«Le taglio la gola». Con queste parole, accompagnate dal gesto delle mani intorno al collo, l’europarlamentare della Lega ed ex sindaco di Monfalcone, Anna Cisint, è stata minacciata in pieno centro cittadino. L’episodio è avvenuto nei giorni scorsi in piazza della Repubblica, davanti al municipio della cittadina goriziana, dove alcuni passanti hanno assistito alla scena e sono intervenuti per bloccare l’aggressore, permettendo l’arrivo tempestivo delle forze dell’ordine. A rivolgerle le minacce un cittadino di origini bengalesi residente a Monfalcone, musulmano radicalizzato. L’uomo avrebbe manifestato «insoddisfazione» per alcune iniziative promosse dalla Cisint durante il suo mandato da sindaco e proseguite nella sua attività politica: dalla chiusura di tre luoghi di culto islamici risultati irregolari al divieto di accesso agli uffici comunali per chi si presenta con il volto integralmente coperto. L’eurodeputata ha denunciato immediatamente l’accaduto. «Ho sporto formale denuncia alle autorità», ha dichiarato, «questo episodio non fa altro che rafforzare la mia determinazione nella battaglia contro il fondamentalismo islamico, che è già presente e pretende di dettare legge a casa nostra. Ringrazio i cittadini che sono intervenuti: la loro vicinanza mi dà la forza per continuare a combattere con ancora più determinazione». Negli anni, Cisint si è distinta per le sue posizioni molto nette in materia di immigrazione e sicurezza, tanto da essere definita «la sindaca anti-Islam» e, da alcuni osservatori, «la Le Pen del Nordest». Appellativi che testimoniano il carattere del suo impegno politico, e che lei rivendica come parte integrante di una battaglia in difesa delle radici culturali italiane e della legalità. L’episodio ha suscitato numerose reazioni di solidarietà dal mondo politico. Il sindaco di Monfalcone, Luca Fasan, ha parlato di «un vergognoso e inaccettabile attacco alle istituzioni, alla democrazia e a chi ogni giorno si impegna per il rispetto della legalità. La radicalizzazione islamica», ha aggiunto, «si conferma un rischio concreto per la sicurezza e il futuro del nostro Paese». Sulla stessa linea il viceministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Vannia Gava, che in una nota ha espresso sostegno e vicinanza all’europarlamentare: «Le minacce ricevute sono gravissime, ma nessuno potrà fermare la sua determinazione nel difendere i valori della nostra comunità. Le istituzioni devono restare unite e ferme contro ogni forma di violenza e intimidazione». Anche il segretario della Lega in Friuli Venezia Giulia, Marco Deosto, ha sottolineato la necessità di una condanna unanime: «Esprimo piena solidarietà ad Anna Maria Cisint per le gravissime minacce subite. Davanti a episodi simili non ci possono essere divisioni politiche: la condanna deve essere unanime. Tutti, da destra a sinistra, hanno il dovere di schierarsi dalla parte della legalità e della sicurezza, perché nessun fanatismo può mettere a rischio chi serve le nostre comunità». Messaggi di sostegno sono giunti anche da esponenti del Consiglio regionale, tra cui Antonio Calligaris e Diego Bernardis, che hanno parlato di «un attacco vile e inaccettabile». L’episodio di Monfalcone riaccende i riflettori sul tema della radicalizzazione islamica in Italia, una questione che divide l’opinione pubblica e che continua a generare dibattito politico.
Elon Musk tira dritto con la fondazione del suo partito. «Oggi, l’America Party è nato per restituirvi la libertà», ha dichiarato venerdì. Tutto questo, mentre ieri ha notificato ufficialmente alla Fec la nascita della nuova formazione politica e ha anche lasciato intendere che potrebbe presto tenersi il suo congresso inaugurale. Negli scorsi giorni, il magnate era tornato a criticare la legge di spesa che, fortemente voluta da Donald Trump, è stata di recente approvata dal Congresso: una legge che, secondo il Ceo di Tesla, aggraverebbe eccessivamente il debito statunitense. Musk se l’era quindi presa con quello che aveva definito il «sistema monopartitico» americano, strizzando l’occhio soprattutto all’ala libertarian del Partito repubblicano. Trump, dal canto suo, non aveva affatto digerito le nuove critiche del magnate ed era quindi tornato a ventilare l’ipotesi di rescindere i contratti federali delle sue aziende. Non solo. L’inquilino della Casa Bianca era addirittura arrivato a non escludere di espellere il Ceo di Tesla dagli Stati Uniti.
