«L’affluenza è una buona notizia, in generale la democrazia è una buona notizia». Così il premier Giorgia Meloni, all’uscita del seggio di Spinaceto, a Roma, dove si è recata questa mattina per il voto al referendum sulla giustizia, rispondendo a una domanda.
2026-03-09
Haravi: «Non cantare l’inno della Repubblica islamica è una grande forma di disobbedienza civile»
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Lo ha detto all’Ansa Shervin Haravi, avvocata e attivista iraniana, parlando anche delle giocatrici della nazionale femminile di calcio dell’Iran che si sono rifiutate di cantare l’inno della Repubblica islamica.
«Questo rifiuto e questa presa di posizione dimostrano una delle più importanti forme di disobbedienza civile portate avanti dalle donne iraniane che vivono delle preoccupazioni continue e sono tristi per tutto quello che sta accadendo nel loro Paese, perché non è possibile pensare che qualcuno sia felice della guerra.Nessuno è felice della guerra, anche se una parte degli iraniani sta accettando anche l’intervento militare, ma perché ha quel minimo di speranza che il regime possa cadere. Si deve cercare di porre fine a questo conflitto il prima possibile e procedere con una via che porti alla fine di questo regime e l’inizio di un processo di democratizzazione dell’Iran. Il coraggio è la forma di disobbedienza più forte delle iraniane».
Elly Schlein, Giuseppe Conte ed Emmanuel Macron (Ansa)
I flop del governo Lecornu e del campo largo pure in Calabria confermano che le presunte alchimie politiche non bastano per convincere i cittadini. I quali, transalpini o italiani, non si fan abbindolare dalle chiacchiere.
C’è un filo conduttore che collega le dimissioni del governo Lecornu in Francia e la plateale sconfitta subita dal campo largo in Calabria. La caduta dell’esecutivo a Parigi e il voto nella regione guidata da Roberto Occhiuto dimostrano che non bastano le alchimie politiche per tenere insieme ciò che non sta insieme. E, soprattutto, provano che non puoi continuare a pensare di poter governare contro la volontà degli elettori. Emmanuel Macron, che credo sia il presidente della Repubblica più impopolare che si sia mai visto sulle sponde della Senna, le ha provate tutte pur di rimanere avvinghiato alla poltrona. Da quando si è insediato all’Eliseo, nel maggio di otto anni fa, ha tenuto a battesimo ben nove governi, quasi tutti morti nella culla, dopo pochi giorni (come nell’ultimo caso) o pochi mesi. Mai in Francia si era registrata una simile moria di esecutivi. E però l’inquilino dell’Eliseo ancora non si rassegna a gettare la spugna e a consentire che a decidere da chi essere governati siano i francesi e non i burocrati di partito.
Lo stesso si può dire del voto in Calabria. Roberto Occhiuto, raggiunto da un avviso di garanzia, ha scelto di non rimanere a farsi rosolare dall’inchiesta della magistratura che, come si sa, non ha tempi celeri e può rovinare carriere politiche, con un proscioglimento fuori tempo massimo. Il governatore ha quindi deciso di sottoporsi direttamente al giudizio dei calabresi. Per cercare di approfittarne, la sinistra e i 5 stelle hanno schierato Pasquale Tridico, ossia l’inventore del reddito di cittadinanza, la più grande operazione di voto di scambio che si sia mai vista e che nel 2018 portò fortuna ai grillini. Tuttavia, dopo essersi fatti incantare una prima volta dalla sirena dei sussidi, adesso nel Sud cominciano a essere meno sensibili alle promesse facili. E sono ancor meno attirati dalle accozzaglie in formato campo largo. Tra chi ha deciso di farne parte c’è la stessa unità di intenti che esiste fra interisti e milanisti o, se preferite, fra i tifosi della Lazio e quelli della Roma. Elly Schlein vuole candidarsi come premier alle prossime elezioni e Giuseppe Conte ha la stessa ambizione. Per non parlare poi di Matteo Renzi, che lavora contro l’una e l’altro per imporre Silvia Salis, nella speranza di governare in futuro per interposta persona. Alla combriccola di aspiranti presidenti del Consiglio poi vanno aggiunti Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, i due Bibì e Bibò delle cause perse, pronti a sposarle tutte purché portino il colore della sinistra. Divisi su ogni cosa, che si parli di riarmo o di disarmo, di transizione verde o di decrescita felice, gli esponenti del Campo largo appaiono un’armata Brancaleone, cui è difficile affidare la guida di una Regione. E infatti gli elettori hanno scelto di dare il voto a Occhiuto, preferendolo a Tridico. Se nelle Marche il governatore di centrodestra uscente ha distaccato di otto punti lo sfidante del Pd, in Calabria la differenza è di venti punti: un’enormità, con cui si dimostra che le formule inventate in laboratorio, accoppiando elementi che non possono stare insieme, poi non funzionano, perché gli elettori, che siano francesi o calabresi, non si fanno abbindolare dalle chiacchiere.
