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Nel riquadro Laura Saicovich, garante per l’Infanzia a Monfalcone (iStock)

Fino a quattro anni fa, Laura Saicovich ha fatto la maestra. Una vita spesa accanto agli studenti, a insegnare loro. Poi il nuovo incarico: garante per l’Infanzia a Monfalcone. Un Comune complesso, con un tasso altissimo di immigrazione, soprattutto islamica. «Da noi il 70% di alunni non è di origine italofona. E sa cosa succede? Che le famiglie italiane sono costrette a mandare a scuola i figli nei Comuni limitrofi. Pochissimi rimangono qui da noi.

Ma in questo modo, il principio di integrazione, che dovrebbe passare anche dalla scuola, non sussiste più perché i ragazzi, come nel caso di Monfalcone, si parlano in bengalese». Ma non solo, prosegue la garante. Perché parlare la stessa lingua cementifica i rapporti, chiudendoli all’esterno: «Così loro rimangono nel loro gruppo etnico, senza intrattenere relazioni con gli studenti italiani». Per questo motivo, la Saicovich vede nel tetto al numero di stranieri in classe proposto dal ministro Giuseppe Valditara un’opportunità: «In questo modo si potrebbe creare un equilibrio all’interno delle varie classi. Se non interveniamo subito sulle seconde e terze generazioni, queste si troveranno a vivere veramente una crisi d’identità tra due culture: da una parte c’è quella d’origine, da un’altra i ragazzi occidentali a cui vorrebbero assomigliare. Il conflitto, che determina la crisi esistenziale, c’è già». Ad esserne colpite, secondo la garante, sono soprattutto le ragazze: «Sono molto combattute perché i loro genitori vogliono che mantengano la loro identità culturale, le loro tradizioni e la loro lingua. Anche se loro spesso vogliono emanciparsi. Se continuano a vivere tra di loro, però, questo non avviene e neanche la lingua italiana viene appresa nel giusto modo». Quello della lingua è uno dei punti più importanti. «Bisogna creare un equilibrio tra gli studenti italiani e quelli di origine straniera. Bisogna lavorare a migliorare l’integrazione. Per farlo, però, è necessario che gli studenti di origine straniera imparino bene la nostra lingua, altrimenti quelli italiani rischiano anche di rimanere indietro. Ma serve anche l’aiuto delle famiglie d’origine, perché a casa questi studenti non parlano l’italiano, quindi non lo praticano. La scuola resta l’unico luogo in cui imparano la lingua, socializzano, si relazionano, e instaurano anche dei rapporti». C’è infine un’ultima questione che sta a cuore alla Saicovich: il velo. «Da noi è un grande problema. L’amministrazione comunale ha emanato una disposizione per cui, all’interno degli uffici pubblici, non si può andare con il velo integrale o con l’hijab». Soprattutto a scuola: «Abbiamo avuto l’esperienza di una scuola superiore, un istituto professionale, dove ci sono state cinque alunne che al mattino si presentavano con il niqab e dovevano essere portate in una stanza per effettuare il riconoscimento da parte di un’adulta. In più non potevano nemmeno fare nuoto e così la scuola ha dovuto pensare a uno sport alternativo». In questo modo, prosegue la garante, «si sono creati grossi problemi. Non solo nelle scuole superiori ma anche alle primarie. Abbiamo bambine che vengono coperte, seppur non integralmente, ma indossano comunque il velo. E lo fanno per una questione di imitazione, perché vogliono farsi vedere come le loro madri, le loro zie, le loro nonne e le loro sorelle. Loro però devono decidere da sole e potranno farlo solo quando avranno l’età della ragione».

Anna Maria Cisint, a lungo sindaco di Monfalcone e oggi eurodeputata della Lega, commenta così l’iniziativa del ministro Valditara: «Non è più tollerabile avere classi ghetto con 20 alunni su 23 che non parlano una parola di italiano. Questa è sostituzione. Sono dieci anni che porto avanti questa battaglia e per tutto questo tempo la sinistra ideologica svenduta all’islam più becero mi ha insultata e accusata di razzismo». Per la Cisint esiste un modo semplice per cambiare la rotta: «Abbiamo sempre voluto affermare un principio semplice: la scuola deve essere il luogo dell’integrazione, non lo strumento attraverso cui le comunità radicalizzate ricreano in Italia un pezzo di Bangladesh. Oggi è inutile lamentarsi delle seconde e terze generazioni se le abbiamo lasciate crescere vivendo esattamente come se fossero nel Paese d’origine. Serve una distribuzione più equilibrata degli studenti tra gli istituti del territori, accompagnata da un adeguato sistema di trasporto scolastico. La proposta del ministro Valditara va esattamente nella direzione che indicavamo già dieci anni fa».

Perché, spesso, le comunità sono chiuse. Talvolta si radicalizzano, scegliendo l’estremismo. «Oggi la demografia, le pance, sono diventate la nuova “spada” dell’islam fondamentalista per conquistare l’Occidente e portare avanti un progetto di sostituzione culturale e sociale. Il nostro dovere, come istituzioni e come cittadini, è difendere la patria, la nostra cultura e i nostri valori. È un dovere costituzionale a cui la sinistra ha da tempo abdicato. Ora tocca a noi, con questo governo, estirpare il germe dell’islamismo dalle scuole, cancellando le classi ghetto e ogni forma di sottomissione, a partire dal velo integrale», conclude Cisint.

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