Arrivati a questo punto, è lecito chiedersi quali speranze possa avere il nuovo partito di Musk: un Musk che, in quanto nato in Sudafrica, non avrà comunque la possibilità, in base alla Costituzione statunitense, di candidarsi alla Casa Bianca. Cominciamo col dire che solitamente negli Stati Uniti i terzi incomodi non hanno mai raggiunto risultati eclatanti. L’unica eccezione rilevante fu il Progressive Party di Theodore Roosevelt che, alle presidenziali del 1912, arrivò secondo dietro al Partito democratico. L’ultimo partito che, sempre alle presidenziali, riuscì a conquistare almeno uno Stato fu invece l’American Independent Party nel 1968 sotto la guida di George Wallace. Il candidato indipendente Ross Perot, nella corsa alla Casa Bianca del 1992, ottenne infatti, sì, un alto voto popolare, ma non riuscì a espugnare neppure uno Stato.
E allora quali speranze può nutrire Musk che, come detto, non può neanche candidarsi alla presidenza? Indubbiamente il magnate può contare su una elevata disponibilità economica, oltre che sul potere mediatico di X. Inoltre, potrebbe cercare di «sottrarre» a Trump quei parlamentari repubblicani che si sono opposti alla legge di spesa (come il senatore Rand Paul e il deputato Thomas Massie): il che, vista la maggioranza risicata del Gop al Congresso, potrebbe rivelarsi problematico per il presidente. Senza contare che Musk potrebbe presentare dei candidati propri alle Midterm del 2026, per insidiare il Partito repubblicano al Campidoglio. Pensiamo per esempio al fatto che, nel 1970, James Buckley, esponente del Partito conservatore, conquistò il seggio senatoriale di New York, battendo il candidato dem e quello del Gop. Dall’altra parte, va anche sottolineato che il Ceo di Tesla non ha finora mostrato di possedere una grande popolarità politica: ad aprile, il candidato che aveva alacremente sostenuto per la Corte Suprema del Wisconsin è stato infatti sonoramente sconfitto.
Tuttavia attenzione: nella disfida tra Trump e Musk non si registra un nodo esclusivamente politico. Ne emerge anche uno sistemico. Ieri, il segretario al Tesoro americano Scott Bessent, oltre a confermare l’entrata in vigore dei dazi il primo agosto in caso di mancato accordo, ha riferito che i Cda delle aziende di Musk non sarebbero affatto contenti della creazione del nuovo partito. Più in generale, il magnate ha bisogno degli appalti con la Nasa e il Pentagono, così come il Pentagono ha a sua volta bisogno della tecnologia di SpaceX nella competizione geopolitica con la Cina: una competizione che lo stesso Trump ha messo al centro della propria agenda politica. Anche un finanziere come Bill Ackman si era speso, a giugno, per far riappacificare il presidente americano e il ceo di Tesla. Né Wall Street né gli apparati della sicurezza nazionale vedono di buon occhio lo scontro in corso tra i due. Non è quindi escludibile che questi mondi tornino ad attivarsi per cercare di favorire una ricomposizione della frattura.
Il centro islamico Darus Salaam di Monfalcone, un locale commerciale da 155 metri quadrati, che da tempo era finito nel mirino dell’amministrazione comunale per utilizzo improprio, passa ora nelle mani dell’ente pubblico. È finita con un atto d’autorità. Con «l’intavolazione», ovvero la registrazione ufficiale, dell’immobile in via Duca d’Aosta a nome del Comune. Sull’edificio pendeva da tempo un’ordinanza di divieto di utilizzo come luogo di culto, un provvedimento che aveva retto al Consiglio di Stato. Eppure, nonostante i sigilli della giustizia amministrativa, all’interno del centro islamico guidato da Bou Konate, senegalese di fede musulmana (avvicinato dall’inviata di Fuori dal coro disse che avrebbe parlato solo con il suo capo «perché lei era troppo piccola» e solo il suo capo era al suo «livello»), già assessore ai Lavori pubblici del centrosinistra e candidato sindaco alle ultime elezioni con Italia plurale di Aboubakar Soumahoro (si è fermato al 2,94 per cento di voti, pari a 343 preferenze), si continuava a predicare e a pregare. Come dimostrano i controlli della Polizia locale (sono 15 le relazioni di servizio) effettuati nei 90 giorni successivi al provvedimento degli uffici comunali. Gli orari di apertura del centro islamico erano rimasti, fissi, online. Una sfida aperta alle istituzioni. E la risposta è arrivata: l’associazione è stata raggiunta da un provvedimento di acquisizione dell’immobile ai sensi di una legge regionale. Una norma che parla chiaro: