
Il centro islamico Darus Salaam di Monfalcone, un locale commerciale da 155 metri quadrati, che da tempo era finito nel mirino dell’amministrazione comunale per utilizzo improprio, passa ora nelle mani dell’ente pubblico. È finita con un atto d’autorità. Con «l’intavolazione», ovvero la registrazione ufficiale, dell’immobile in via Duca d’Aosta a nome del Comune. Sull’edificio pendeva da tempo un’ordinanza di divieto di utilizzo come luogo di culto, un provvedimento che aveva retto al Consiglio di Stato. Eppure, nonostante i sigilli della giustizia amministrativa, all’interno del centro islamico guidato da Bou Konate, senegalese di fede musulmana (avvicinato dall’inviata di Fuori dal coro disse che avrebbe parlato solo con il suo capo «perché lei era troppo piccola» e solo il suo capo era al suo «livello»), già assessore ai Lavori pubblici del centrosinistra e candidato sindaco alle ultime elezioni con Italia plurale di Aboubakar Soumahoro (si è fermato al 2,94 per cento di voti, pari a 343 preferenze), si continuava a predicare e a pregare. Come dimostrano i controlli della Polizia locale (sono 15 le relazioni di servizio) effettuati nei 90 giorni successivi al provvedimento degli uffici comunali. Gli orari di apertura del centro islamico erano rimasti, fissi, online. Una sfida aperta alle istituzioni. E la risposta è arrivata: l’associazione è stata raggiunta da un provvedimento di acquisizione dell’immobile ai sensi di una legge regionale. Una norma che parla chiaro: quando si elude il vincolo urbanistico e si ignora un’ordinanza comunale, la sanzione è la perdita dell’immobile. E in questo caso il contendere era legato ad abusi edilizi riguardanti un cambio di destinazione d’uso ritenuto dall’amministrazione comunale «senza titolo». In sostanza, soprattutto nel corso di uno dei sopralluoghi, è emerso che nello stabile era in corso «attività non riferibile a quella commerciale (assentita dal titolo)», con la presenza all’interno degli ambienti, «arredati appositamente con panche e tavoli, di persone adulte e di minori intenti in attività di doposcuola». E l’attività di doposcuola, hanno accertato i giudici amministrativi, seppure «riconducibile agli scopi statutari (del centro islamico, ndr)», non era però «coerente con l’uso indicato nei titoli edilizi, cioè commerciale al dettaglio». Dopo i controlli della polizia locale era intervenuto a difesa del centro islamico il deputato Nicola Fratoianni, di Alleanza dei Verdi e Sinistra, che aveva chiesto in Aula al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi di illustrare le iniziative con cui la Prefettura di Gorizia «garantisce alla comunità islamica di Monfalcone il diritto costituzionale di praticare la propria fede religiosa». E dal centro culturale islamico hanno subito lanciato strali contro l’amministrazione di Monfalcone: «L’atto municipale rappresenta una grave ingiustizia». Per il Darus Salaam, «l’acquisizione del nostro centro di aggregazione rappresenta un segnale di chiusura e intolleranza. Il messaggio che arriva alle seconde generazioni di giovani musulmani è devastante e questo rischia di alimentare pericolose fratture sociali». Il Comune di Monfalcone, però, come previsto dalla legge, se ne appropria e chiude i conti. «La tutela della legalità e la lotta alla radicalizzazione», ha commentato l’eurodeputata della Lega Anna Maria Cisint, già sindaco di Monfalcone che da consigliere comunale ora detiene la delega alla Sicurezza, «segnano un punto concreto e decisivo, che deve servire da impulso per tutti i sindaci che, nel nostro Paese, si trovano ad affrontare situazioni analoghe».






