Quello che la Chiesa non dice sui lefebvriani
Papa Leone durante l'udienza generale di questa mattina in piazza San Pietro, Città del Vaticano (Ansa)

«Di tanto in tanto non fa male». È uno di quei proverbi moderni che nessuno ricorda di aver inventato e che tutti ripetono con la sicurezza con cui un tempo si citavano Aristotele o la nonna. Deve essere nato nello studio di qualche dietologo, allevato dai rotocalchi femminili e infine adottato dalla pubblicità.

Ogni mese gli stessi giornali spiegano come perdere cinque chili in una settimana e, venti pagine dopo, propongono la ricetta della torta di mele definitiva, della crostata irresistibile, del dolce «a cui non saprete dire di no». Il peccato calorico viene assolto prima ancora di essere commesso.
 L’idea, in fondo, è persino ragionevole. Lo zucchero non fa bene, ma la fetta di pastiera a Pasqua, il panettone a Natale, la torta del compleanno non ci trasformano automaticamente in una discarica. È la regola statistica: il danno nasce dall’abitudine, non dall’eccezione. Il problema comincia quando questo principio, nato tra glicemia e colesterolo, emigra con sorprendente disinvoltura nella teologia.

Anche il peccato funziona come il glucosio. Una bestemmia ogni tanto? Una convivenza ogni tanto? Un adulterio ogni tanto? Un atto impuro non tutti i giorni? L’importante è non farne uno stile di vita. Il peccato occasionale sarebbe una specie di dessert domenicale dell’anima. È una curiosa trasformazione del cristianesimo in dieta ipoglicemica. Eppure la logica religiosa è sempre stata diversa, non perché ignori la misericordia, ma perché distingue con precisione il bene dal male. Le cose sono vere oppure false. Un’azione è buona oppure cattiva. Il pentimento cancella il peccato; non lo ridefinisce come spuntino innocuo. Oggi invece sembra prevalere un cattolicesimo da saldi di fine stagione: elastico, pieghevole, componibile, gluten free, vegano, gay friendly e chi se ne frega che sia un peccato che grida vendetta a Dio, inclusivo, possibilmente sorridente e soprattutto incapace di mettere a disagio qualcuno. Una religione che non chiede conversione ma moderazione; non dice più «non peccare», bensì «cerca di non esagerare». È il trionfo del «di tanto in tanto». Il peccato occasionale diventa una specie di concessione domenicale, un piccolo strappo alla regola che, in fondo, rende la vita più sopportabile. È una trasformazione curiosa: il cristianesimo ridotto a regime alimentare. I peccati o sono peccati sempre o non sono peccati mai. Cristo disse: «Sia il vostro parlare sì sì, no no; il di più viene dal maligno» (Mt 5, 37). Ma ai tempi di Gesù non c’era il registratore, come ha spiegato il padre generale dei gesuiti Arturo Sosa Abascal, e dunque quel «sì sì no no» va contestualizzato. Il peccato non si abolisce, si dosa.

