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Papa Leone XIV (Ansa)

Magnifica humanitas, la prima enciclica di Leone XIV, ha colpito profondamente molte persone, tra le quali il vostro cronista ultraottantenne, cui non capita così di frequente.
La prima ragione è il titolo, che oltre al pregio di essere direttamente in latino presenta la magnificenza come qualità dell’umanità che la possiede e viene anche rispettata con evidenza, anziché ferita e sperduta come nei discorsi correnti.

Ciò tocca e commuove il vecchio, perché è un atto audace, che apprezza il coraggio – e quindi in qualche modo lo produce e diffonde. Nella vita la magnifica generosità è la virtù più grande, dopo l’amore; e lo rimane in un mondo evidentemente impaurito e disperso, e non solo nel cristianesimo. Che oltre un mondo di vigliacchi prepotenti il nuovo Papa veda un’umanità magnifica e coraggiosa consola molti, soprattutto pensando come sviluppare e nutrire magnificenza e umanità coi nostri figli e nipoti in un sistema fondato sul consumo, il denaro per praticarlo, e paranoie assortite a follia per santificarlo.

Arrivati qui, dunque, la magnificenza dell’attuale Humanitas cristiana parrebbe difficile da mantenere. Leone XIV ha sfoderato però per l’occasione una delle vicende e immagini bibliche che consolano e da sempre aiutano chi assiste e cura i «deliri di onnipotenza», le manifestazioni dei disturbi psicologici peggiori di oggi e di sempre, anche perché in effetti può suscitare conseguenze gravissime. Si tratta della Torre (o Torri) di Babele, uno dei primi deliri paranoici del mondo. In esso gli uomini «decidono di costruire una città e una torre la cui cima tocchi il cielo» (Genesi, 11,4). Dio però naturalmente se ne accorge, la (o le) torre viene distrutta e le popolazioni disperse sulla Terra. La Torre di Babele rimane nella storia dell’uomo a testimoniare la sua invidia di Dio, i pessimi esiti della questione e oggi l’intelligenza di Leone XIV, che opportunamente fa della «sindrome di Babele» il perno dell’intera enciclica: l’idolatria del profitto che sacrifica i deboli, l’uniformità che appiattisce le differenze, la pretesa di un linguaggio unico – anche digitale – capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni.

«L’impresa – dice l’enciclica – appare imponente: un’unica lingua, un’unica tecnologia, un’unica direzione. Tuttavia il progetto nasconde un’insidia profonda: è un’opera concepita senza riferimento a Dio, sostenuta da un’uniformità che elimina la diversità e che, invece della comunione, sceglie l’omologazione». Di qui il castigo: «Quando la città si edifica sull’orgoglio e sulla pretesa di bastare a sé stessa la comunicazione si spezza, le lingue si confondono e gli esseri umani non si comprendono più. Il risultato non è l’unità, ma la dispersione. Babele rivela così il limite di una costruzione che, pur grandiosa, sorge dall’assolutizzazione dell’umano e dalla sua pretesa di autosufficienza sacrifica all’efficienza la dignità delle persone e ambisce a raggiungere il cielo senza la benedizione di Dio.

Così però l’edificare significherebbe «accettare il limite e la fragilità dell’umanità verso mete ingannevoli, come l’illusione di una tecnica che promette di liberarci da ogni fragilità o modelli di benessere che «lasciano indietro interi popoli»; mentre Leone richiama la «logica della sussidiarietà»: nessuna mano è così debole da non poter far nulla mentre si manifesta se, come dice Paolo «si manifesta pienamente nella debolezza. (2Cor 12,9): «A ciascuno il suo tratto di muro».

Neppure si perde, Leone XIV, la grande sfida di oggi (assieme alle guerre): la IA, «rimanere umani»: «Nel tempo dell’intelligenza artificiale, in cui la dignità umana rischia di essere oscurata da nuove forme di disumanizzazione abbiamo il dovere di restare profondamente umani, custodendo con amore quella magnifica umanità che ci è stata donata e mostrata nella sua pienezza in Cristo, e che nessuna macchina potrà mai sostituire nel suo splendore. Il vero progresso nasce sempre da un cuore aperto all’altro, da un’intelligenza disponibile all’ascolto, da una volontà che cerca ciò che unisce più che ciò che separa».

A questo punto dell’enciclica Leone XIV apre un lungo viaggio (sorprendente per un ignorante come il sottoscritto) attraverso le diverse encicliche e documenti papali dedicati a custodire l’umano nella trasformazione. Verità, lavoro, libertà. Si parte dall’ultimo Leone prima del Nostro: Leone XIII, autore della Rerum Novarum, la prima enciclica a occuparsi di fabbriche, operai, mega ricchezze e povertà insopportabili. Un documento di assoluta attualità che poi, alla fine del ’900 San Giovanni Paolo II nel 1991 definirà nella sua Centesimus annus un: «Paradigma permanente», indispensabile quando emergono trasformazioni che incidono sull’esistenza delle persone e sull’ordine della società».

A parte i due Leoni, l’attraversamento dei documenti papali e dei massimi organi della Chiesa che negli ultimi due secoli si sono occupati dell’uomo pensante fa oggi a chi legge una forte impressione rispetto alla confusione e superficialità presenti nei documenti politici e/o sindacali per gli stessi campi.

Nei secondi manca l’Anima, direbbe (per esempio) Carl Gustav Jung. Meno male che ci sono i leoni.

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