The Wall, quello dei Pink Floyd. Per ora è l’opera metafisica più visibile della prossima Biennale Arte per via della polemica sulla presenza oppure no degli artisti targati Russia. Ancora una volta, ancora dopo quattro anni, ancora con due posizioni graniticamente contrapposte. Da una parte l’Europa, governo italiano compreso, a dire no alle opere provenienti da Mosca e a piazzare (avanti con la metafora) «another brick», un altro mattone sul muro. Dall’altra, in fremente solitudine, il presidente dell’ente culturale Pietrangelo Buttafuoco che ha dato il via libera a scultori, pittori, filosofi russi e vorrebbe trivellare un buco nel cemento ideologico. E dalla trincea sintetizza: «La Biennale deve restare uno spazio di tregua tra le nazioni, capace di accogliere anche i Paesi in conflitto».
Sulla scacchiera geopolitica è messo male. È circondato e il rischio di affondare in Laguna è alto. C’è il warning di Bruxelles, c’è la lettera firmata da 22 Paesi membri che chiedono all’Italia di vietare la partecipazione dei russi, c’è la posizione del ministro della Cultura Alessandro Giuli («la scelta della Biennale è contraria all’opinione del governo italiano che rappresento»). Soprattutto c’è la minaccia della Commissione europea alla Fondazione di togliere i 2 milioni di finanziamento, con «la condanna all’apertura alla Russia perché in Europa la cultura deve salvaguardare i valori democratici, favorire il dialogo, la diversità e la libertà di espressione, valori che non sono rispettati nella Russia di oggi». Parole e musica del portavoce Thomas Regnier. Sintesi: allora boicottiamoli, facciamo come loro. Ancora una volta.
Il muro somiglia a quello di Berlino, visibile da lontano dai tempi di Fëdor Dostoevskij cacciato dall’Università Bicocca di Milano; dalla bacchetta del direttore d’orchestra Valerj Gergiev spezzata dal sindaco Giuseppe Sala che gli impedì di salire sul podio alla Scala; dal rifiuto conformista di sedersi a tavola accanto a chiunque scriva in cirillico. Neppure l’esempio delle Paralimpiadi (peraltro italiane) è servito a rasserenare gli animi: qui i russi hanno alzato la bandiera, l’inno sta risuonando in Val di Fiemme e a Cortina (quattro ori) come contrappunto alle loro vittorie senza che nulla accada. Senza contestazioni e senza indignazioni perché lo Sport, come la Cultura, vive in un mondo «altro» che non conosce divisioni. Se così non fosse, avremmo difficoltà a spiegare la presenza ai Giochi appena conclusi di Stati come l’Iran, con la sua sanguinaria dittatura teocratica.
Se Buttafuoco immagina dal 9 maggio una Biennale di respiro mondiale in grado di elevare le menti anche oltre la tragedia della guerra con le sue logiche di contrapposizione, ha ragione. Il suo sguardo dalla torre d’avvistamento di una città aperta come Venezia non può che essere questo, inclusivo nel senso più coraggioso del termine. Poiché, come teorizzava Luciano De Crescenzo, «eppure è sempre vero anche il contrario», dalla vicina torre di osservazione istituzionale il ministro della Cultura coglie legittimamente il rischio di mettere in imbarazzo Giorgia Meloni e di vedere svuotata di contenuti l’Esposizione, fiore all’occhiello del nostro Paese, se i firmatari (fra i quali Francia, Germania, Spagna, Portogallo) dovessero imporre alle loro delegazioni di non partecipare. Lo showdown è fra due amici di vecchia data, strumentalizzato dai media mainstream che non aspettavano altro per sguazzare dentro una polemica interna al centrodestra.
Il vicepremier Matteo Salvini parteggia per la partecipazione: «L’arte e lo sport avvicinano, di sicuro non allontanano». Il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, è pronto ad accogliere i russi: «La Biennale è un’istituzione indipendente e libera, siamo in democrazia e non in una dittatura. Siamo con l’Ucraina senza se e senza ma, altra cosa è il popolo russo con cui non siamo in guerra. Abbiamo fatto un gemellaggio con Odessa, con la mia famiglia abbiamo ospitato profughi ucraini. Ma dicono che «chiunque tocca il mare tocca il mondo», Venezia è da sempre un luogo di diplomazia e di libertà».
Peraltro sarà molto difficile sfrattare la Russia visto che la Biennale è anche casa sua. È proprietaria del padiglione ai Giardini di Venezia dal 1914 come altri 29 paesi (quest’anno si è aggiunto il Qatar). Sono le nazioni riconosciute dall’Italia, a loro basta una comunicazione autonoma per partecipare. Come ha ricostruito Adnkronos, dopo l’invasione dell’Ucraina i russi avevano ritirato la delegazione mentre nel 2024 avevano concesso il padiglione alla Bolivia. L’anno scorso Mosca ha riaperto «la casa» veneziana per la Biennale di Architettura e il delegato culturale Mikhail Shvydkoy ha sottolineato che «nessuno può privare la Russia del diritto di espressione artistica». Allora non ci furono polemiche né sollevazioni. Quest’anno sono previste performance musicali, di poesia e di filosofia. Sempre che The Wall non si alzi come il Mose.
