Sostenitori dei Democratic Socialists of America seguono i risultati delle elezioni americane del 3 novembre 2026 su uno schermo con la diretta della CNN.
Sostenitori dei Democratic Socialists of America seguono in diretta i risultati delle elezioni di Midterm durante una serata elettorale ad Astoria, nel Queens, a New York, il 3 novembre 2026 (Getty Images)

Dalle elezioni di medio termine per la Camera e il Senato degli Stati Uniti si possono trarre alcune importanti riflessioni. La prima delle quali riguarda lo stato della democrazia in America. Da quasi due anni, cioè da quando Donald Trump è stato rieletto presidente, ci sentiamo dire che gli Usa non sono più una democrazia, ma sono diventati qualche cosa di simile a un’autocrazia, con un solo uomo al comando e per di più matto da legare.

Invece, come abbiamo visto, è stato sufficiente restituire la parola agli elettori e questi hanno votato liberamente, senza coercizioni e scegliendo di punire l’attuale commander in chief per averli trascinati in guerra con l’Iran e per aver fatto aumentare il prezzo della benzina e di molti generi alimentari.

Il peso della guerra e dell’inflazione sul voto

Non so se nell’urna abbia pesato di più la situazione di incertezza in Medio Oriente, inclusa la questione palestinese, o se a influenzare i risultati sia stato l’aumento dell’inflazione, che spaventa i ceti popolari a cui appartengono gli elettori che due anni fa avevano scelto di votare per Trump. A naso direi che, come in quasi tutti i Paesi del mondo, si vota con il portafogli e questo credo che per molti candidati appoggiati dalla Casa Bianca sia stato determinante.

Tuttavia, a differenza degli allarmi di certe vestali della democrazia, tipo Mario Monti, anche questa volta il colpo di Stato «fascista» è stato sventato. Ciò detto, già in passato è capitato più volte che la Camera e il Senato venissero controllate da un partito di colore diverso da quello del presidente in carica.

Ronald Reagan e George W. Bush, ma anche Bill Clinton e Barack Obama, giunti a metà mandato hanno avuto contro i due rami del Parlamento e la situazione ha reso un po’ più accidentata la parte finale del loro mandato, ma nella sostanza poco è cambiato. Dunque, temo che quanti a sinistra già ieri hanno immaginato un ritorno alla Casa Bianca di un presidente democratico dovranno attendere ancora un po’ e non è detto che i loro desideri poi vengano accontentati.

I democratici e il rischio di uno spostamento troppo a sinistra

Infatti, la seconda riflessione che va tratta dal voto americano è che l’Asinello (che da sempre è il simbolo dei liberal) forse questa volta è andato un po’ troppo a sinistra e può non essere un bene, sia per l’America che per lo stesso Partito democratico. Le urne hanno infatti premiato i candidati più radicali, alcuni dei quali vicini all’integralismo islamico, oppure estremamente eccentrici rispetto alla base moderata.

Gli esponenti dem hanno cioè fatto incetta di consensi fra gli elettori più a sinistra, ma quando si tratterà di votare per il futuro presidente degli States, cioè di decidere chi debba sostituire Trump, i liberal moderati potrebbero spaventarsi di fronte alle candidature più estremiste. Avendo strappato alcuni Stati facendo leva su figure che potevano contare sul voto delle minoranze più agguerrite, i democratici potrebbero dover fare i conti con un effetto boomerang, ovvero con la fuga o il voto contrario di quelli che in Italia definiremmo centristi, anche se di sinistra.

I repubblicani e la partita per il dopo Trump

Infine, c’è un’ultima considerazione che deriva dai risultati delle elezioni di medio termine. Dopo anni in cui il Partito repubblicano è stato di fatto ostaggio di Donald Trump, della sua irruenza e del suo radicalismo, ora l’Elefante deve cominciare a pensare al dopo, ovvero al giorno in cui il 47° presidente lascerà la Casa Bianca.

Al voto mancano ancora due anni, ma già dal 2027 cominceranno i giochi delle primarie e dunque chi tra i governatori e onorevoli repubblicani ha in testa di candidarsi dovrà cominciare a muoversi, raccogliendo fondi e creando la propria base elettorale.

Trump, sia la prima sia la seconda volta, partì con largo anticipo, quando nessuno scommetteva sulla sua vittoria. Dunque, dopo la sconfitta innegabile di The Donald, è ora di preparare la rimonta. Perché mai come in America tutto è possibile e proprio l’attuale inquilino della Casa Bianca lo ha dimostrato.

Fino all’ultimo, nel 2016 i sondaggi lo davano perdente, assegnando la vittoria a Hillary Clinton, e nel 2024 il suo ritorno appariva impossibile, sia per la forza economica degli avversari che per le inchieste che lo avevano messo nel mirino. La storia ha invece dimostrato che gli elettori vanno dove vogliono, senza guardare in faccia le élite, senza tener conto delle più dotte analisi.

Perciò, negli Stati Uniti delle follie di Trump tutto è ancora possibile: in peggio, se passerà qualche candidato di estrema sinistra, in meglio se gli americani ci sorprenderanno ancora.

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