E a proposito di parolai, domenica si è chiusa l’annuale kermesse di Matteo Renzi, il quale ha convocato i suoi a Firenze sostanzialmente per dire che Italia viva è morta. Con l’ennesima capriola, invece di ammettere la sconfitta, l’uomo ha lanciato la Tenda riformista, ovvero l’eterno progetto che dovrebbe dar vita alla costola centrista della sinistra. In questi anni, l’ex sindaco ed ex premier ora consigliere del principe saudita Bin Salman, le ha provate tutte pur di riuscire a tornare al potere. A un certo punto, si ispirò perfino a Macron, dicendo di voler fondare qualche cosa che somigliasse a Renaissance, il partito con cui il presidente francese ha conquistato l’Eliseo. Visto com’è finito il suo modello, ossia a passeggiare solitario sulle rive della Senna, anche il futuro del capetto della sinistra centrista sembra segnato.
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Volodimir Zelensky (Ansa)
«Dobbiamo morire per dei ladri?», recita uno dei cartelli. L’eroe dell’Occidente annuncia una norma più bilanciata. Esulta l’Ue.
e dopo aver perseguitato i capi dell’opposizione, il campione della democrazia, il baluardo delle libertà occidentali, l’uomo che ci difende dalle autocrazie, al secolo Volodimir Zelensky poteva completare il suo piano democratico mettendo sotto controllo le due agenzie anti-corruzione dell’Ucraina. Che finora erano indipendenti, ma non dovevano esserlo più. Aveva fatto tutto bene, il campione della democrazia: una legge che parlava di tutt’altro (secondo il noto costume trasparente e democratico), un blitz con i propri scherani e la classica procedura accelerata (altri segnali di indiscussa civiltà liberale), e zac: il gioco sembrava fatto. Le due agenzie indipendenti stavano per finire diritte sotto il controllo del governo. Cioè del medesimo Zelensky. Purtroppo, però, se ne sono accorti. A Kiev sono addirittura scesi in piazza con dei cartelli che dicevano: «No alla legge». «Questa è la strada verso il totalitarismo». «Gli ucraini devono morire per i ladri?». E così il campione della democrazia è stato costretto a innestare la retromarcia.
Per fortuna, a garantire la democrazia restano la legge marziale, l’abolizione delle elezioni, la messa al bando dei partiti e le perquisizioni nei confronti degli oppositori, e tutto il restante corredo liberale e occidentale di quest’uomo che come è noto con i suoi discorsi ha influenzato l’umanità come solo Gandhi, Mandela e Martin Luther King hanno fatto (per conferma consultare apposito libro di Newton Compton: I grandi discorsi che hanno cambiato la storia, da Gandhi a Mandela a Martin Luther King e Zelensky. La foto in copertina è proprio del leader ucraino). Certo: si poteva fare di più. Si poteva completare l’opera. Ma la sottomissione delle due agenzie indipendenti, che sarebbe stata la ciliegina sulla torta democratica, pare proprio non si riesca a fare. Zelensky è stato costretto a tornare sui suoi passi in fretta e furia. E così l’Europa può ricominciare ad applaudire entusiasta il suo eroe. In effetti: dove lo troviamo un altro simile campione della democrazia?
Anche a Bruxelles, in effetti, si erano preoccupati: anni e anni a sostenere Zelensky come ultimo difensore dell’Occidente, a esaltare l’uomo che ci protegge dalle autocrazie, anni e anni a portarlo in tour nei parlamenti come la madonna pellegrina della buona amministrazione, discorsi commossi dalla trincea democratica, e ora c’è la gente in piazza, a Kiev, come non si vedeva dall’inizio della guerra, per protestare contro di lui? Contro la sua poca trasparenza? Contro la sua pessima amministrazione? Ad accusarlo di portarci al totalitarismo? Ad accusare il re della lotta ai poteri autoritari di usare metodi sempre più autoritari? Per altro era stata proprio l’Unione europea a incoraggiare l’Ucraina a istituire le due agenzie per combattere la corruzione assai diffusa in Ucraina. Di recente l’Ue aveva pure consigliato Zelensky di rafforzarle, quelle agenzie. Consiglio eseguito all’incontrario dal medesimo Zelensky, il quale evidentemente ha a cuore la democrazia, ma non tutela le istituzioni democratiche. Soprattutto se a quelle viene la bizzarra idea di indagare pure su di lui, il campione della democrazia.
