I pride sono al verde. Così il «Corriere» mette in prima pagina l’amore di Elodie
Elodie e Franceska (Getty Images)

«Quando siamo lontani penso agli affari/Mi vedo con altri, ma sono svaghi Non farmi drammi, abbiamo senso a nostro modo/ L’amore esiste in natura, la coppia è un’invenzione dell’uomo». Elodie l’aveva già cantato questo Pride della disillusione. Sono diminuite le sponsorizzazioni delle aziende, negli Usa come in Italia, alle manifestazioni dell’orgoglio gay. E gli organizzatori si lamentano come degli esercenti qualsiasi perché gli affari vanno male. Poi però apri il Corriere della Sera e trovi una celebrazione dell’amore che «esiste in natura» come mai si è vista sul giornale della buona borghesia milanese.

Anzi, neppure serve aprire il quotidiano di Via Solferino, perché in copertina c’è una gran foto, nel senso che è grande ma anche davvero bella, di Elodie abbracciata alla ballerina Franceska Nuredini. Titolo: «Elodie e Franceska, l’amore senza etichette». Aveva ragione Elodie Di Patrizi: «Non farmi drammi», anche se entrano meno soldi.

Elodie (36 anni) e Franceska (25 anni) si sono conosciute in tournée e da mesi postavano foto insieme sui social. Scrive il Corriere che «più del bacio colpisce quello che non c’è: nessun commento, nessuna spiegazione, nessuna definizione». C’è un gap generazionale quasi incolmabile quanto commovente in quest’ansia martellante di trovare commenti, spiegazioni e definizioni a cui impiccare le vite delle persone. E c’è un che di irrisolto della sedicente alta borghesia riflessiva, che ondeggia tra mobili di design e cinema impegnato, però poi ha la stessa mania di incasellare amici e parenti che avevano le loro prozie. A Walter Veltroni, che sempre sul Corriere le chiedeva qualche tempo fa se credesse nella coppia, Elodie aveva risposto: «Credo sia bello condividere la vita. Senza progettare troppo. La progettazione rende definitivo ciò che invece deve essere vissuto e costruito». Ottimo. Peccato che il Corriere poi abbia appiccicato, sulla foto in prima pagina di Elodie e Franceska, una bella etichetta arancione con su scritto: «La coppia». In ogni caso, dopo aver auscultato un gran numero di reazioni social alle foto delle due artiste (i giornali fanno queste cose bizzarre che somigliamo un po’ al macellaio che spia le chat dei vegani), il Corriere si arrende: «Sono minoritari coloro che si chiedono se si tratta di coming out, bisessualità, fluidità. E come se la domanda avesse perso importanza. A che pro interrogarsi, analizzare?» Giustamente, sono fatti loro. Però intanto abbiamo preso una foto da Instagram e l’abbiamo sbattuta in prima pagina. Hai visto mai che ne nasca una tendenza, uno stile di vita, un movimento d’opinione, un modello di consumo, un profumo.

Poi c’è il profumo dei soldi. Sia di quelli che arrivano, sia di quelli che spariscono. Da un mese, vari media italiani e statunitensi raccolgono il lamento degli organizzatori dei Pride. Parlano tutti di «effetto Trump», perché il presidente degli Stati Uniti ha dato una stretta alle politiche di Diversity, equity & inclusion, con un ridimensionamento dei programmi federali e un crescente clima di polarizzazione. Gli organizzatori dei Pride di New York, Salt Lake City, Louisville, Saint Louis, Orlando e Pittsburgh hanno denunciato che le grandi aziende hanno tagliato i finanziamenti per non «dispiacere» a Mister President. Però è anche venuto fuori che i Pride delle città più piccole hanno visto addirittura aumentare gli introiti perché si appoggiano alla comunità e ai singoli impegnati. I soldi dei Big vanno e vengono, insomma. E in Italia? Due giorni fa il Sole 24 Ore ha pubblicato una grande inchiesta sul tema, intitolata: «Pride, sponsor in calo: l’effetto Trump arriva anche in Italia». I responsabili organizzativi delle manifestazioni di Milano e Roma hanno spiegato che il calo dei finanziamenti è inferiore a quello registrato negli Usa perché da noi le sponsorizzazioni delle multinazionali sono un fenomeno relativamente recente. In ogni caso a Milano sono sotto del 20% e a Roma del 10-15%. Mario Colamarino, presidente del circolo Mario Mieli e portavoce del Roma Pride, sa come parlare al giornale della Confindustria: «Questi cali dimostrano quanto le scelte politiche e culturali di un grande mercato possano avere effetti anche in euro».

La lunga lamentazione del Sole sui Pride che perdono sponsorizzazioni colpisce quanto la prima pagina arcobaleno del Corriere di ieri. Però se si va a leggere la noticina in fondo al reportage si scopre che «questo articolo rientra nel progetto di giornalismo collaborativo europeo Pulse». Qualunque cosa sia il giornalismo collaborativo, Pulse è un programma di collaborazione tra dieci giornali europei, finanziato dall’Unione europea con 8 milioni di euro. I temi raccomandati sono: «Transizione verde, media e democrazia; libertà di stampa e salute dell’informazione; allargamento dell’Ue; Europa e potenze globali».

Sembra un paradosso, questo delle grandi aziende che non danno più soldi ai Pride e del Corriere che s’inventa uno spot in prima pagina mai visto. Da un lato, a parte Trump, potrebbe essere che l’effetto circo di alcune manifestazioni non piaccia più agli sponsor. Dall’altro, potremmo essere alla vigilia di una scoperta sensazionale per la democrazia: è possibile manifestare autofinanziandosi.

Da non perdere

Chi sogna i neri in Nazionale pensa da razzista
Pensiero unico

Chi sogna i neri in Nazionale pensa da razzista

Cazzullo, sul «Corriere», spinge la disastrata Italia del pallone a emulare la grande Francia innervata dai figli dell’immigrazione. Ma qui la retorica dell’inclusione cede alla discriminazione biologica: sfruttare la genetica degli atleti di colore per tornare al top.

Pensiero unico

Gli zombie del woke si sbranano tra di loro

Sta crollando tutto e non è nemmeno colpa dei fascisti. Il bello è che a sinistra stanno facendo tutto da soli: il woke sconfessato da tutti non ha smesso di avvelenare i pozzi del pensiero dominante, infetta e crea zombie…