Signor presidente della Repubblica, le porto la testimonianza della mia comunità, della mia terra, ormai da vent’anni profondamente segnata da un cambiamento demografico, sociale ed economico calato dall’alto, frutto di scelte industriali sorde e di una politica rimasta troppo a lungo cieca davanti alle trasformazioni sociali che hanno inciso sui più basilari valori occidentali, ma anche sui servizi pubblici: dall’assistenza alla sanità, fino all’educazione.
Per troppi anni ci si è affidati al dogma dell’integrazione forzata, dando per scontato che bastasse mettere insieme realtà profondamente diverse perché l’integrazione avvenisse da sé.
Nel frattempo, chi manifestava preoccupazione veniva colpevolizzato, mentre cresceva tra i cittadini prima un senso di spaesamento e poi di discriminazione al contrario.
È iniziata così la lenta emorragia dei monfalconesi, una diaspora verso altre città, con il peso e lo stigma di sentirsi sbagliati, di sentirsi ultimi proprio lì dove era casa loro.
Questa esperienza ha insegnato a me e alla mia comunità che il «libro dei sogni» dell’integrazione e del bene comune rischia di rimanere fatto soltanto di nobili principi quando si scontra con la concretezza delle situazioni reali.
La scuola è uno dei beni più preziosi e delicati della nostra società. Se chiudiamo gli occhi davanti a processi di degenerazione educativa determinati dalla composizione di classi ghettizzanti, nelle quali si crea una segregazione per gruppi linguistici chiusi nelle proprie espressioni identitarie, abdichiamo alla nostra responsabilità.
Il primo diritto che rischia di venire meno è proprio quello dei bambini di ricevere un’educazione adeguata, equa e con gli stessi standard garantiti in tutto il Paese.
Quando nelle classi i non italofoni arrivano a rappresentare la quasi totalità degli alunni, molte famiglie italiane scappano nelle scuole delle città limitrofe.
Proprio così nascono le classi ghetto, dove la maggioranza degli alunni non condivide lingua, preparazione di base e soprattutto i riferimenti culturali e valoriali del Paese in cui vive.
Si genera in questo modo un cortocircuito rispetto alla stessa finalità educativa della scuola: l’integrazione sociale, culturale e valoriale non può realizzarsi se nelle classi viene meno proprio quella parte della comunità locale nella quale chi proviene da fuori dovrebbe inserirsi.
In questo modo, anziché abbattere le barriere, rischiamo di crearne di nuove, anche a danno degli stessi ragazzi stranieri, che rimarranno, anche da adulti, più facilmente chiusi nel proprio contesto linguistico e culturale.
Difatti, laddove a prevalere è la comunità islamica, al divario linguistico si aggiunge la persistenza di precetti religiosi incompatibili con il nostro ordinamento. Modelli che dalla famiglia si riproducono nella scuola e che colpiscono soprattutto le bambine, dalla subordinazione all’uomo alla compressione della propria identità e libertà.
Se anche la scuola diventa un ambiente chiuso e omogeneo, viene meno proprio la possibilità di emanciparsi da quei condizionamenti, che rischiano così di accompagnare i ragazzi fino all’età adulta e dunque decretare il fallimento della missione educativa.
La scuola deve essere il luogo nel quale ogni bambina scopre di poter essere libera, studiare, scegliere il proprio futuro e costruire rapporti con gli altri senza imposizioni. La classe ghetto rischia, al contrario, di diventare la prosecuzione della gabbia domestica, anziché lo strumento per uscirne.
Le istituzioni hanno invece il compito di garantire concretamente il rispetto delle nostre leggi e dell’intero sistema di valori su cui si fonda il nostro ordinamento. E il primo luogo in cui questo compito deve essere esercitato è proprio la scuola.
E questa è la rotta che segue proposta di legge dal ministro Valditara, con il quale mi sono confrontata più volte portando l’esperienza non solo della mia città.
Servono norme per garantire una composizione equilibrata delle classi, un sistema scolastico a rete e, per chi vive nel nostro Paese, non soltanto la conoscenza della lingua, ma anche la capacità di fare propri i nostri valori, la nostra cultura e i principi del nostro ordinamento. Solo così scuola e istituzioni avranno compiuto fino in fondo il loro ruolo.
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