2025-11-29
Contro Mosca l’Ue arruola pure i monumenti
I ministri della Cultura lanciano un appello per far fronte alla presunta minaccia di Vladimir Putin, invocando perfino l’uso del cinema per promuovere i valori dell’Unione. E Kaja Kallas manipola la storia: «Russia mai attaccata negli ultimi 100 anni». Scorda i nazisti...Il circolo culturale di Bruxelles è salito in cattedra. Non trovando una strada percorribile e condivisa per mettere fine alla guerra in Ucraina, l’Unione europea ha deciso di buttarla sulla Storia, sulle infrastrutture culturali, sulla «resilienza democratica», «sui contenuti dai valori comuni». Armiamoci e studiate. Così ti viene il dubbio: stai a vedere che Fedor Dostoevskij torna ad essere praticabile nelle università italiane e il presidente Sergio Mattarella fra otto giorni va alla prima della Scala ad applaudire Dmitrij Sciostakovic. Niente di tutto questo, con la Russia non si condivide nulla. Lei rimane fuori, oltrecortina: è il nemico alle porte.La conferma arriva dal pulpito traballante dell’Alto Commissario per gli Affari esteri, Kaja Kallas, che nell’intervento dell’altro ieri ha sollecitato i 27 Paesi membri ad aprire il portafoglio anche nel 2026 e 2027 perché «per aumentare le possibilità di pace, dobbiamo aumentare anche la pressione sulla Russia, che sta perdendo denaro e truppe. Anche l’idea che l’Ucraina stia perdendo è del tutto falsa. Se la Russia potesse conquistare l’Ucraina militarmente, lo avrebbe già fatto». Quindi bisogna continuare a finanziare Kiev, spiega Kallas. E in un passaggio del discorso che la fa somigliare più a una cantante lirica o a un mobile dell’Ikea, va fuori strada: «Negli ultimi 100 anni la Russia ha attaccato più di 19 Paesi, alcuni fino a tre o quattro volte. Nessuno di questi paesi ha mai attaccato la Russia». Bontà sua, dimentica la Germania di Adolf Hitler, l’Italia nella tragedia delle centomila gavette di ghiaccio e il Giappone imperiale a Port Arthur (120 anni fa). Se è emotivamente comprensibile piegare la Storia di ieri per giustificare le strategie di oggi - la Russia comunista non si fece mai pregare nel far sentire il peso dei cingoli sulle schiene di popoli inermi -, lo è meno creare distopie orwelliane un tanto al chilo. Cosa che accade regolarmente anche quando si citano i famosi «80 anni di pace in Europa» lasciando al loro destino di sangue e di morte le guerre nei Balcani e i bombardamenti su Belgrado ordinati da Bill Clinton e dalla coalizione dei buoni.La giornata europea della difesa della cultura comincia con lo svarione da terza liceo della Kallas e continua con un Consiglio Ue dedicato all’azione contro «le minacce militari e ibride all’identità culturale», qualunque cosa la frase voglia dire. La preoccupazione è duplice e lievemente lunare. Da una parte l’Europa paventa attentati di Mosca al patrimonio culturale (monumenti, statue, ponti romani, basiliche), dall’altra mette in guardia dalle infiltrazioni social degli ormai leggendari hacker russi che prenderebbero di mira intenzionalmente «l’identità culturale attraverso minacce ibride o disinformazione, che sono diventate elementi sempre più importanti delle strategie politiche e militari, sia in tempo di pace che durante i conflitti».Per contrastare l’ipotetico fantasma tentacolare, Bruxelles chiede ai 27 di «integrare le infrastrutture culturali come monumenti, archivi, biblioteche, registri, musei, cinema, edifici, compresi quelli religiosi, attraverso sistemi di difesa, piani di evacuazione, la valutazione e la mappatura dei rischi e tenendo conto della vulnerabilità dei siti archeologici». Un impegno titanico e costosissimo destinato a rimanere sulla carte come le strategie satellitari dell’Esa. Per proteggersi invece dagli effetti della cosiddetta disinformazione, la Ue sollecita i Paesi membri a «salvaguardare e preservare digitalmente il patrimonio culturale, al fine di aumentare la preparazione alle crisi e la resilienza democratica». Da qui la necessità di «continuare a promuovere la libertà artistica e la diversità culturale incoraggiando settori e iniziative che mettano in evidenza i valori comuni. Come la cinematografia, che riflette un passato condiviso, contribuendo in tal modo a difendere i valori europei». Siamo sempre lì, più Europa e meno Russia anche al cinema, che per noi significa purtroppo più Gabriele Muccino e meno Andrei Tarkovskij. Al di là della «resilienza democratica» necessaria soprattutto a chi legge, l’allarme è singolare e sembra segnare il rientro nella Storia dell’Europa del benessere, dei desideri e della noia che ne era allegramente uscita 25 anni fa ritenendola finita. Lo è se si pensa che l’Unione Europea non ha mai mosso un dito per stigmatizzare la Cancel culture (targhe distrutte, statue gettate a mare, monumenti sfregiati da fanatici militanti progressisti) e neppure per proteggere le opere d’arte brutalizzate dai terroristi del clima. Quelli per Ursula von der Leyen erano attentati benvenuti. Quanto all’identità culturale da valorizzare, è interessante sentirne parlare a proposito delle infiltrazioni della «disinformazione russa». Ma negli ultimi 20 anni nessuno mai a Bruxelles ha utilizzato la formula per difendere l’Europa dalle infiltrazioni islamiste, dal radicarsi di comunità estranee alla cultura occidentale. In attesa di far abbeverare i cavalli nella fontana di Trevi, Vladimir Putin, anche da nemico, fa miracoli.
Sergio Mattarella (Getty Images)
Francesco Saverio Garofani (Imagoeconomica)