Lefebvriani e Vaticano: storia di uno scisma mai sanato
Ansa

Il 1° luglio 2026, a Écône, la storia si è ripetuta. Nel villaggio svizzero nel Canton Vallese dove Marcel Lefebvre fondò nel 1970 la Fraternità Sacerdotale San Pio X, è andato in scena esattamente lo stesso dramma di 38 anni prima: la consacrazione di nuovi vescovi senza mandato pontificio. Una rottura formale con Roma che il diritto canonico punisce con la scomunica automatica, quella che i teologi definiscono «latae sententiae».

Tra i consacranti, due volti già noti: monsignor Alfonso de Galarreta e monsignor Bernard Fellay, che nel 1988 avevano ricevuto l’ordinazione illegale da Lefebvre e che, dopo il perdono di Benedetto XVI nel 2009, conquistano ora il primato di una seconda scomunica.

Nei giorni scorsi papa Leone XIV aveva tentato un’ultima mediazione, invano. Una lettera scritta «con animo paterno», inviata nella speranza di fermare qualcosa che appariva ormai inarrestabile. «Colmo di affetto cristiano, vi prego e vi chiedo con tutto il cuore: tornate sui vostri passi», aveva scritto il Pontefice. Non è bastato.

Il segretario di Stato Pietro Parolin ha confermato che si tratta di «un atto che rompe l’unità della Chiesa e che avrà delle sanzioni», aggiungendo però di provare «un grande dolore» e di sperare che «nonostante quello che è avvenuto oggi si possa riprendere il dialogo e trovare una soluzione».

Ma per capire cosa sia successo a Écône, bisogna prima capire chi sono i lefebvriani.

La Fraternità Sacerdotale San Pio X conta circa 150.000 fedeli, concentrati soprattutto in Francia, Germania e Svizzera. Si tratta di una realtà che non ha mai pienamente accettato le riforme introdotte dal Concilio Vaticano II, conclusosi nel 1965. I suoi membri si considerano custodi della «vera tradizione» cattolica contro quella che definiscono una deriva liberale e, più radicalmente, apostatica, della Chiesa.

Le loro richieste sono precise e invariate da decenni: il ritorno esclusivo alla Messa in latino secondo il rito tridentino, con il sacerdote rivolto all’altare e non ai fedeli, e il rifiuto di tre documenti conciliari ritenuti incompatibili con la dottrina tradizionale. Il primo è la «Dignitatis Humanae», che sancisce la libertà religiosa. Il secondo è la «Lumen Gentium», che apre alla possibilità di salvezza anche fuori dalla Chiesa cattolica visibile. Il terzo è la «Nostra Aetate», la dichiarazione che il 28 ottobre 1965 segnò la svolta della Chiesa nei confronti degli ebrei, non più considerati «deicidi». Per i lefebvriani, questi documenti rappresentano una rottura insanabile con la tradizione. La Fraternità Sacerdotale San Pio X rifiuta difatti il pluralismo religioso e il dialogo ecumenico. Sostiene inoltre che lo Stato debba riconoscere il cattolicesimo come unica vera religione.

La storia di questa separazione non nasce né oggi né ieri, ma è figlia di lunghi e complessi dissidi. Lefebvre aveva guidato la resistenza al Concilio e nel 1988, ordinando illegalmente quattro vescovi, si era attirato la scomunica di Giovanni Paolo II. Il problema teologico e canonico è sottile ma essenziale: il Papa è il solo ad avere la facoltà di nominare i vescovi. Se un vescovo ne ordina un altro senza il suo consenso, l’ordinazione è illecita ma non invalida, perché la «successione apostolica» (il filo ininterrotto che lega i vescovi agli apostoli) rimane de facto intatta. È questa la ragione per cui la Chiesa non può semplicemente ignorare la questione: i sacramenti amministrati da questi vescovi restano validi, e i fedeli che li cercano si trovano in una zona canonica ambigua.

Nel 2009 Benedetto XVI aveva compiuto un gesto di grande coraggio: la revoca delle scomuniche ai quattro vescovi lefebvriani, nella speranza di riavviare il dialogo. L’iniziativa fu tuttavia travolta da un incidente clamoroso. La commissione vaticana non aveva verificato il profilo di uno dei quattro, Richard Williamson, che si era rivelato un negazionista della Shoah: sosteneva che le camere a gas nei campi di sterminio nazisti non fossero mai esistite. Toccò quindi allo stesso Benedetto XVI scrivere una lettera «ai vescovi di tutto il mondo» per spiegare quella che definì una «disavventura per me imprevedibile».

Dopo la revoca delle scomuniche, seguirono tre anni di negoziati teologici. Ma non portarono a nulla. I vescovi, non più scomunicati ma rimasti sospesi a divinis (una pena canonica prevista dal Diritto della Chiesa Cattolica che vieta a un sacerdote o chierico di esercitare il proprio ministero). Due di loro, nel frattempo, sono morti, e non rientrarono mai in piena comunione con Roma. La Fraternità continuò a rifiutare il Concilio come condizione preliminare di qualsiasi accordo.

La discussione teologica si chiuse definitivamente quando l’allora superiore lefebvriano Bernard Fellay dichiarò che «i nemici della Chiesa» ostili alla Fraternità erano «gli ebrei, i massoni, i modernisti». Una posizione per sua stessa natura incompatibile con il cattolicesimo del dopoguerra. Benedetto XVI, che aveva partecipato al Concilio in prima persona come teologo, definiva gli ebrei «padri nella fede» e non avrebbe mai tollerato ambiguità su questo punto. Lo stesso vale per Francesco e per Leone XIV, che negli ultimi mesi ha dedicato le sue catechesi a una rilettura sistematica dei documenti conciliari.

Il superiore attuale dei lefebvriani, don Davide Pagliarani, aveva risposto alla lettera di Leone XIV affermando che la Fraternità intende servire la Chiesa come si serve «una Madre in difficoltà che ha bisogno di un aiuto particolare». Aveva chiesto al Papa un «gesto di comprensione» e di «prendere il tempo necessario: non è troppo tardi». Due anni fa, però, lo stesso Pagliarani aveva riaffermato la «battaglia dottrinale contro un nemico chiaramente identificato: la Riforma del Concilio, un insieme avvelenato concepito nell’errore che conduce all’errore».

Sono parole che rendevano complicato, in effetti, immaginare un punto di incontro. Che infatti non è arrivato. La Fraternità chiedeva che la tradizione fosse rimessa «al centro» della vita della Chiesa universale, non come una delle sensibilità ammesse, ma come l’unica forma legittima.

Quella che si consuma ad Écône non è dunque una novità. È, più precisamente, la prosecuzione di uno scisma che non è mai davvero rientrato. Ogni tentativo di riconciliazione si è infranto mestamente sullo stesso scoglio: il Concilio Vaticano II.

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