Pare siano 18, in effetti, gli esponenti politici della maggioranza finiti nel mirino della Nabu e della Sap, l’Ufficio nazionale anticorruzione, e la Procura specializzata anticorruzione, le due agenzie indipendenti che lottano contro la corruzione. E forse anche per quello si è pensato di fermarle. Con la legge 12414 sarebbero state sottomesse al procuratore generale di nomina governativa. Cioè sarebbero state sottomesse al governo: «Con quella legge basterebbe una telefonata dall’ufficio di Zelensky per fermare le indagini», scrivono i giornali ucraini. La 12414 è stata approvata con procedura accelerata e per giustificare il colpo di mano è stata scelta una motivazione originale: si è detto infatti che le agenzie erano «influenzate dai putiniani». Una balla talmente enorme che non ci hanno creduto nemmeno loro. Soprattutto non ci ha creduto la gente che è scesa in piazza. E incredibilmente non ci ha creduto nemmeno l’Unione europea, che pure da sempre crede persino alla necessità di misurare la curvatura delle banane. Così il campione della democrazia Zelensky è stato costretto a mettere da parte le accuse ai putiniani e a chiedere scusa: «Ho presentato un’altra legge, questa volta ben bilanciata», ha dichiarato. «L’Ue accoglie positivamente la nuova legge», hanno subito fatto sapere da Bruxelles. E tutti vissero democratici e contenti.
Certo, resta il fatto che le due agenzie sono state perquisite dai servizi segreti, pochi giorni prima dell’approvazione della legge 12414, ovviamente a scopo intimidatorio. Resta il fatto che uno dei principali attivisti della lotta contro la corruzione in ucraina, Vitaliy Shabunin, ha subito pure lui minacce e perquisizioni. Resta il fatto che i giornali ucraini hanno scritto che «la democrazia è stata tradita». Resta il fatto che il governo vuole amnistiare i corrotti e coprire le malefatte di un sistema evidentemente marcio. Resta l’uso della legge militare per far fuori gli avversari politici, la soppressione dei partiti di opposizione, la cancellazione delle votazioni, come già si è detto, in nome del sempre valido principio che finché c’è guerra c’è speranza (di non essere trombati). Resta il fatto che Zelensky, secondo uno dei più accreditati istituti di Kiev (Kyiv international institute of sociology), un mese prima di cominciare a diventare un eroe dell’Occidente aveva contro il 64,7% degli ucraini proprio perché aveva fallito nella lotta alla corruzione che era la sua bandiera. Resta il fatto che oggi, dopo tre anni di legge marziale e di assenza di opposizioni, e con il mare di soldi che gli abbiamo fatto arrivare, la corruzione è ancora più dilagante. Resta il fatto dei dirigenti allontanati, dei frettolosi rimpasti di governo, del licenziamento del capo delle Forze armate, delle purghe e delle sparizioni in perfetto stile politburo sovietico che mal si conciliano con un simile campione del mondo libero com’è Zelensky. Ma che ci volete fare? Quando c’è da salvare la democrazia bisogna pure sacrificare qualcosa. La democrazia, per esempio.
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JD Vance (Ansa)
- Il ministero degli Esteri tedesco risponde a Rubio (che aveva parlato di tirannia mascherata): «La storia ci dice che bisogna fermare l’estrema destra». Rincara la dose il vice Donald, che non gradisce la repressione.
- Il tycoon: «Se ci impediscono di espellere gli assassini questo Paese è finito». Chiaro il riferimento al giudice texano e agli Stati che ostacolano le politiche della Casa Bianca.
Lo speciale contiene due articoli.
