Nonostante l’accorato appello di papa Leone XIV, che aveva implorato la Fraternità San Pio X (Fsspx) di non lacerare ulteriormente la «tunica inconsutile di Cristo», a Écône si è consumato l’atto formale della rottura con la consacrazione di quattro nuovi vescovi senza mandato pontificio. Ma la risposta della Santa Sede non si è fatta attendere: ieri sono stati resi pubblici un decreto di dichiarazione della scomunica latae sententiae e una nota esplicativa del Dicastero per la Dottrina della fede che riportano di fatto la lancetta al 2009.
C’è un dettaglio tecnico che assume un valore simbolico: il protocollo del nuovo decreto è il numero 99/2009. Si tratta dello stesso fascicolo aperto 17 anni fa, quando papa Benedetto XVI, con un gesto di estrema misericordia, revocò le scomuniche ai quattro vescovi consacrati da monsignor Marcel Lefebvre nel 1988. Oggi, quello stesso faldone viene riaperto per sancire l’esatto contrario. Si annullano così anni di tentativi di dialogo che, come si legge nella Nota esplicativa, si sono rivelati «vani» di fronte a un «rifiuto pratico del Primato romano».
I vescovi della Fraternità Alfonso de Galarreta e Bernard Fellay (rispettivamente consacrante principale e co-consacrante) e i vescovi neo-consacrati Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier sono incorsi ipso facto nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica per aver compiuto «un atto di natura scismatica», la «consacrazione episcopale di quattro presbiteri, senza mandato pontificio e contro la volontà del Sommo Pontefice». Il Dicastero è stato chirurgico nel definire le conseguenze dell’atto scismatico, articolando la risposta in tre punti fondamentali che non lasciano spazio a interpretazioni di comodo e che valgono «da ora in poi»: «1) I ministri sacri appartenenti alla Fraternità sacerdotale San Pio X sono nello scisma e devono pertanto essere considerati scismatici […], risultando soggetti alla scomunica prevista dal diritto. 2) Per quanto concerne i fedeli laici, sono da ritenersi scismatici e scomunicati coloro che aderiscono formalmente alla Fraternità sacerdotale San Pio X alle condizioni stabilite nella Nota esplicativa dal Pontificio Consiglio per i Testi legislativi del 1996, ancora vigente […]. 3) Si avverte, infine, il santo Popolo di Dio che i ministri sacri della Fraternità sacerdotale San Pio X amministrano illecitamente i sacramenti e che il sacramento della penitenza da loro amministrato e il matrimonio da loro assistito sono invalidi». Il terzo punto cancella anche le più recenti concessioni sui sacramenti. Era stato papa Francesco che con la lettera Misericordia et misera (2016) aveva reso valida e lecita l’assoluzione data dai sacerdoti lefebvriani e, nel 2017, aveva autorizzato i vescovi diocesani a delegare sacerdoti della Fraternità per la celebrazione dei matrimoni. Il nuovo provvedimento rappresenta un netto dietrofront. Questo accade perché, mentre per la messa basta il potere d’ordine (che i lefebvriani hanno, rendendo la loro celebrazione «valida ma illecita»), per confessione e matrimonio è necessaria la giurisdizione, ovvero la facoltà legale di agire concessa dalla Chiesa.
Il decreto quindi colpisce chiaramente i vertici: il vescovo consacrante Alfonso de Galarreta e i quattro nuovi ordinati sono incorsi nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica. Anche monsignor Bernard Fellay è stato colpito per aver partecipato direttamente all’atto scismatico come co-consacrante. Allo stesso modo i preti appartenenti alla Fraternità «sono nello scisma e devono pertanto essere considerati scismatici ([…]), risultando soggetti alla scomunica». Per i ministri sacri, ricordiamo, la scomunica comporta il divieto assoluto di celebrare e amministrare sacramenti o esercitare qualsiasi ufficio ecclesiastico.
La novità riguarda i fedeli, per i quali la Santa Sede richiama i criteri del 1996 per definire l’adesione formale. Non si tratta della partecipazione occasionale a una messa, ma di un’opzione cosciente che pone l’appartenenza al movimento lefebvriano al di sopra dell’obbedienza al Papa.
La risposta della Santa Sede allo strappo di Écône è stata rapida e chiara, anche se il segretario di Stato, Pietro Parolin, nel comunicare il suo «grande dolore», ha ribadito che spera ancora che «si possa riprendere il dialogo». Tanto che il Vaticano si è affrettato a pubblicare delle linee guida per la riconciliazione. Ne sono esclusi i laici che abbiano preso parte solo per «ragioni liturgiche o spirituali» ai riti della Fraternità, o che, pur consapevoli delle tensioni con Roma, «non respingono il magistero o l’autorità del Romano Pontefice». I preti, tra le altre cose, dovranno siglare una dichiarazione con cui accettano il Concilio Vaticano II e la legittimità del Novus ordo Missae. I chierici però dovranno anche scrivere al Papa e trovare un ordinario li ponga sotto la loro egida, con tanto di notifica alla Santa Sede.
Questa esemplare chiarezza è ciò che molti fedeli vorrebbero vedere applicata anche su altri fronti di crisi nella Chiesa. Potrebbe essere una via utile a rafforzare il principio che essere cattolici significa stare sub Petro et cum Petro.
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