A due mesi dalla sua entrata in vigore, i giudici sono già entrati in trincea contro il Patto Ue sui migranti: hanno iniziato a negare l’applicazione delle procedure accelerate di frontiera per l’espulsione, anche per meri cavilli. Giorgia Meloni giura: «Andiamo avanti». Il Viminale punta sui rimpatri volontari.
The song remains the same, come cantavano i Led Zeppelin. La canzone rimane la stessa: i giudici bloccano le espulsioni dei migranti. Stavolta, perché sono troppo veloci. La Verità l’aveva anticipato pochi giorni fa; ieri, La Stampa ha pubblicato una rassegna delle ultimissime sentenze, da Bologna, a Palermo, a Trieste.
I giudici frenano le procedure accelerate per i migranti
Nel capoluogo emiliano, a impedire l’adozione della procedura accelerata ai sensi del nuovo Patto Ue, è stato un cavillo: la richiesta d’asilo era stata presentata il 9 giugno, tre giorni prima che scattassero le nuove regole. E anche se il modulo era stato compilato solo il 23, i magistrati hanno ritenuto che facesse fede la prima data.
In Sicilia, è stato negato il rimpatrio di alcuni egiziani, perché si sarebbe trattato di «casi vulnerabili», di «oppositori politici», per i quali, dunque, non rileva la classificazione dell’Egitto come Paese sicuro.
In Friuli-Venezia Giulia, invece, i giudici hanno contestato l’applicazione dell’iter rapido a un gruppo di stranieri, arrivati in Italia dalla rotta balcanica, perché la zona non era stata ancora designata come area di transito dal ministero dell’Interno.
Soltanto martedì, infatti, è uscito in Gazzetta Ufficiale il decreto di cui ha parlato su Rete 4, l’altro ieri sera, Matteo Piantedosi: una misura con cui sono stati individuati «ben 25 luoghi di frontiera […] dove verranno portati i migranti che dovessero arrivare con le navi nel Mediterraneo centrale», per potervi svolgere «le cosiddette procedure accelerate di frontiera, vale a dire», ha spiegato ancora il titolare del Viminale, «un’innovazione normativa europea che prevede di fare in 12 settimane quello che adesso avviene in tre-quattro anni».
Il nodo dei Paesi sicuri e della valutazione dei giudici
Ma al di là delle sottigliezze giuridiche, delle date riportate sulle carte bollate e dei fogli con gli obblighi di dimora consegnati senza traduzione – in giurisprudenza, la forma è sostanza – il vero nodo resta quello del sindacato della magistratura sui provvedimenti di espulsione. È una facoltà che pure la Corte di giustizia Ue ha confermato spettare ai giudici.
In sostanza, al di là della normativa valida per tutti e delle regole emendate da Bruxelles per facilitare l’allontanamento degli irregolari, poi, le toghe investite dai ricorsi devono avere la possibilità di valutare caso per caso. È in questo modo che lo status di nazioni tipo il Bangladesh o l’Egitto, ufficialmente considerate non a rischio, può mutare, nonostante la novità introdotta con le recenti riforme. In teoria, infatti, adesso sarebbe lecito qualificare come sicuro un Paese di provenienza, anche se esso non è tale per alcune parti del suo territorio e per alcune categorie di persone, ad esempio minoranze etniche, sessuali e politiche.
De iure e de facto, la valutazione è rimessa alla sensibilità e alle informazioni raccolte autonomamente dal magistrato che è chiamato a pronunciarsi. Già in passato, per la verità, abbiamo avuto modo di leggere verdetti tirati per i capelli, con argomentazioni fondate sulla permanenza della pena di morte o di altre pratiche illiberali negli Stati d’origine, in virtù delle quali erano stati proibiti i trattenimenti degli stranieri nei Cpr.
La scommessa sull’aumento delle espulsioni, quindi, è tutt’altro che vinta grazie all’introduzione del Patto europeo. Pacchetto che, peraltro, è stato appena invocato dai tedeschi per rifilarci una fregatura, cioè per rispedirci i dublinanti: gli immigrati sbarcati da noi e, dopo, giunti illegalmente in Germania. Non dimentichiamo, inoltre, che, secondo Bruxelles, Roma dovrebbe mettersi in condizione di incrementare sensibilmente la sua capacità di esaminare le richieste d’asilo: entro giugno 2027, dovremmo processarne oltre 16.000; l’anno seguente, più di 24.000. Giudici e parastato di avvocati che assistono i migranti permettendo.
Meloni tira dritto e il governo punta sui rimpatri
È anche per questo che ieri, ascoltato dal Comitato parlamentare di controllo su Schengen, Piantedosi, evidenziando il crollo degli sbarchi (-55% nel 2026, -82% da inizio legislatura), ha ribadito l’intenzione del governo di investire «sulla pratica dei rimpatri volontari assistiti». Una prassi dalla quale, tendenzialmente, i tribunali restano fuori. Finora, questa soluzione ha dato buoni risultati: fino a 20.000 persone rimandate a casa nel giro di un anno, in virtù di accordi con i governi locali e di finanziamenti per percorsi di reinserimento professionale, spesso erogati dall’Unione e gestiti da organizzazioni umanitarie.
Ieri, Giorgia Meloni, postando sui social il video dell’allontanamento, a bordo di un charter diretto al Cairo, di 17 egiziani con precedenti, ha rivendicato: «Continuano le operazioni di espulsione per gli immigrati irregolari sul suolo italiano. Difesa dei confini, sicurezza, rispetto delle regole: proseguiremo dritti su questa strada». Purché, a sbarrarla, non ci si mettano i magistrati.
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