Leggendo la Gazzetta del Quirinale, quotidiano a testate unificate che è distribuito ogni mattina nelle edicole d’Italia, si poteva cogliere la pericolosa arrampicata sugli specchi di alcuni stimati cronisti. I quali, nel tentativo di giustificare l’ingiustificabile, si sono esibiti in passaggi ardimentosi, cercando di dimostrare la coincidenza fra quel che il capo dello Stato ha detto pochi giorni fa a proposito delle classi ghetto e quel che disse nella circolare con cui un po’ di anni fa cercò di evitare un affollamento di alunni stranieri in aula.
Lo stridio di unghie sui vetri segue l’intervento di Sergio Mattarella, il quale, con un discorso in direzione ostinata e contraria a quello del presidente del Consiglio, si schierava a favore di una scuola come «leva più efficace di integrazione per chi viene da altri Paesi e per i giovani nati in Italia da emigrati». La scuola prepara tutti ed è aperta a tutti, ha ricordato l’uomo del Colle, citando l’articolo 34 della Costituzione. «Deve stabilire legami, conquistare la fiducia delle famiglie, aiutare a non formare ghetti, a non alzare barriere, a rendere più sicure le nostre comunità, a unire e non lacerare, superando i muri della diffidenza e dell’incomunicabilità. La scuola è chiamata a produrre coesione sociale».
Essendo caduto il giorno dopo l’annuncio da parte del governo di un decreto per porre un argine alla presenza di stranieri che non parlano italiano all’interno delle classi, la Gazzetta unificata del Quirinale ha interpretato il discorso come una risposta del capo dello Stato a Giorgia Meloni, vale a dire un altolà sulla base dell’articolo 34. Ma lo stesso premier martedì in diretta tv da Bruno Vespa ha ricordato la circolare con cui l’allora ministro dell’Istruzione Sergio Mattarella disponeva esattamente ciò che adesso si vorrebbe impedire all’attuale presidente del Consiglio, ovvero un tetto massimo di extracomunitari in aula. Risultato, grande imbarazzo fra gli ardimentosi cronisti che seguono il Colle, i quali a un certo punto non devono aver più saputo a quale Mattarella votarsi. Se a quello di oggi o a quello di ieri.
La circolare del 1990
Risultato, la Gazzetta del Quirinale si è prodotta in una serie di ragionamenti arditi. Il primo dei quali poggia sulla constatazione che la circolare risale al 1990 e dunque non sarebbe attuale. Peccato che sia più che attuale, in quanto 36 anni fa il problema degli immigrati in classe che non parlano l’italiano era marginale e oggi invece abbiamo classi in cui gli studenti italiani sono stranieri nella propria scuola. Dunque, la decisione di allora è assai più urgente rispetto a quei tempi.
Secondo ragionamento. Il provvedimento firmato da colui che poi sarebbe diventato capo dello Stato era una semplice circolare, mentre oggi si vuole varare un decreto legge. E la prima è meno vincolante del secondo. Ma è proprio questo il tema: un provvedimento amministrativo si può aggirare e dunque ignorare, mentre un decreto no. E, visto che ormai abbiamo classi dove gli stranieri sono maggioranza, una misura che fissi dei paletti è più che urgente.
Le contraddizioni sulle classi ghetto
Terza osservazione, su cui ovviamente gli ardimentosi quirinalisti hanno preferito sorvolare per non cogliere le contraddizioni nel discorso del capo dello Stato. Fu quest’ultimo a scrivere più di trent’anni fa che l’eccesso di presenza di alunni stranieri in alcune classi era un problema. Ed è sempre del futuro presidente della Repubblica l’osservazione che l’integrazione linguistica era una questione di immediata evidenza. Per Mattarella bisognava «ripartire gli alunni stranieri in ragione di qualche unità per classe al fine di agevolarne la naturale integrazione con gli alunni italiani». Dunque, perché quelle che venivano ritenute oltre trent’anni fa misure di buon senso oggi non lo sono più? E come mai i colleghi cercano di giustificare ciò che non è giustificabile?
Il caso di Monfalcone
Oggi nelle aule con un’eccessiva presenza di stranieri si crea esattamente ciò che il decreto intende evitare, ovvero delle classi ghetto, dove non c’è integrazione con i pochi studenti italiani, ma semmai il contrario. E nemmeno si può accettare una concentrazione di stranieri in alcuni quartieri o città (penso ad esempio a Monfalcone), perché sarebbe come accettare che esistano scuole in territorio italiano dove non si parla italiano e probabilmente neppure si insegnano le materie previste dal programma di studio. Perciò che facciamo? Nascondiamo sotto il tappeto il problema, così come i cronisti hanno provato a nascondere sotto le passatoie rosse del Colle la circolare dell’allora ministro dell’Istruzione?
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