A Milano basta mettere in fila due madri allo stesso sportello per capire come sta cambiando la nostra società. Una è italiana, l’altra straniera. Se hanno lo stesso Isee e gli stessi requisiti previdenziali, la legge non fa differenze.

Ma è proprio su quei requisiti che, nella realtà, le situazioni invece sono diverse: l’assegno interviene soprattutto quando manca una copertura di maternità sufficiente legata al lavoro. E quando si guarda a chi il sostegno lo ha ottenuto davvero nel 2025, la fotografia è chiara: 1.075 beneficiarie straniere contro 291 italiane. In tutto 1.366 assegni, il 78,7% a donne non italiane.

L’assegno di maternità e la platea delle beneficiarie

È il numero che ha scatenato l’ultima polemica politica alla vigilia delle elezioni comunali milanesi del 2027. Roberto Vannacci lo ha rilanciato sui social attaccando il sistema di welfare, mentre Silvia Sardone, candidata sindaco proposta dalla Lega di Matteo Salvini, ha allargato il campo. E l’8 settembre scorso ha indicato altre percentuali. Secondo l’eurodeputata leghista, infatti, oltre la metà dei sostegni agli affitti va agli stranieri, così come il 50% delle borse lavoro, o ancora il 70% dei contributi al reddito per famiglie in difficoltà con minori, anziani o disabili e più del 60% delle esenzioni mensa.

I numeri sono corretti anche secondo Palazzo Marino. L’assessore al Welfare Lamberto Bertolé ha però replicato ricordando che non si tratta, nel caso del sussidio per le madri, di un bonus inventato dall’amministrazione guidata dal sindaco Beppe Sala. L’assegno è una prestazione nazionale prevista dal decreto legislativo 151 del 2001: viene concessa dai Comuni secondo requisiti fissati dallo Stato e pagata dall’Inps. Nel 2025 valeva 2.037 euro complessivi, con Isee non superiore a 20.382,90 euro. Ne possono beneficiare italiane, cittadine comunitarie e straniere in possesso del titolo di soggiorno previsto.

Resta però una sproporzione numerica evidente tra chi incassa la prestazione. A fine 2025 a Milano i cittadini con cittadinanza non italiana erano 295.805 su 1,399 milioni di residenti, poco più del 21%. Nel 2024, ultimo dato disponibile sulle nascite, le madri straniere erano 2.487 su 9.147 parti, circa il 27%. Tra chi ha ottenuto l’assegno nel 2025 la quota sale invece al 78,7%. Non si tratterebbe di una vera e propria corsia preferenziale, anche perché la misura seleziona famiglie a basso Isee e madri prive di un trattamento previdenziale di maternità, o con una copertura inferiore. Ma fotografa di fatto una presenza molto più alta delle straniere nella platea che soddisfa quei requisiti.

I contributi del Comune aperti anche agli stranieri

Non solo. Il passaggio più delicato arriva quando le risorse sono davvero comunali. Nel 2026 Palazzo Marino ha stanziato 2 milioni di euro per «scegliMI», il contributo fino a 2.400 euro destinato ai giovani lavoratori in affitto. In questo caso la cittadinanza italiana non è un requisito: possono fare domanda italiani, cittadini Ue e cittadini extra-Ue con permesso o carta di soggiorno validi. Contano l’età, il lavoro, il contratto d’affitto e i limiti di reddito. Non è richiesto alcun livello di conoscenza della lingua italiana e non serve nemmeno essere già residenti a Milano al momento della domanda, purché ci si impegni a trasferire la residenza nell’alloggio entro sei mesi. In altre parole, su 2 milioni messi direttamente dal Comune, essere italiani non offre alcun vantaggio.

C’è poi un terzo capitolo, dove la destinazione di fondi ai migranti è esplicita. Nel marzo scorso il Comune ha annunciato 5,5 milioni di euro per quattro progetti rivolti a neoarrivati e persone con background migratorio. Le risorse sono però europee e vincolate attraverso il Fami, erogate dallo Stato. Circa 2 milioni finanziano «Lab’impact», con un target di 3.600 cittadini di Paesi terzi e servizi di mediazione, assistenza legale, lavoro e ricongiungimenti; altri 700.000 euro sono destinati a formazione, tirocini e borse lavoro. «Arco» dispone di oltre 1,5 milioni per quattro sportelli e punta a 1.200 cittadini di Paesi terzi. «Italiano secondo me» vale 1,023 milioni per corsi di lingua e laboratori. «Stai», infine, vale circa un milione ed è destinato all’autonomia abitativa di titolari di protezione internazionale e neomaggiorenni ex minori stranieri non accompagnati.

A questi fondi si aggiungono 2 milioni per il Milano Welcome Center nel biennio 2026-2027, finanziati dal Fondo nazionale per le politiche migratorie. Il centro di via Sammartini offre orientamento a migranti e rifugiati su permessi, cittadinanza, ricongiungimenti, lingua, formazione e lavoro.

Tre livelli di welfare e una domanda politica

Sono tre livelli che nella polemica spesso finiscono nello stesso calderone, tra prestazioni nazionali amministrate dal Comune, contributi comunali aperti anche agli stranieri e programmi finanziati per migranti e rifugiati. Bertolé replica che quelle definite «straniere» sono donne che «vivono a Milano, crescono qui i loro figli e contribuiscono ogni giorno alla vita della città». Ma i numeri non mentono, perché tra le beneficiarie dell’assegno le italiane sono un quarto rispetto a quelle straniere.

Forse basterebbe ragionare su un assegno che nasce da una norma del 2001, costruita in un’Italia demograficamente e socialmente diversa. In Italia gli stranieri erano il 2,5%, oggi il 9,4%.

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