quando si elude il vincolo urbanistico e si ignora un’ordinanza comunale, la sanzione è la perdita dell’immobile. E in questo caso il contendere era legato ad abusi edilizi riguardanti un cambio di destinazione d’uso ritenuto dall’amministrazione comunale «senza titolo». In sostanza, soprattutto nel corso di uno dei sopralluoghi, è emerso che nello stabile era in corso «attività non riferibile a quella commerciale (assentita dal titolo)», con la presenza all’interno degli ambienti, «arredati appositamente con panche e tavoli, di persone adulte e di minori intenti in attività di doposcuola». E l’attività di doposcuola, hanno accertato i giudici amministrativi, seppure «riconducibile agli scopi statutari (del centro islamico, ndr)», non era però «coerente con l’uso indicato nei titoli edilizi, cioè commerciale al dettaglio». Dopo i controlli della polizia locale era intervenuto a difesa del centro islamico il deputato Nicola Fratoianni, di Alleanza dei Verdi e Sinistra, che aveva chiesto in Aula al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi di illustrare le iniziative con cui la Prefettura di Gorizia «garantisce alla comunità islamica di Monfalcone il diritto costituzionale di praticare la propria fede religiosa». E dal centro culturale islamico hanno subito lanciato strali contro l’amministrazione di Monfalcone: «L’atto municipale rappresenta una grave ingiustizia». Per il Darus Salaam, «l’acquisizione del nostro centro di aggregazione rappresenta un segnale di chiusura e intolleranza. Il messaggio che arriva alle seconde generazioni di giovani musulmani è devastante e questo rischia di alimentare pericolose fratture sociali». Il Comune di Monfalcone, però, come previsto dalla legge, se ne appropria e chiude i conti. «La tutela della legalità e la lotta alla radicalizzazione», ha commentato l’eurodeputata della Lega Anna Maria Cisint, già sindaco di Monfalcone che da consigliere comunale ora detiene la delega alla Sicurezza, «segnano un punto concreto e decisivo, che deve servire da impulso per tutti i sindaci che, nel nostro Paese, si trovano ad affrontare situazioni analoghe».
È finita 70 a 3 (scarsi), e che sarebbe andata così si poteva largamente prevedere. Luca Fasan, leghista e gran lavoratore, è il nuovo sindaco di Monfalcone, eletto con 8.272 voti pari appunto al 70,8% dei consensi. Dietro, molto dietro, c’è il candidato del centrosinistra Diego Moretti con 3.057 voti, il 26,1%.
Quanto a Bou Konate - candidato di Italia Plurale, gruppo altrimenti noto come il «partito degli immigrati» - ha preso 343 voti, il 2,9%. In pratica lo hanno votato amici e parenti, forse nemmeno tutti. E dire che aveva goduto di una notevole ribalta anche nazionale: servizi Tv e reportage delle principali testate per lo più compiacenti. Secondo il Corriere della Sera, ad esempio, Italia Plurale aveva «nel serbatoio 7.982 elettori “stranieri” (il 34%) e solo qualche pallida speranza d’eleggere sindaco il suo leader: l’ingegnere Bou Konate venuto dal Senegal, laureato a Trieste, già assessore del centrosinistra». Il giornale di via Solferino aveva concesso un certo spazio anche a Jahirul Islam, cinquantacinquenne capolista del movimento, che disse: «Noi corriamo per vincere ma in ogni caso andrà bene. Siamo riusciti a raccogliere le firme, a fare una lista con 18 nomi. Prima, non ci pensavamo proprio. È stata la politica di odio contro di noi, a unirci. Sono sicuro che Monfalcone sarà un esempio anche per gli immigrati d’altre città. E Italia Plurale diventerà un simbolo». E invece Italia Plurale per ora è soltanto l’emblema di una clamorosa sconfitta. Chissà, magari ha portato un po’ di sfortuna Aboubakar Sumahoro, che tenne a battesimo il partitino degli stranieri con toni da fanfara: «Occorre assumersi la responsabilità di costruire un futuro aperto, rispettoso e multiculturale, dove l’ascolto, la conoscenza e il rispetto reciproco giochino un ruolo chiave», disse l’ex sindacalista e ex esponente di Ava lanciando Italia Plurale. Ma a quanto sembra gli immigrati sono stati i primi a non credergli. Perché il punto della questione è tutto lì, nella presunzione - tipicamente progressista - che gli immigrati si riconoscano perfettamente nel ruolo della minoranza vessata che la sinistra ha ritagliato per loro. A Monfalcone ci sono, su 20.600 italiani circa, ben 9.000 stranieri, di cui 4.700 provenienti dal Bangladesh (il 52% del totale) e i restanti prevalentemente provenienti da Romania e ex Jugoslavia. Per quale motivo tutti costoro dovrebbero identificarsi come immigrati e di conseguenza votare il partito migratorio? Persino l’identificazione religiosa è difficile. Emblematico, a tale riguardo, l’articolo uscito giorni fa sul Corriere della Sera che riportava un paio di interessanti testimonianze. Sentite qua: «“Io non li voto”, spiega Lotfi, capocantiere tunisino che non ama molto i subsahariani. “Perché dovrei farmi rappresentare da un africano?”. “Hanno aperto la loro sede un anno fa”, racconta il barista di fronte, “ma qui non hanno mai messo piede”. E perché? “Perché io e mia moglie veniamo dalle Mauritius, eppure ci sentiamo friulani. Ci piacciono il maiale, il Sauvignon”». In queste poche frasi c’è probabilmente la spiegazione del fallimento del partito degli stranieri o partito islamico. Il quale si è rivelato una furbesca operazione politica (per la verità molto italiana, nel senso deteriore) di un ex esponente di centrosinistra che ha provato a ritagliarsi un ruolo. La grande lezione è che, a differenza di ciò che ci viene raccontato da anni, l’identità conta, e contano anche la cultura, la fede, la madre patria. Ogni comunità ha i suoi riferimenti e le sue percezioni, i suoi bisogni e i suoi modi di adattarsi. C’è chi sceglie in silenzio di lavorare, chi si isola, chi si inserisce meglio nel tessuto sociale. E ciascuno ha le proprie richieste e necessità, i propri fastidi e idiosincrasie che non possono essere banalizzati nella figurina del migrante lamentoso. Stando ai dati, è molto probabile che gruppi di stranieri abbiano votato non soltanto il centrosinistra ma pure il nuovo sindaco di destra. Il che offre una ulteriore evidenza: le battaglie condotte da alcune comunità islamiche locali contro l’ex sindaco Anna Maria Cisint godono di molto meno consenso di quanto i giornali unificati avevano voluto fare credere. La storia è più che nota: in estrema sintesi, la Cisint ha fatto chiudere alcuni stabili che venivano utilizzati come moschee pur non avendo i requisiti necessari a un luogo di culto. Dopo una lunga battaglia giudiziaria (e una ancora più lunga lista di accuse di razzismo alla Cisint), il consiglio di Stato ha dato ragione al Comune vietando le moschee fai da te. Alcuni gruppi musulmani più politicizzati non hanno gradito e hanno continuato a fare come se nulla fosse. Anche di quegli ambienti era espressione la lista Italia Plurale, ed è stata respinta al mittente. Chissà, magari tra qualche anno il partito degli immigrati diventerà una realtà forte e persino preoccupante. Per ora viene snobbato pure da quelli che dovrebbe rappresentare.
Il grande sconfitto della guerra russo-ucraina è senz’altro Volodymyr Zelensky. E lui lo sa molto bene. Tant’è che l’ex comico ha infine dovuto aprire alle trattative di pace, proponendo alla Russia uno scambio di territori. Il «niet» del Cremlino - prevedibilissimo - è arrivato ieri: «Questo è impossibile», ha dichiarato Dmytry Peskov, il portavoce di Vladimir Putin. «La Russia», ha proseguito, «non ha mai discusso e non discuterà mai il tema dello scambio del suo territorio. Naturalmente le forze ucraine saranno annientate e tutti coloro che non saranno distrutti verranno espulsi», ha precisato Peskov facendo riferimento alle zone occupate dalle truppe di Kiev nella regione di Kursk.
Se Mosca è stata dura, anche Washington non è stata tenera. E ha fatto fare a Zelensky un bel bagno di realtà. A prendere la parola è stato Pete Hegseth, il nuovo capo del Pentagono, che ieri ha aperto così la riunione dei ministri della Difesa della Nato: «Potremo porre fine a questa devastante guerra e stabilire una pace duratura solo combinando la forza degli alleati con una valutazione realistica del campo di battaglia. Vogliamo, come voi, un’Ucraina sovrana e prospera. Tuttavia, dobbiamo iniziare riconoscendo che il ritorno ai confini dell’Ucraina precedenti al 2014 è un obiettivo irrealistico. Perseguire questo obiettivo illusorio non farà altro che prolungare la guerra e causare ulteriori sofferenze».
Inoltre, ha precisato il segretario alla Difesa americano, «gli Stati Uniti non credono che l’adesione alla Nato per l’Ucraina sia un risultato realistico di una soluzione negoziata». Anche perché, ha spiegato Hegseth, l’obiettivo di Trump è «porre fine a questa guerra attraverso la diplomazia, portando sia la Russia che l’Ucraina al tavolo delle trattative». Ma a quel tavolo, appunto, dovranno essere discusse solo ipotesi percorribili.