Il cardinale Víctor Manuel Fernández, detto Tucho, ci ha regalato un formulario, un documento con carta intestata del Dicastero per la Dottrina della Fede, datato 2 luglio 2026, che spiega, con la delicatezza del catechista di parrocchia e la sottigliezza del giurista bizantino, chi può ancora dirsi cattolico e chi no. Il criterio è di rara flessibilità. Come nelle diete, ogni tanto si può sgarrare. Si può andare a una messa della Fraternità Sacerdotale San Pio X, quella dei lefebvriani appena colpiti da scomunica per aver consacrato quattro vescovi senza mandato pontificio, purché la cosa sia occasionale. Si può anche andarci con regolarità, ma senza condividere la dottrina del celebrante, forse pensando alla lista della spesa. In tal caso la scomunica non scatta, perché, recita testualmente la Nota esplicativa, l’imputabilità richiede «piena avvertenza e deliberato consenso», e non si considerano imputabili «i laici che hanno frequentato la Fraternità solo per motivi liturgici o spirituali» (per quali altri motivi la si potrebbe frequentare?), né «quanti, pur consapevoli delle tensioni con la Santa Sede, non rifiutano il Magistero né lìautorità del Romano Pontefice». È lo stesso delizioso stile di Fiducia supplicans, quella dichiarazione firmata da Tucho e controfirmata da papa Francesco che nel dicembre del 2023 aprì alla benedizione delle coppie irregolari e delle coppie dello stesso sesso: purché , attenzione, il dettaglio è squisito, la benedizione fosse breve, dieci o quindici secondi al massimo, «pastorale» e non «liturgica», impartita fuori da ogni contesto celebrativo, in fretta, quasi di soppiatto. In tutto questo nessuno però doveva fare l’opera di carità teologale che recita di avvisare il peccatore del suo peccato. Non informare il peccatore del suo peccato è la più grave e la più tragica delle mancanze di carità. Chi incontri due persone con stile di vita omoerotica e non le informi che sono in peccato mortale, o addirittura benedice un’ unione che è un peccato che grida vendetta a Dio, ne diventa complice. Il profeta Ezechiele, capitolo 33, non lascia scampo. «Figlio dell’uomo, ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. Se io dico al malvagio: “Tu morirai”, e tu non parli per avvertirlo, egli morirà per la sua iniquità, sanguinem autem eius de manu tua requiram: del suo sangue chiederò conto alla tua mano». Il pastore muto risponde del gregge sbranato, dice san Giovanni Crisostomo nel De sacerdotio, e san Tommaso, nella Summa, colloca la correzione fraterna tra i doveri di carità, non tra le opzioni del galateo pastorale. Oggi è il contrario. Tacere è delicatezza, denunciare è violenza, ammonire è ferire. E intanto la sentinella ha smontato la garitta e ci spiega, con l’aria del sociologo, che il lupo va compreso nel suo contesto culturale e soprattutto accolto, anzi, incluso. La logica è sempre quella: il peccato non conta se lo si commette in fretta; l’eresia non conta se la si professa senza convinzione; lo scisma non conta se lo si frequenta senza persuasione. Basta essere superficiali, e la Chiesa vi assolve. Basta non prendersi sul serio, e sarete sempre in comunione. La grande innovazione teologica del pontificato è aver scoperto che la distrazione salva le anime.

Da otto anni la Santa Sede ha firmato con la Repubblica popolare cinese un accordo, provvisorio, segreto, rinnovato a scadenze regolari, in base al quale i vescovi cattolici cinesi vengono selezionati dai sacerdoti locali, ma con il beneplacito del Partito comunista e la ratifica finale del Papa. Sette vescovi precedentemente scomunicati sono stati reintegrati d’ufficio; altri sono stati imposti a diocesi che avevano il loro vescovo legittimo, spedito a nascondersi in campagna o a marcire in una prigione dello Henan. La Chiesa cosiddetta patriottica, braccio ecclesiastico del regime, celebra la messa sotto la bandiera con le cinque stelle, i suoi seminaristi giurano fedeltà al pensiero di Xi Jinping, i suoi vescovi partecipano ai congressi dell’Assemblea nazionale del popolo, ma le loro messe sono valide, e la comunione con Roma è ufficialmente ristabilita. Cristo è morto in croce per la maggior gloria del Partito comunista cinese. Posso frequentare distrattamente Écône senza incorrere nella scomunica, posso ascoltare una predica di don Pagliarani come si ascolta la radio in cucina, mentre posso serenamente partecipare alle messe dei vescovi cinesi nominati dal partito anche aderendo con tutto il cuore, in piena tranquillità: quelli sono in piena comunione, li ha voluti il Papa, li ha benedetti il segretario di Stato. Potrò godermi il faccione di Mao, sempre presente in queste cosiddette chiese e pensare che i martiri cristiani che a migliaia hanno trovato l’inferno o la morte sotto il regime erano, come gli Apostoli, tizi un pochettino fanatici, parecchio rigidi, non inclusivi. Se qualcuno mi obiettasse che quei vescovi hanno accettato di servire un regime che perseguita i loro fratelli cattolici clandestini, che demolisce croci, che sorveglia i confessionali con le telecamere, io risponderei con Tucho: che bisogna contestualizzare. Andremo quindi alla Messa della Fraternità solo di tanto in tanto, per meri motivi spirituali: sapere che ci troviamo in presenza di persone che sinceramente amano Gesù Cristo e la Madonna.

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