Non una parola se il certificato è al ciclostile. Quando finisce sul giornale, però, cominciano i mal di pancia. A Ferrara basta che La Verità pubblichi un modulo di inidoneità al Cpr perché si mobilitino avvocato, sindacato e vertici sanitari: diffide annunciate, accuse alla stampa e allarme per la «gogna mediatica».
Sul documento, però, quelle proteste non cancellano una domanda: perché un paziente descritto in «condizioni generali buone» viene giudicato incompatibile con il trattenimento? Intanto gli investigatori continuano a cercare risposte, anche fuori dai confini di Ravenna. Il numero dei medici del nosocomio di Cona, toccati dall’inchiesta, è salito a cinque. L’altro ieri un medico della struttura estense è stato fermato dalla polizia all’aeroporto Marconi di Bologna (qualche giorno prima era toccato a una sua collega). Una volta giunto nell’area arrivi dello scalo romagnolo, il camice bianco è stato portato negli uffici della sicurezza, è stato portato negli uffici delle sicurezza e sottoposto al sequestro del telefono. Il rientro da una vacanza all’estero ha avuto così un brutto epilogo per il medico ferrarese. È stato sentito come persona informata sui fatti, nell’ambito delle indagini svolte dalla Procura di Ravenna sui presunti falsi certificati medici, emessi per attestare l’inidoneità al trattenimento nei Cpr di diversi immigrati irregolari.
All’aeroporto Marconi si era recato anche il difensore del medico, Fabio Anselmo, insieme all’avvocato Silvia Galeone. Anselmo, marito della senatrice Ilaria Cucchi, è il legale che assiste tutti e cinque i medici dell’Ospedale di Cona, sotto la lente degli investigatori. A carico del suo cliente, comunque non indagato, pendeva un mandato di perquisizione che ha permesso alla polizia di procedere al sequestro del dispositivo mobile. Con lo scopo di cercare materiale informatico utile alla ricostruzione degli inquirenti ravennati. Quanto accaduto ha dato adito alle ennesime critiche di Anselmo sull’operato della Procura. «Considero incomprensibili e non proporzionate queste modalità invasive rispetto a persone che non sono indagate. Faccio fatica a comprenderne le motivazioni. Gli altri medici erano stati perquisiti alle 5.30 del mattino. Un’altra anche lei prelevata in aeroporto come quest’ultimo».
Il nuovo capitolo sull’ospedale di Cona va ad aggiungersi a un ulteriore fatto, di cui La Verità ha recentemente dato conto. Venerdì, sulle nostre pagine, erano stati pubblicati due stralci di un modulo di inidoneità firmato dal dottor Giuseppe Ferraro, al momento non indagato. Il documento è relativo a una visita datata 20 agosto 2025. Il paziente è un cittadino pakistano di 35 anni, indicato come Muhammad A, classe 1990. Il modulo utilizzato dal professionista è identico a quello diffuso dalla Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm), dai giuristi dell’Asgi e della rete Mai più lager – No Cpr. In allegato a suddetta certificazione, c’è la scheda della visita medica. Il documento fotografa un paziente che, almeno per quanto riportato in quella pagina, non presenta evidenti criticità. Ma il copione è già stato scritto. E il medico appone la propria firma sulla valutazione di inidoneità, espressa «in scienza e coscienza».
Il nostro scoop ha suscitato la reazione immediata di Anselmo e della Cgil di Ferrara. «Diffideremo La Verità per avere pubblicato il nome e il cognome di una persona non indagata e un atto che doveva rimanere riservato», tuona il legale. Sulla stessa lunghezza d’onda il commento del sindacato, che parla addirittura di una «narrazione mediatica strumentale e vergognosa che calpesta la verità dei fatti». Anche la direzione generale delle aziende sanitarie ferraresi corre a prendere una posizione, evocando persino la «gogna mediatica». Nella nota trapelata, la Usl ribadisce la «piena fiducia nella magistratura», ma definisce «inaccettabile l’esposizione mediatica di professionisti sanitari non indagati». La pretesa, insomma, è che non vengano pubblicati i moduli oggetto dell’inchiesta. «La diffusione di generalità e informazioni personali, quando non supportata da un effettivo coinvolgimento nell’indagine, non è un elemento di trasparenza: rischia piuttosto di alimentare una vera e propria gogna mediatica». Con buona pace del diritto dei cittadini a essere informati dell’esistenza di certificazioni ufficiali mendaci, emesse da professionisti che svolgono un servizio d’utilità pubblica.
A maggior ragione se a emergere, poi, sono i reati commessi da alcuni pazienti con certificato di inidoneità in tasca. I casi più eclatanti spuntano dai quotidiani locali. L’epicentro è Ravenna, dove 34 certificati del reparto di infettivologia dell’ospedale cittadino sono finiti nel mirino degli inquirenti. Il periodo esaminato va da settembre 2024 a gennaio 2026. La cronaca testimonia almeno dieci casi di persone scampate dal Cpr, che da irregolari hanno compiuto prodezze a vario titolo. Molestie, accoltellamenti, furti, spaccio di droga e devastazioni fanno parte, infatti, del loro curriculum. Soggetti lasciati liberi di delinquere, alcuni dei quali già destinatari di decreti d’espulsione. Un corredo di illeciti che ha inevitabilmente contribuito ad alimentare la percezione di insicurezza dei cittadini.
Le indagini aggiungono ogni giorno nuovi tasselli. Ravenna, Firenze e ora Ferrara. L’ultimo episodio, con un medico dell’ospedale di Cona fermato al Marconi al rientro dall’estero, è l’ennesimo segnale di un’inchiesta che continua ad allargarsi. La storia, insomma, è tutt’altro che chiusa e potrebbe riservare nuovi capitoli ancora da scrivere.
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