Il circolo culturale di Bruxelles è salito in cattedra. Non trovando una strada percorribile e condivisa per mettere fine alla guerra in Ucraina, l’Unione europea ha deciso di buttarla sulla Storia, sulle infrastrutture culturali, sulla «resilienza democratica», «sui contenuti dai valori comuni». Armiamoci e studiate. Così ti viene il dubbio: stai a vedere che Fedor Dostoevskij torna ad essere praticabile nelle università italiane e il presidente Sergio Mattarella fra otto giorni va alla prima della Scala ad applaudire Dmitrij Sciostakovic. Niente di tutto questo, con la Russia non si condivide nulla. Lei rimane fuori, oltrecortina: è il nemico alle porte.
La conferma arriva dal pulpito traballante dell’Alto Commissario per gli Affari esteri, Kaja Kallas, che nell’intervento dell’altro ieri ha sollecitato i 27 Paesi membri ad aprire il portafoglio anche nel 2026 e 2027 perché «per aumentare le possibilità di pace, dobbiamo aumentare anche la pressione sulla Russia, che sta perdendo denaro e truppe. Anche l’idea che l’Ucraina stia perdendo è del tutto falsa. Se la Russia potesse conquistare l’Ucraina militarmente, lo avrebbe già fatto». Quindi bisogna continuare a finanziare Kiev, spiega Kallas. E in un passaggio del discorso che la fa somigliare più a una cantante lirica o a un mobile dell’Ikea, va fuori strada: «Negli ultimi 100 anni la Russia ha attaccato più di 19 Paesi, alcuni fino a tre o quattro volte. Nessuno di questi paesi ha mai attaccato la Russia».
Bontà sua, dimentica la Germania di Adolf Hitler, l’Italia nella tragedia delle centomila gavette di ghiaccio e il Giappone imperiale a Port Arthur (120 anni fa). Se è emotivamente comprensibile piegare la Storia di ieri per giustificare le strategie di oggi - la Russia comunista non si fece mai pregare nel far sentire il peso dei cingoli sulle schiene di popoli inermi -, lo è meno creare distopie orwelliane un tanto al chilo. Cosa che accade regolarmente anche quando si citano i famosi «80 anni di pace in Europa» lasciando al loro destino di sangue e di morte le guerre nei Balcani e i bombardamenti su Belgrado ordinati da Bill Clinton e dalla coalizione dei buoni.
La giornata europea della difesa della cultura comincia con lo svarione da terza liceo della Kallas e continua con un Consiglio Ue dedicato all’azione contro «le minacce militari e ibride all’identità culturale», qualunque cosa la frase voglia dire. La preoccupazione è duplice e lievemente lunare. Da una parte l’Europa paventa attentati di Mosca al patrimonio culturale (monumenti, statue, ponti romani, basiliche), dall’altra mette in guardia dalle infiltrazioni social degli ormai leggendari hacker russi che prenderebbero di mira intenzionalmente «l’identità culturale attraverso minacce ibride o disinformazione, che sono diventate elementi sempre più importanti delle strategie politiche e militari, sia in tempo di pace che durante i conflitti».
Per contrastare l’ipotetico fantasma tentacolare, Bruxelles chiede ai 27 di «integrare le infrastrutture culturali come monumenti, archivi, biblioteche, registri, musei, cinema, edifici, compresi quelli religiosi, attraverso sistemi di difesa, piani di evacuazione, la valutazione e la mappatura dei rischi e tenendo conto della vulnerabilità dei siti archeologici». Un impegno titanico e costosissimo destinato a rimanere sulla carte come le strategie satellitari dell’Esa.
Per proteggersi invece dagli effetti della cosiddetta disinformazione, la Ue sollecita i Paesi membri a «salvaguardare e preservare digitalmente il patrimonio culturale, al fine di aumentare la preparazione alle crisi e la resilienza democratica». Da qui la necessità di «continuare a promuovere la libertà artistica e la diversità culturale incoraggiando settori e iniziative che mettano in evidenza i valori comuni. Come la cinematografia, che riflette un passato condiviso, contribuendo in tal modo a difendere i valori europei». Siamo sempre lì, più Europa e meno Russia anche al cinema, che per noi significa purtroppo più Gabriele Muccino e meno Andrei Tarkovskij.
