Siamo arrivati alla nuova frontiera della retorica migratoria. Fino a qualche tempo fa ci veniva detto che gli stranieri erano necessari per svolgere «i lavori che gli italiani non vogliono più fare». Adesso siamo al gradino successivo: gli stranieri ci possono servire per i lavori che gli italiani non sanno più fare bene. E tra questi lavori c’è quello del calciatore. L’ardita tesi è sostenuta da una firma di pregio del Corriere della Sera, ovvero Aldo Cazzullo, che prende spunto dai Mondiali di calcio a cui per l’ennesima volta l’Italia non si è qualificata.
«Forse, se l’Italia per la terza volta ha fallito la qualificazione ai Mondiali, è anche perché non ha saputo attingere al potenziale dei nuovi italiani», sostiene Cazzullo. «È un pallino del nuovo capo del nostro calcio, Giovanni Malagò. Negli altri sport, dall’atletica alla pallavolo, è accaduto; e i risultati sono straordinari. Perché nel calcio non ancora? C’è stato Mario Balotelli, grande promessa incompiuta; ma era il figlio adottivo di una famiglia borghese di Brescia. Cosa aspettiamo ad aprirci ai figli dell’immigrazione? Vale per il calcio come per gli altri settori della vita sociale; poliziotti e carabinieri, ad esempio, non lavorerebbero meglio in certi quartieri difficili se avessimo più neri e arabi in divisa?».
Certo, continua Cazzullo, non si possono negare le piccole difficoltà presentate dal percorso di integrazione: «Se i pronostici saranno rispettati e la Francia vincerà il Mondiale (ma deve resistere Adrien Rabiot, l’unico che difende a centrocampo), si temono gli incidenti che scoppiano a ogni vittoria del Psg: l’ultima Champions è costata un morto. Non sarà facile. Camminiamo tutti in una terra incognita. Faremo errori. Imboccheremo strade sbagliate. L’integrazione non si fa in un giorno, e non è mai riuscita per sempre. Ma l’integrazione è come il futuro; non lo determiniamo, eppure è l’unico posto in cui possiamo andare».
Verrebbe da dire che l’integrazione, in realtà, è semplicemente l’unico posto in cui non dobbiamo andare, se non altro perché non esiste un solo esempio nel mondo occidentale di integrazione riuscita, soprattutto con i numeri mostruosi dell’immigrazione di massa. Ma è inutile perdere tempo con ragionamenti sociologici che tanto non verrebbero ascoltati dai fautori della accoglienza senza limiti.
Più interessante è semmai esaminare la tesi cazzulliana secondo cui per sopperire alle mancanze del nostro calcio dovremmo servirci degli stranieri altrimenti detti «nuovi italiani».
L’editorialista del Corriere parte da un presupposto che a suo parere è granitico. «C’è una frase che viene detta a mezza voce davanti alla tv, che gira sui social, che ripetono i politici più spregiudicati: il calcio è diventato come l’atletica, uno sport “per neri”», scrive il nostro. «Il Mondiale come la finale dei 100 metri olimpica. Non soltanto nove squadre africane sono arrivate ai sedicesimi; le squadre europee sono innervate dai figli dell’immigrazione. A cominciare dalla più forte, la favolosa Francia, favorita per la vittoria finale».
Di fronte a una simile affermazione viene da chiedersi se i lettori dello storico quotidiano di via Solferino si rendano conto del razzismo feroce che esprime. È il difetto di tutte le tirate politicamente corrette sull’antirazzismo: servono soltanto a riportare in auge la discriminazione su base biologica tipica del razzismo positivista e di parte del razzismo novecentesco. Nei fatti, Cazzullo sostiene che i neri siano più bravi a giocare a calcio. Che è un po’ come scrivere che i neri hanno il ritmo o la pallacanestro nel sangue. Qualcuno dovrebbe spiegarci, a questo punto, da che cosa derivi la bravura nel calcio delle persone di colore. Da caratteristiche genetiche? A logica, questa è l’unica risposta possibile se si segue il discorso di Cazzullo. Egli dice, deduciamo, che dovremmo valorizzare i «nuovi italiani» perché sono neri o comunque scuri, e in virtù del pigmento saranno anche più capaci di giocare al pallone. Altrimenti non si spiega.
Questo nemmeno troppo velato razzismo biologico si somma alla consueta superiorità morale e antropologica tipicamente progressista. La stessa che fa dire a qualcuno che «abbiamo bisogno» degli stranieri per raccogliere i pomodori o per pagarci le pensioni o per compensare la nostra sterilità diffusa. Come se gli stranieri fossero un prodotto da acquistare, merce sempre disponibile. E se il nuovo italiano non vuole raccogliere pomodori o giocare al pallone che si fa? In quel caso lo si remigra? E con gli orientali come la mettiamo? Li accoglieremo in massa quando inizieremo a perdere i mondiali di arti marziali?
La verità è che dovremmo davvero piantarla con questa retorica sui nuovi italiani e le meraviglie che ci porteranno in dono. Se l’integrazione fosse problematica ma bella come sostiene Cazzullo, nessuno avrebbe problemi a sostenerla. La realtà è che è solo problematica e per lo più disastrosa. Se per vincere i Mondiali dobbiamo rassegnarci al multiculturalismo imposto (e razzista), meglio stare a casa e giocare a carte. Attività in cui i vecchi italiani sono ancora eccellenti, senza nemmeno l’aiuto di oriundi della briscola.
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