
La riunione straordinaria in videoconferenza dei sei Paesi membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Gcc) segna un passaggio politico che va ben oltre la contingenza degli ultimi attacchi. Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Arabia Saudita, Oman, Qatar e Kuwait hanno scelto una linea di compattezza dopo le azioni militari iraniane. Nella dichiarazione congiunta, i ministri degli Esteri hanno denunciato «gli ingenti danni provocati dai perfidi attacchi iraniani» e ribadito l’impegno ad «adottare tutte le misure necessarie per difendere sicurezza e stabilità», inclusa «la possibilità di rispondere all’aggressione».
La sicurezza del Golfo, si legge nel documento, «non rappresenta soltanto una questione regionale, ma un pilastro fondamentale della stabilità economica globale». Dietro la formula diplomatica emerge una verità strategica: la linea dei mullah sta producendo l’effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati. Per anni la Repubblica islamica ha puntato su un’espansione indiretta, affidandosi a milizie alleate e a una pressione costante lungo le rotte energetiche. Il 7 ottobre, nella visione dell’asse guidato da Teheran, avrebbe dovuto innescare una destabilizzazione capace di piegare Israele e isolarlo sul piano internazionale.
La realtà si è rivelata diversa. Israele non è stato distrutto né isolato. Le milizie sostenute da Teheran, Hezbollah in primis, sono sotto pressione e la stessa Repubblica islamica è finita sotto attacco. L’idea di accrescere l’egemonia attraverso la tensione permanente si è trasformata in un boomerang politico e militare. Il vertice del Gcc fotografa questo ribaltamento. Paesi storicamente divisi hanno trovato nell’attivismo iraniano un collante politico inatteso. Anche Stati tradizionalmente inclini alla mediazione, come Oman e Qatar, si sono allineati a una posizione comune che contempla una risposta coordinata. La percezione della minaccia ha rafforzato cooperazione militare e scambio di intelligence. Il Qatar ha annunciato la sospensione di parte delle attività legate al gas naturale liquefatto dopo attacchi che hanno colpito l’area industriale di Ras Laffan. Un drone avrebbe centrato un serbatoio d’acqua e diversi siti sono stati presi di mira. Il ministero della Difesa di Doha ha affermato che le proprie forze armate hanno abbattuto due aerei Su-24 di fabbricazione russa provenienti dall’Iran, come riferito da Sky News. Un portavoce del ministero degli Esteri qatariota ha dichiarato alla Cnn che Teheran «deve pagare il prezzo» per gli attacchi contro la popolazione e che un’azione simile non può restare senza risposta.
Anche le strutture petrolifere saudite di Aramco sono state prese di mira, sebbene senza danni significativi. Segnali che mostrano come la pressione iraniana tocchi direttamente il cuore energetico globale. In questo quadro si inserisce l’irritazione saudita. Il principe Mohammed bin Salman aveva investito nel riavvicinamento con Teheran, puntando sulla distensione. Gli attacchi sono percepiti a Ryad come una rottura di quell’equilibrio. L’Arabia Saudita ha respinto le indiscrezioni secondo cui avrebbe spinto Washington verso un’opzione militare, ribadendo di aver sostenuto «costantemente gli sforzi diplomatici». Ma la sicurezza resta una linea rossa. La dimensione internazionale della crisi è confermata dal colloquio telefonico tra Vladimir Putin e l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani, che hanno auspicato una «rapida de-escalation». Tuttavia la posizione russa appare indebolita: Mosca invoca dialogo in Medio Oriente mentre sul fronte ucraino continua a respingere soluzioni negoziali. Secondo fonti vicine al Consiglio per la sicurezza e la difesa statunitense, il presidente Donald Trump sarebbe sempre più irritato dall’atteggiamento del Cremlino. Resta il dato politico centrale: la strategia dei mullah è sotto pressione. Il progetto che mirava a intimidire i vicini sta producendo l’effetto contrario. Ogni attacco rafforza il fronte regionale e legittima nuove architetture difensive. Il Golfo Persico è il cuore del mercato energetico mondiale: minacciarne la stabilità significa esporsi a reazioni globali. Il paradosso è evidente. Se il 7 ottobre doveva segnare l’inizio della fine per Israele, oggi la Repubblica islamica appare più isolata e vulnerabile.