Al di là della «resilienza democratica» necessaria soprattutto a chi legge, l’allarme è singolare e sembra segnare il rientro nella Storia dell’Europa del benessere, dei desideri e della noia che ne era allegramente uscita 25 anni fa ritenendola finita. Lo è se si pensa che l’Unione Europea non ha mai mosso un dito per stigmatizzare la Cancel culture (targhe distrutte, statue gettate a mare, monumenti sfregiati da fanatici militanti progressisti) e neppure per proteggere le opere d’arte brutalizzate dai terroristi del clima. Quelli per Ursula von der Leyen erano attentati benvenuti. Quanto all’identità culturale da valorizzare, è interessante sentirne parlare a proposito delle infiltrazioni della «disinformazione russa». Ma negli ultimi 20 anni nessuno mai a Bruxelles ha utilizzato la formula per difendere l’Europa dalle infiltrazioni islamiste, dal radicarsi di comunità estranee alla cultura occidentale. In attesa di far abbeverare i cavalli nella fontana di Trevi, Vladimir Putin, anche da nemico, fa miracoli.
Precari di serie A e precari di serie B. I primi sono pochi e stellati (come gli hotel), gli altri sono tanti e peripatetici (come le roulotte); in Rai riescono anche a inventarsi la formula mista per accontentare il giornalismo militante con sahariana di alcune redazioni. La questione è talmente bollente da caratterizzare il dibattito interno e attirare l’attenzione di leader politici come Elly Schlein e Giuseppe Conte in difetto di piazze estive da esplorare. La faccenda è elementare e parte da una necessità oggettiva: ci sono 127 precari da stabilizzare.
Molti entrarono come collaboratori durante il dominio piddino dell’era Enrico Letta, Matteo Renzi, Paolo Gentiloni e dopo un decennio da precari hanno l’opportunità di essere messi definitivamente in regola come giornalisti, guarda caso all’epoca di Giorgia Meloni. Poiché la Rai è un’azienda pubblica che fa «servizio pubblico» (come ci ricordano a pranzo e a cena le vestali sindacali dell’ortodossia), servono un obiettivo e un concorso. L’obiettivo è riempire i buchi d’organico nelle 24 sedi regionali che fanno capo alla Tgr, fiore all’occhiello dell’azienda e in grande carenza di personale, voce dai territori, espressione del valore delle differenze che rendono l’Italia un Paese affascinante e attrattivo. E il concorso è un concorso: chi lo vince va dove viene destinato. Come accade a insegnanti e magistrati. A Torino come a Palermo, a Bari come a Genova.
Qui sta il fastidio, anzi il disgusto, anzi l’orrore dei paladini del giornalismo d’inchiesta di Rai 3 capitanati da mister Report Sigfrido Ranucci: loro, i precari, li vogliono stabilizzare nei comitati centrali dove già stanno. Hai visto mai che debbano essere trattati come tutti gli altri e rischiare Campobasso? Hai visto mai che nel Soviet arrivi un collega non allineato, quindi da rieducare? Al centro della polemica ci sono sette «contrattualizzati» che lavorano a Report, Presa diretta, Indovina chi viene a cena, Elisir, Mi manda Rai 3. Scene dal pianeta rosso.
Nel concorso costruito dall’azienda (decisivo l’ad Giampaolo Rossi) in collaborazione con Usigrai e Unirai, si sottolinea che i primi sette (guarda un po’) avranno la possibilità di scegliersi la sede «se appartenenti ai generi Approfondimenti e Day time». Ma a Rai 3 non basta. Senza la certezza che siano quelli giusti, la protesta continua. Con Conte e Schlein a supportarla, forse inconsapevoli di fare il tifo non solo per il precariato singolo, ma per il precariato doppio (serie A e serie B).
C’è un altro simpatico dettaglio. Mentre protesta dicendo «è un accordo mai visto in 30 anni di Rai», Ranucci difetta di memoria: il concorso contestato è stato organizzato nei particolari su quello storico del 2013, orchestrato dall’Usigrai allora guidata da Vittorio Di Trapani, poi replicato (anche per gli esterni) nel 2015 e nel 2021. Allora Di Trapani stappò una bottiglia per brindare a quel concorso. Oggi, da presidente della Fnsi, chiede ai direttori con aria indignata come possano avallare l’accordo firmato. Direbbe Giorgio Gaber: «E questa è coerenza». A margine della faccenda si è innescata una polemica fastidiosa. Nel tentativo di bloccare il passaggio degli stabilizzandi alla Tgr - neanche fosse un consigliere d’amministrazione -, Ranucci si è esibito in una piazzata da narcisista: «Chi va lì non riesce a fare inchieste, bloccato dal politico di turno, dall’imprenditore di turno o dal criminale di turno».
La risposta del direttore della Tgr, Roberto Pacchetti, è stata puntuale: «Parole gravissime, pesanti macigni scagliati ad altezza d’uomo contro centinaia di colleghe e colleghi». Poi un elenco di inchieste fiore all’occhiello delle redazioni regionali, dove eccellenti cronisti lavorano duro senza «pon pon» e senza sbandierare Pulitzer di legno. La Tgr ha bisogno di quei rinforzi anche per un’inezia che a un’azienda seria non può sfuggire: ogni giorno, più volte al giorno, fa un’audience del 50% in più rispetto a sua maestà (di cartone) Report.





