Sergio Mattarella
Sergio Mattarella (Imagoeconomica)

Hanno scomodato il razzismo, come sempre. Hanno prevedibilmente evocato lo spettro del fascismo e tuonato contro la discriminazione. C’è stato persino un illustre intellettuale, lo scrittore Eraldo Affinati, che se l’è presa con gli italiani bianchi e intrisi di pregiudizi.

«Esiste un limite etico che non dovrebbe mai essere superato nella legittima contrapposizione del dibattito politico teso ad accaparrarsi il consenso in vista delle future elezioni», scrive Affinati su Repubblica. «Quello che invece con il decreto legge annunciato dal ministro Valditara e rilanciato dalla premier Meloni, riguardo all’imposizione di un tetto massimo pari al 30% di studenti non italofoni per ogni classe del territorio nazionale, è stato largamente oltrepassato».

Già, il governo ha osato troppo, ha superato ogni limite di decenza. E per favorire chi?

Presto detto: «Chi ha paura di star perdendo qualcosa di prezioso, come quei genitori che non volendo iscrivere i loro rampolli nelle scuole con maggioranza di immigrati hanno offerto le premesse per la creazione delle classi-ghetto dove sono presenti quasi esclusivamente alunni di origine straniera». Ah, che orrore i genitori che pretendono che i loro figli imparino l’italiano, rifiutando le bellezze del paradiso multiculturale!

Sul tema sono ovviamente intervenute anche le massime autorità morali della nazione. Il presidente della Cei, Matteo Zuppi, dice che il tetto agli stranieri «non si può accettare», poiché la scuola deve essere «inclusiva». Il capo dello Stato, Sergio Mattarella, si è mosso più felpatamente sullo stesso sentiero, ricordando che la scuola «non deve aiutare a creare ghetti».

Le circolari di Mattarella del 1989 e del 1990

Ed è esattamente qui che il discorso si fa particolarmente interessante. Perché questa storia dei ghetti e della discriminazione appare come una sorta di distorsione della prospettiva tutta contemporanea. Il fatto, vedete, è che fino a qualche anno fa le nostre autorità morali la pensavano molto diversamente. Qualcuno ricorderà forse che Sergio Mattarella è stato anche ministro della Pubblica istruzione. Precisamente dal 23 luglio 1989 al 27 luglio 1990, membro di un governo guidato da Giulio Andreotti.

Ebbene proprio in quel periodo uscirono due circolari ministeriali che hanno fatto epoca, considerate fondamentali, che hanno contribuito a orientare tutte le azioni successive sui rapporti interculturali. La prima è la circolare numero 301 dell’8 settembre 1989, intitolata «Inserimento degli stranieri nella scuola dell’obbligo: promozione e coordinamento delle iniziative per l’esercizio del diritto allo studio». Fu firmata in realtà dal predecessore di Mattarella al ministero, Giovanni Galloni, ma il contenuto di quel testo fu ampiamente accolto nella circolare 205 del 26 luglio 1990, intitolata «La scuola dell’obbligo e gli alunni stranieri. L’educazione interculturale».

In questo secondo documento, l’immigrazione è ripetutamente presentata come un «problema», e si spiega che – per quanto riguarda gli alunni stranieri – «si dovranno distinguere i soggetti di recente immigrazione da quelli il cui arrivo nel nostro Paese è più remoto: i primi avranno non solo problemi di integrazione linguistica, ma manifesteranno problemi di adattamento alle nuove condizioni di vita. I secondi, di regola, dovrebbero in qualche misura possedere i rudimenti della nostra lingua e dovrebbero non più subire problemi acuti di adattamento ai nuovi costumi».

Il limite di cinque alunni per classe

La circolare licenziata da Mattarella (che il giorno seguente diede le dimissioni) dedicava grande spazio al «problema dell’integrazione linguistica». E spiegava che «nelle esperienze in atto è risultata assai proficua l’alternanza di periodi di presenza degli alunni stranieri nelle classi con momenti di applicazione e attività di laboratorio linguistico in gruppi di soli stranieri». Insomma, si indicava come modello di integrazione una sorta di classe separata chiamata laboratorio.

Inoltre, richiamando quasi letteralmente la circolare del 1989, si stabiliva quanto segue: «L’assegnazione alle classi è effettuata, ove possibile, raggruppando alunni dello stesso gruppo linguistico che, comunque, non devono superare il numero di cinque per ogni classe. Al riguardo sembra opportuno ripartire gli alunni stranieri in ragione di qualche unità soltanto per classe, al fine di agevolarne la naturale integrazione linguistica con gli alunni italiani, mentre può essere utile costituire gruppi anche superiori alle cinque unità nei momenti di specifiche attività linguistiche».

Cristallino. Al fine di favorire una adeguata integrazione degli stranieri, l’allora ministro stabiliva che nelle classi non dovessero entrarne più di cinque. In sostanza veniva posto un tetto al numero di ragazzini immigrati per ovviare al «problema» della lingua. Non risulta che l’intenzione fosse quella di creare ghetti, anzi.

Del resto l’idea di mettere un limite alla presenza di stranieri ha circolato a lungo, per lo meno fino al 2010, quando fu Mariastella Gelmini a emanare una nota circolare che fissava il limite proprio al 30% per ogni classe. Di nuovo, l’intenzione non era certo quella di discriminare. E a rimarcarlo fu proprio Avvenire, il quotidiano della Cei, che in un robusto editoriale a firma Lucia Bellaspiga tributò alla Gelmini il dovuto plauso. «Fino ad oggi», scrisse Avvenire, «non era previsto un limite e sempre più spesso succedeva che il numero di bambini italiani e stranieri fosse più o meno equivalente, o addirittura che qualche volta i valori si ribaltassero, con una minoranza di allievi autoctoni in una schiacciante maggioranza di immigrati. Una piccola babele che non giova a nessuno e danneggia tutti.

Il tetto previsto dal ministero dell’Istruzione è dunque un passo avanti ormai irrinunciabile, anche se va detto che un terzo di stranieri resta una percentuale molto alta, capace di mettere in serie difficoltà anche l’insegnante più volenteroso, costretto a funambolismi cui nessuna università lo ha mai preparato». Pensate, il quotidiano dei vescovi addirittura suggeriva che quella del 30% fosse una soglia troppo alta.

Dal 30% di Gelmini alle polemiche di oggi

E allora ci chiediamo: come è possibile che oggi quella soglia venga considerata una intollerabile dimostrazione di razzismo? Persino chi la critica – come Affinati – ammette che i ghetti si creano in assenza di limiti, perché i genitori italiani spostano i figli per non lasciarli isolati in mezzo a compagni che non conoscono la lingua e ne compromettono l’istruzione. Un adeguato bilanciamento non potrebbe che giovare, contribuendo a ridurre le differenze. Eppure è bastato che Giorgia Meloni e Giuseppe Valditara lo proponessero per scatenare il caos.

Fortuna che, in questo putiferio, possiamo trovare una bussola, un faro. Dove? Ma ovviamente nelle parole di Mattarella. Quelle del 1990.

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