I lefebvriani consacrano i vescovi: ora è scisma, scomunica immediata
I sacerdoti Pascal Schreiber (Svizzera), Michael Goldade (Stati Uniti), Michel Poinsinet de Sivry (Francia) e Marc Hanappier (Francia) ricevono la consacrazione episcopale durante una messa pontificale organizzata dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) a Econe, vicino a Sion, in Svizzera (Ansa)

La Fraternità sacerdotale San Pio X non ha ascoltato l’appello di papa Leone XIV, che le chiedeva di fermarsi, e ha consacrato quattro nuovi vescovi, provocando così la scomunica latae sententiae della Santa Sede. La possibilità di tornare al dialogo è ora ridotta a zero, dato che i lefebvriani pensano che Roma abbia perso la fede nonostante continuino a prometterle fedeltà. Il superiore generale della Fsspx, don Davide Pagliarani, annuncia: «Siamo pronti a pagare qualunque prezzo per salvare la Chiesa».

Il punto di non ritorno è stato raggiunto. Nonostante l’accorato appello di papa Leone XIV, che appena ventiquattro ore prima aveva implorato la Fraternità sacerdotale san Pio X (Fsspx) di «tornare sui propri passi» per non lacerare ulteriormente la «tunica inconsutile di Cristo», ad Écône si è consumato l’atto formale della rottura. Ieri la Fraternità, fondata dal vescovo francese Marcel Lefebvre nel 1970, ha tenuto il (suo) punto, procedendo alla consacrazione di quattro nuovi vescovi senza mandato pontificio, ignorando, come ampiamente atteso, la mano tesa dal successore di Pietro.

Il rito celebrato ieri in Svizzera ha visto come consacrante il vescovo Alfonso de Galarreta, assistito da monsignor Bernard Fellay, due dei quattro vescovi consacrati nel 1988 direttamente da monsignor Lefebvre che andarono incontro a scomunica poi ritirata da papa Benedetto XVI nel 2009. I quattro nuovi vescovi sono i monsignori Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier.

Il momento più emblematico della consacrazione è giunto con la rituale richiesta del mandato apostolico. La risposta fornita dal notaro della Fraternità non è stata una semplice constatazione di assenza, ma di fatto un durissimo e rivelatore atto di accusa: «È la Chiesa cattolica e romana… che, in circostanze del tutto eccezionali, esige da noi che provvediamo alla salvaguardia di queste tradizioni… Dal Secondo Concilio Vaticano fino ai giorni nostri, le autorità della Chiesa sono state animate da uno spirito contrario alla fede e hanno agito contro la santa Tradizione».

In queste parole risiede il vero punto della situazione, perché si tratta di una sorta di «scomunica» di fatto lanciata dalla Fraternità verso quella che essi definiscono la «Chiesa ufficiale», ma che nella realtà è l’unica Chiesa di Cristo, quella cattolica, apostolica e romana. L’attuale superiore della Fraternità, don Davide Pagliarani, nell’omelia della Messa, ha rincarato la dose con un paradosso ecclesiologico: «Siamo pronti a pagare qualunque prezzo per salvare la Chiesa… vogliamo servire la Chiesa come una madre in difficoltà, tradita». Secondo Pagliarani, il problema sarebbe un’incomunicabilità linguistica: da una parte il «linguaggio della fede», che avrebbe la Fraternità, dall’altra quello romano dell’inclusione e del dialogo.

Con queste premesse è difficile pensare a un dialogo autentico con chi muove l’accusa che la Chiesa di Roma abbia abbandonato la fede cattolica. Se il punto di partenza è che il Vicario di Cristo e l’intera gerarchia sono animati da uno spirito «contrario alla fede», ogni tavolo negoziale diventa un simulacro. Questa mens rivela un esercizio di macchiavellismi e sofismi volto a ributtare costantemente la palla nel campo di Roma: la colpa della rottura sarebbe sempre del Papa, «precipitoso» o «poco paterno», magari impegnato a tenere un doppio standard, mentre la Fraternità si auto percepisce come l’unica arca di verità.

Certamente, non si possono ignorare le derive che hanno attraversato il post-concilio. Le rappresentano in qualche modo le attuali spinte del Sinodo tedesco, che tenta di strappare la tunica di Cristo dalla parte opposta con derive dottrinali, pastorali e giuridiche pericolose. Si tratta di una ferita aperta che il Papa dovrà affrontare. Ma la risposta al disordine non può essere l’insubordinazione. Non si salva la Chiesa distruggendone il fondamento visibile dell’unità.

Proprio papa Joseph Ratzinger, che forse più di ogni altro aveva tentato la via della misericordia con lo stesso Lefevbre e la comunità da lui fondata, non a caso, è sempre stato considerato dalla Fraternità con estrema diffidenza, per usare un eufemismo. Tra il 2009 e il 2012, Benedetto XVI aveva compiuto grandi gesti di distensione, dalla remissione delle scomuniche del 1988, al motu proprio Summorum pontificum, fino all’apertura di dialoghi teologici e dottrinali con la Fraternità nel tentativo di farli rientrare in piena comunione. Eppure, l’accordo naufragò quando mancava «solo un timbro», come disse l’allora superiore monsignor Fellay, a causa delle correnti interne della Fraternità ostili a ogni accordo. Correnti che si manifestarono anche con l’elezione dell’attuale superiore, l’italiano don Pagliarani.

Sulla gravità dell’atto scismatico compiuto ieri sono intervenute figure di primo piano del collegio cardinalizio. Il cardinale Gerhard Müller, intervenendo al recente Concistoro e parlando al Corriere della Sera, è stato chiaro: «Non può essere che un gruppo di cattolici definisca sé stesso come l’unica presenza della verità cattolica contro Papi, vescovi, concili. Sono più protestanti dei protestanti». Müller ha ricordato che il confine dello scisma viene oltrepassato definitivamente quando viene violato il ministero del Vescovo di Roma, principio visibile dell’unità nella verità rivelata.

Il cardinale Raymond Burke ha smontato l’alibi dello «stato di emergenza» usato da decenni per giustificare l’illegalità canonica. Per Burke, l’idea che i fedeli non possano vivere la fede senza avere una «Chiesa all’interno della Chiesa» è un errore grave. «Nostro Signore ha promesso di rimanere con noi nella Chiesa fino all’ultimo giorno. Anche se ci sono gravi difficoltà… noi restiamo con Lui nella Chiesa, lottiamo e facciamo la nostra parte per essere fedeli». Nessuna situazione giustifica un atto scismatico come un’ordinazione episcopale senza mandato.

Essere cattolici significa stare sub Petro et cum Petro. Chi pretende di salvare la Tradizione separandosi dal Papa finisce inevitabilmente per inventarsi una Chiesa «fai-da-te», smarrendo proprio quella cattolicità che a parole dichiara di voler difendere.

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