Il buono dello scisma lefebvriano è averci ricordato che più della politica conta la dottrina
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È il paradosso che conferma la grandezza della Chiesa: il secondo scisma lefebvriano, nel momento in cui ne rompe l’unità, finisce per rinvigorirne la potenza attrattiva, riaffermando il fascino della sua continuità. Una disputa teologica: non era roba da volumi polverosi, il catenaccio di antichi travagli capaci di fare epoca, come per la Riforma protestante, ma comunque rovina sepolta dall’implacabile cavalcata della secolarizzazione? E invece siamo ancora là: a una contesa per un primato giuridico che è in primo luogo un primato spirituale; a un dissidio insanabile sui fondamenti della fede e sul modo in cui essi sono stati tramandati (o traditi, a seconda delle interpretazioni).

Al netto dei tentativi del Vaticano stesso, pur tanto netto da ammonire non solo consacranti e consacrati disobbedienti ma pure i laici della Fraternità San Pio X, di circoscrivere la querelle, di prevenire ulteriori smottamenti, di ristabilire spazi di «dialogo», come auspicato dal cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin. E di predisporre una modalità per ricomporre la frattura.

Quanto osservato basti per restituire l’inadeguatezza delle stucchevoli letture politiche dei fatti di Écône: si indugia sulla contiguità con Forza Nuova, sulla partecipazione alla cerimonia di Mario Borghezio, sulla trasformazione della società di vita apostolica in setta ufficiale del vannaccismo, su fantomatici zampini americani, con il vicepresidente Usa, JD Vance, sorpreso (insieme all’intramontabile spauracchio di Viktor Orbán) a «soffiare sul fuoco», nel quadro del conflitto tra l’amministrazione Maga e la Santa Sede. Il massimo che sappia produrre l’immaginario escatologico contemporaneo.

È vero: i tradizionalisti lefebvriani sono da sempre un punto di riferimento culturale della destra identitaria. C’è chi ha citato il presunto peso delle donazioni provenienti da quel milieu quale ragione ultima della loro sordità all’ultimo, accorato, appello del Papa. Il quale, se dobbiamo dirla tutta, non ha voluto incontrare il superiore generale, don Davide Pagliarani, e non ha offerto nessuna «soluzione», sempre per citare Parolin, che non fosse la rinuncia alle nomine episcopali illecite. Roma ha ribadito di non essere ricattabile: prima viene l’obbedienza e poi, semmai, l’ascolto delle ragioni degli altri. È per questo che i vescovi tedeschi progressisti sono apparsi più strategici della Fsspx: benché sguazzino nell’eresia, hanno interrotto il cammino sinodale non appena la Chiesa ha messo in chiaro che non avrebbe tollerato ulteriori fughe in avanti. Intanto, Pagliarani ha scritto a Leone, definendo «oggettivamente ingiuste e invalide» le sanzioni che «ci toccano in ciò che abbiamo di più caro: il nostro attaccamento a nostra Madre, la Chiesa Romana», che i lefebvriani giurano di «amare ancora di più» e di voler sostenere «con tutte le nostre forze, oggi più che mai». La Fraternità promette perciò di non accoglierle «nell’amarezza o nella ribellione».

Dopodiché, ciò che è successo in Svizzera e le conseguenze tratte dal Dicastero per la Dottrina della fede, ancora retto da un bergogliano di ferro come il porporato Víctor Manuel «Tucho» Fernández (un altro che di tesi teologicamente ardite se ne intende: dei suoi controversi pamphlet giovanili avevamo reso edotti i lettori della Verità), il muro contro muro che ha prodotto l’inevitabile strappo non si può ridurre alla politica, all’immigrazione, all’accoglienza, a Donald Trump, al lepenismo e magari al putinismo. Tutto il repertorio – secolarizzato, appunto – di argomenti ai quali ci siamo abituati ad associare la Chiesa Ong. La tunica strappata di Cristo ci ha ricordato che è ancora la dottrina quella che conta di più: nessuno scisma si consuma sugli sbarchi.

L’ex Sant’Uffizio, adesso, chiede a chi voglia rientrare in comunione con Roma di accettare «la dottrina che è insegnata al n° 25 della Costituzione dogmatica Lumen Gentium del Concilio Vaticano II, sul magistero della Chiesa e sulla adesione a esso». La Fraternità aveva già riconosciuto il Concilio: nel 1988, per mano di monsignor Marcel Lefebvre medesimo; nel 2008, in una lettera in cui si invocava la revoca delle precedenti scomuniche; e nel 2012, nel Protocollo che sottoscrisse il capitolo della Lumen Gentium sulla funzione d’insegnamento dei vescovi e l’infallibilità papale. La «formula» del Dicastero, inoltre, esige che il penitente dichiari di «accettare la validità» del rito introdotto da Paolo VI e innovato da Giovanni Paolo II.

Viene da domandarsi come mai simili garanzie non siano richieste ai vescovi tedeschi, i quali, in nome del Sinodo, sfidano le gerarchie apostoliche e l’autorità del Papa, per non parlare delle loro posizioni su omosessualità, indissolubilità del matrimonio, sacerdozio femminile. È sufficiente che essi si sottomettano verbalmente al pontefice? E cosa pensare del cardinale britannico Timothy Radcliffe, attivista Lgbt, che a giugno ha partecipato a Londra a una «messa di ringraziamento» in onore di due gay sposati, con benedizione rituale, definendo la loro unione «una partecipazione alla vita di Dio»? Ce la si cava derubricando la morale sessuale a tema secondario?

La Santa Sede, se la sua missione è ricucire ciò che si è lacerato, non dovrebbe perdere l’occasione per affrontare i nodi teologici più intricati. Alcuni riguardano le derive dei progressisti. Altri emergono dalle pratiche lefebvriane, ben sintetizzati dagli analisti del sito Disputationes theologicae. Almeno due sono eclatanti. Primo: la scelta di non mescolare le ostie consacrate dai sacerdoti della Fsspx alle altre. I lefebvriani dubitano della presenza reale di Gesù nelle specie eucaristiche distribuite nelle parrocchie? Secondo: il consiglio ai seguaci della Fraternità di evitare messe tradizionali officiate da sacerdoti in comunione con la Chiesa postconciliare. Non sembrano questioni un po’ più importanti di Borghezio, Vannacci e Vance?

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