È salita la tensione tra Washington e Berlino, dopo che, venerdì, l’Ufficio per la protezione della Costituzione (vale a dire il servizio d’intelligence interno tedesco) ha designato l’Afd come una organizzazione di estrema destra, oltreché in grado di rappresentare una minaccia per la democrazia: parliamo di una mossa che conferisce adesso alle autorità maggiori poteri di sorveglianza sul partito in questione. A criticare questa decisione è stato innanzitutto il segretario di Stato americano, Marco Rubio. «La Germania ha appena conferito alla sua agenzia di spionaggio nuovi poteri per mettere sotto controllo l’opposizione. Questa non è democrazia, è tirannia mascherata», ha dichiarato su X, per poi proseguire: «Ciò che è veramente estremista non è il popolare Afd, arrivato secondo alle recenti elezioni, bensì le letali politiche migratorie dell’establishment a favore delle frontiere aperte, a cui l’Afd si oppone. La Germania dovrebbe invertire la rotta».
Un post, quello di Rubio, che è stato rilanciato dal vicepresidente americano, JD Vance, il quale ha anche aggiunto: «L’Afd è il partito più popolare in Germania e di gran lunga il più rappresentativo della Germania orientale. Ora i burocrati cercano di distruggerlo». «L’Occidente ha abbattuto il Muro di Berlino insieme. E questo è stato ricostruito non dai sovietici o dai russi, ma dall’establishment tedesco», ha concluso il numero due della Casa Bianca. Le critiche statunitensi non sono state ben accolte da Berlino. Replicando al tweet di Rubio, il ministero degli Esteri tedesco ha difeso la stretta contro l’Afd, affermando: «Questa è democrazia. Questa decisione è il risultato di un’indagine approfondita e indipendente a tutela della nostra Costituzione e dello Stato di diritto. Saranno i tribunali indipendenti ad avere l’ultima parola. Abbiamo imparato dalla nostra storia che l’estremismo di destra deve essere fermato».
La tensione tra l’amministrazione Trump e Berlino non nasce certo oggi. Lo scorso 14 febbraio, parlando a Monaco, Vance aveva già avuto modo di criticare le alte sfere europee, accusandole di adottare dei comportamenti antidemocratici. In particolare, aveva condannato l’annullamento delle elezioni in Romania e la tendenza di vari Paesi europei a formare coalizioni di governo, emarginando forze politiche ampiamente sostenute dagli elettori. «Sono necessari mandati democratici per realizzare qualcosa di valore nei prossimi anni. Non abbiamo forse imparato nulla sul fatto che mandati deboli producono risultati instabili?», dichiarò il vicepresidente americano che, nella sua visita tedesca, ebbe anche un incontro con i vertici di Afd. Pochi giorni dopo, il 23 febbraio, si sarebbero tenute le elezioni federali in Germania. E la Casa Bianca sperava che proprio l’Afd sarebbe entrata in una coalizione di governo. Un auspicio caduto tuttavia nel vuoto, visto che il leader della Cdu, Friedrich Merz, ha preferito allearsi con la Spd, nonostante quest’ultima abbia ottenuto uno dei risultati elettorali peggiori della sua storia. Il che non ha fatto che aumentare gli attriti tra Washington e Berlino.
Ora, una certa vulgata tende a derubricare la sponda tra l’amministrazione Trump e l’Afd a una convergenza tra «estremisti di destra»: un modo con cui l’attuale presidente americano punterebbe a frantumare l’Unione europea. Inutile dire che si tratta di un’interpretazione superficiale e sterile. Innanzitutto Donald Trump non ha alcun bisogno di disarticolare un’Ue che è già storicamente disarticolata di suo. In secondo luogo, la disamina americana è fondamentalmente corretta: la strategia della conventio ad excludendum non rafforza le democrazie, ma le indebolisce, creando disaffezione negli elettori e innescando dei clamorosi effetti boomerang.
Nel 2024, grazie anche alle strategie di Emmanuel Macron volte a isolare il Rassemblement national, la Francia ha visto avvicendarsi ben quattro premier, mentre lo schieramento di Marine Le Pen è cresciuto sia alle elezioni europee che a quelle legislative. Sempre nel 2024, la coalizione di Olaf Scholz, in Germania, è collassata anche a causa delle sue contraddizioni interne, mentre nel febbraio di quest’anno l’Afd è il diventato secondo partito a livello nazionale. Il discorso che fa la Casa Bianca è, in fin dei conti, piuttosto pragmatico: gli Stati Uniti hanno bisogno di interfacciarsi con governi europei stabili, soprattutto in vista di un fronte comune nei confronti della Cina. E di certo la stabilità, ragionano a Washington, non si ottiene estromettendo aprioristicamente dal potere partiti che godono di un largo seguito. Per questa ragione, Trump ha criticato la condanna penale subita ad aprile dalla Le Pen. E sempre per questo motivo, lo abbiamo visto, Vance e Rubio, venerdì, hanno biasimato le alte sfere tedesche. Tra l’altro, a Monaco, lo stesso Vance ebbe modo di citare Giovanni Paolo II: il Papa che svolse un ruolo fondamentale nell’abbattimento di quel Muro di Berlino che adesso, secondo il vicepresidente americano, è stato de facto ricostruito dall’«establishment tedesco».
