 anni di carcere. Per il giudice infatti non si è trattato di «violenza sessuale» bensì di «atti sessuali con minore», valutazione basata sul fatto che l’imputato ha spiegato come tra lui e la bimba ci fosse, da tempo, «una sorta di relazione».
Continua a leggereRiduci