Per quanto riguarda la salvaguardia di un’eventuale pace, invece, Hegseth ha ribadito che non saranno inviate truppe americane in Ucraina: «Robuste garanzie di sicurezza», ha detto, «devono essere date per far sì che non inizi ancora una guerra, ma devono essere assicurate da truppe europee e non europee e, se ci sarà una missione di peacekeeping, non deve essere una missione Nato e non ci deve essere la copertura dell’articolo 5». Ossia l’articolo che vincola tutti i Paesi dell’Alleanza atlantica a intervenire in caso di attacco armato contro uno Stato membro. Fattispecie che, per l’appunto, non riguarderebbe l’Ucraina.
Alla fine, lo stesso Zelensky ha dovuto prendere atto della posizione di Washington. In un’intervista all’Economist, il presidente ucraino ha quindi parlato di piano B: se la Nato non accetta l’Ucraina, sarà la stessa Ucraina a «costruire la Nato sul suo territorio». Il che significa «raddoppiare» il suo esercito «per essere allo stesso livello di quello russo». Nella mente di Zelensky, insomma, gli Stati Uniti dovrebbero fornirgli quelle garanzie di sicurezza che, però, dovrebbero essere finanziate soprattutto dall’Europa: «Missili, missili a lunga gittata e Patriot. Questo è il piano B», ha puntualizzato il presidente ucraino. Tanto, si sa, paga Pantalone.
Che in questa situazione l’Europa fosse solo una mucca da mungere, del resto, lo si era capito da tempo. Ma a Bruxelles ancora vogliono illudersi di contare qualcosa. Ci ha provato, tra gli altri, pure Kaja Kallas, alto rappresentante Ue per gli Affari esteri, che ieri ha incontrato JD Vance. Nel corso «dell’ottimo incontro» con il vicepresidente americano, ha detto la Kallas, «ho sollevato il tema della difesa ma anche, ovviamente, dell’Ucraina, sottolineando che l’Europa deve essere presente al tavolo dei negoziati». Di diverso avviso è invece Sergei Lavrov. Il ministro degli Esteri russo, infatti, ha riposto indirettamente alla Kallas sminuendo così l’autorevolezza dei funzionari europei: «Si sono resi conto di quale sia la loro posizione nella gerarchia del mondo in cui si sono relegati. Non sarà facile uscirne».
Nel frattempo, proseguono senza sosta i contatti tra Mosca e Washington per preparare le trattative di pace. Ieri, in particolare, è stata una giornata molto movimentata. Innanzitutto ha fatto ritorno negli Stati Uniti Marc Fogel, un insegnante detenuto in Russia dal 2021 per traffico di droga. Il cittadino americano è stato prelevato a Mosca da Steve Witkoff, inviato speciale di Trump. Nella capitale russa, come riportato da Fox News, Witkoff ha anche avuto un lungo colloquio con Putin, durato oltre tre ore. Da parte loro, gli Stati Uniti hanno rilasciato Alexander Vinnik, un imprenditore russo condannato per riciclaggio.
A coronamento di queste mosse di distensione, Trump e Putin si sono sentiti direttamente al telefono, in una chiamata di circa un’ora e mezza. Sul suo social Truth, Trump ha annunciato che lui e Putin hanno «concordato di lavorare insieme, molto da vicino, anche visitando le rispettive nazioni. Abbiamo anche concordato di far iniziare immediatamente i negoziati sull’Ucraina ai nostri rispettivi team e cominceremo chiamando il presidente ucraino Zelensky per informarlo della conversazione». I negoziati, ha assicurato il presidente americano, «avranno successo, ne sono fermamente convinto». Da parte sua, anche il Cremlino ha confermato che i due leader sono intenzionati a raggiungere una «soluzione di lungo termine» in Ucraina attraverso trattative diplomatiche. Zelensky, che come riporta l’Economist «teme di essere tagliato fuori dai negoziati», ha confermato il colloquio con The Donald: «Nessuno desidera la pace più dell’Ucraina. Insieme agli Stati Uniti, stiamo tracciando i nostri prossimi passi per fermare l’aggressione russa e garantire una pace duratura e affidabile. Come ha detto il presidente Trump, facciamolo». E ancora: «Abbiamo concordato di mantenere ulteriori contatti e di pianificare i prossimi incontri». Ma Francia, Germania e Spagna ribadiscono la posizione Ue: «Non ci può essere un accordo per la pace in Ucraina senza la partecipazione di Kiev e dell’Europa».