Sarà un caso, ma gli establishment politici europei fissati con i cordoni sanitari sono spesso gli stessi che stanno cercando di spingere Bruxelles su posizioni filocinesi in chiave anti Trump: una dinamica, questa, che vediamo per esempio all’opera sulla questione dei dazi. Dicono di difendere la democrazia, ma poi silenziano le opposizioni, indeboliscono i legami transatlantici e spalancano le porte a Pechino. Una logica cristallina, non c’è che dire.
Migranti, Trump si ribella alle toghe
Continua il braccio di ferro tra il presidente statunitense, Donald Trump, e le toghe sulla questione delle espulsioni dei migranti irregolari dal territorio americano. Ieri il tycoon dal suo social Truth ha ribadito: «È possibile che i giudici non permettano agli Stati Uniti di espellere i criminali, compresi gli assassini, e di riportarli da dove provengono? Se è così, il nostro Paese, così come lo conosciamo, è finito!». Trump prevede un futuro poco roseo anche per i cittadini americani, visto che «dovranno abituarsi a una vita molto diversa, piena di crimini. Non è questo che i nostri Padri fondatori avevano in mente!».
Queste ultime dichiarazioni arrivano poco dopo il discorso di Trump rivolto agli studenti dell’università dell’Alabama a Tuscaloosa, in cui aveva dedicato parole al vetriolo contro i giudici americani. The Donald ha infatti detto: «Come si può garantire un giusto processo a persone che sono entrare illegalmente nel nostro Paese?». E nell’intervento ha accusato i giudici di voler interferire nel lavoro svolto dalla Casa Bianca, che è in linea con quello «che gli elettori vogliono» in materia di immigrazione.
L’ultimo atto delle tensioni crescenti negli Stati Uniti tra il potere esecutivo e quello giudiziario risale a giovedì, quando un giudice federale del distretto meridionale del Texas, Fernando Rodriguez, ha impedito l’espulsione di presunti membri della gang venezuelana Tren de Aragua verso un carcere di El Salvador. In particolare, il giudice ha vietato all’amministrazione Usa di usare l’Alien enemies act, risalente al 1798, considerato «non coerente con i principi costituzionali moderni». E quindi «il presidente non può dichiarare sommariamente che una nazione o un governo straniero ha minacciato o perpetrato un’invasione o un’incursione predatoria negli Stati Uniti, per poi identificare i nemici stranieri soggetti a detenzione o espulsione», ha scritto Rodriguez nel provvedimento.
Intanto l’amministrazione Trump prosegue nella battaglia contro le città che intralciano l’espulsione di migranti irregolari, ma continua anche nell’adottare misure preventive.
Di ieri è la notizia che il dipartimento di Giustizia americano ha fatto causa a Colorado e Denver per presunta interferenza in materia di immigrazione. Lo Stato americano e la sua Capitale avrebbero approvato le cosiddette leggi santuario, ovvero volte a proteggere i migranti, rendendo più arduo il lavoro delle autorità federali. Secondo il dipartimento di Giustizia le politiche santuario adottate nell’area avrebbero consentito sempre alla gang venezuelana Tren de Aragua di esercitare il controllo in un complesso residenziale situato nel sobborgo di Aurora, a Denver. Non sorprende che le autorità locali abbiano bollato queste affermazioni come «esagerate», ma hanno anche ammesso che ci sia un fondo di verità: la zona era terrorizzata dalla presenza di persone legate alla gang criminale. Intanto l’esercito ha creato lungo il confine con il vicino messicano la Texas national defense area: una zona militare lunga 101 chilometri tra il Texas e il New Mexico dove i soldati possono trattenere chi attraversa illegalmente il confine. Si tratta della seconda area, dopo che lo scorso mese era stata annunciata la creazione di una striscia di 440 chilometri quadrati lungo la frontiera del New Mexico. E i risultati, secondo il governo, sarebbero positivi: a marzo il numero di accessi illegali è sceso al livello più basso.
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