A questo punto tanto varrebbe cambiare nome alla ditta. La Cei è divenuta a tutti gli effetti la Conferenza episcopale pro immigrazione. Da anni ormai non perde occasione per ribadire il sostegno alla politica delle frontiere spalancate, e va detto che ai tempi di Francesco la Santa Sede offriva una sponda robusta.
Con Leone XIV i toni sono decisamente cambiati, ma la lettura che ne danno i vescovi e i politici e intellettuali a loro più vicini è sempre la stessa, acritica e parziale. Lo testimonia ciò che hanno scritto e detto ieri alcuni prelati a proposito della visita del pontefice a Lampedusa.
Prevost si è affacciato alla Porta d’Europa e ha in effetti rivolto parole dure ai governi del Vecchio continente. «L’Europa possiede un potenziale unico, che le deriva dalla sua storia e dalla sua cultura, e quindi una pari responsabilità», ha detto. «Per la sua posizione geografica e per il suo assetto istituzionale, è in grado di affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo per accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e nello stesso tempo lavorare per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare».
Le frasi sono piuttosto chiare. Come ovvio, il Papa ha invitato a salvare chi rischia di morire in mare, cosa che l’Italia fa da anni. Ma ha anche ribadito che serve un cambiamento radicale del sistema e che le persone non debbono più essere costrette a emigrare. In Spagna, non molte settimane fa, Prevost era stato cristallino; «Se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini», aveva detto. «Non possiamo abituarci a contare i morti. La dignità umana non ha passaporto, né perde valore quando attraversa una frontiera». Sono gli stessi concetti espressi a Lampedusa, né più né meno.
Ma ecco che interviene la Cei a fornire la propria versione. Il segretario generale della Conferenza episcopale italiana e arcivescovo di Cagliari, monsignor Giuseppe Baturi, è intervenuto su Rai 1 nel programma A Sua Immagine per spiegare che «la Chiesa riconosce il diritto a emigrare da decenni e continua a chiedere che le migrazioni siano governate con umanità, sicurezza e giustizia». Certo, Baturi ha specificato che occorre “creare condizioni di giustizia affinché chi desidera restare nel proprio Paese possa costruire lì il proprio futuro, mentre chi decide di partire possa farlo in modo sicuro e regolare». Inevitabilmente, però, a livello mediatico l’accento viene sempre messo sulla prima parte del discorso, e cioè sul diritto a emigrare, non sul diritto a rimanere in patria che Giovanni Paolo II incise nella pietra e che Leone XIV ha richiamato.
Baturi ha citato Pio XII, per la precisione la Costituzione apostolica Exsul Familia del 1952, in cui in effetti papa Pacelli spiega che esiste il diritto a spostarsi per i singoli e le famiglie. Tuttavia quel testo bisognerebbe leggerlo tutto, e bene, e evitare di sovrapporlo alla situazione odierna delle migrazioni di massa. Pio XII parlava di profughi e esuli, non di persone sradicate e costrette a un esodo massivo. Si preoccupava in particolare delle famiglie, e non pensava a migliaia di giovani maschi spediti in Europa per costituire un esercito industriale di riserva. Il Papa spiegava anche che «l’emigrazione raggiungerà il suo scopo naturale […] se le due parti, quella che concede di lasciare il luogo natio e quella che ammette i nuovi venuti, rimarranno lealmente sollecite di eliminare quanto potrebbe essere d’impedimento al nascere e allo svolgersi di una verace fiducia tra il Paese di emigrazione e il Paese d’immigrazione». Ecco, non risulta che questo oggi avvenga, cioè che si lavori per creare fiducia tra immigrati e autoctoni. E non risulta nemmeno che la Cei si preoccupi di insistere sul comportamento di chi entra: anzi, si limita a bacchettare gli ospitanti perché non sono abbastanza accoglienti.
A dirla tutta non stupisce che le parole di Pio XII e di Leone XIV siano indagate poco e male. Alcuni vescovi hanno ben altri punti di riferimento. Per esempio monsignor Corrado Lorefice, che su Avvenire, invece del Vangelo preferisce citare quale «bussola della nazione» la Costituzione. La Carta, spiega il prelato, «in un momento magico, purtroppo oggi brutalmente ignorato, ha raccolto diversità politiche e storiche in quel territorio condiviso che è il vangelo dell’umano. Lampedusa oggi – dobbiamo dirlo – è uno sfregio alla bellezza di questa Costituzione. Tutti coloro che l’hanno sfregiata dovranno renderne conto, perché disprezzare la Costituzione che spinge a non considerare mai l’altro un nemico o un invasore, ma come un fratello da accogliere nella casa comune, significa violare l’identità profonda del nostro Paese, il suo codice culturale fondativo». A parte che nella Costituzione non sta scritto da nessuna parte che si debba aprire le frontiere fino ad autodistruggersi, viene da chiedersi se certi vescovi facciano più riferimento alla Chiesa o alla sinistra italiana. Di sicuro esistono ambienti che da molto tempo dedicano ogni sforzo a favorire la sovrapposizione fra cattolicesimo e progressismo. Giusto ieri Andrea Riccardi della Comunità di Sant’Egidio teorizzava su Repubblica il multiculturalismo autoritario. Gli stranieri servono per colmare il vuoto demografico, dice Riccardi. Insomma dobbiamo accogliere tutti nel nostro interesse. Gli italiani non gradiscono? Peggio per loro. Quando sono contrari all’immigrazione di massa sono «gattini ciechi», poveracci che non vogliono rassegnarsi. «Umberto Eco, già nel 2010, diceva: il nostro Paese sarà colorato, se ti piace sarà così, se non ti piace sarà così lo stesso», afferma Riccardi, alla faccia della democrazia. E conclude: «Il fenomeno va governato. In Europa. Ma l’unica che ha il coraggio di guardare in faccia la realtà è la Chiesa». A ben vedere, quando Riccardi parla della Chiesa si riferisce solo a quella che piace a lui e ai profeti dell’invasione. È una Chiesa, la sua, che finge di non sentire le parole del Papa sul diritto a non emigrare e che alla teologia preferisce la politica. Una Chiesa che vuole dare cittadinanza a tutti, tranne a chi non gradisce le frontiere spalancate.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >