I lefebvriani chiedono la revoca della scomunica. Nei giorni scorsi i giornali del mondo intero hanno parlato dello «scisma» dell’estate 2026, consumatosi a Ecône, nel Vallese svizzero, ad opera dei cosiddetti lefebvriani, i seguaci dell’arcivescovo Marcel Lefebvre.
Ieri, in un comunicato ufficiale, la Fraternità sacerdotale San Pio X (Fsspx) ha dichiarato di aver presentato un «ricorso» contro le scomuniche decretate dal Vaticano lo scorso 2 luglio. Per capire bene i contorni e l’entità della questione, che in primis è teologica e religiosa, ma che spesso viene letta con le categorie abusive della politica, giova fare un piccolo passo indietro.
Monsignor Lefebvre (1905-1991) fondò la Fsspx nel 1970, con l’esplicita approvazione vaticana. In seguito, però, a causa delle forti critiche al Concilio e alla riforma liturgica, fu sospeso «a divinis» da Paolo VI e scomunicato da Giovanni Paolo II assieme ai quattro vescovi che ordinò nel 1988. Nel 2009, Benedetto XVI revocò le scomuniche, cercando di reintegrare i «cattolici tradizionalisti» nella piena comunione con la Chiesa di Roma, che però non è ancora stata raggiunta. Il 30 giugno, Leone XIV ha scritto una «Lettera» al superiore dei lefebvriani, don Davide Pagliarani, in cui gli chiedeva di rinunciare alla consacrazione dei quattro nuovi vescovi, per evitare un «peccato di estrema gravità» che lacera «la tunica inconsutile di Cristo». Nella missiva, contrariamente ai social e ai media, il Papa ha anche lodato la Fsspx per «l’attaccamento alla vita liturgica», «lo zelo apostolico» e il «desiderio di fedeltà alla Tradizione». Ma questo non è bastato e il primo luglio la Fsspx ha consacrato quattro vescovi senza «mandato pontificio», due francesi, uno svizzero e uno statunitense. Così, il Dicastero per la dottrina della fede, presieduto dal cardinal Manuel Fernández, ha emanato un nuovo decreto di scomunica per i due vescovi lefebvriani consacratori e per i quattro nuovi presuli illegalmente ordinati.
La cosa che ha colpito molti commentatori è che papa Leone non si è limitato, come fece Giovanni Paolo II nel 1988, a scomunicare coloro che hanno commesso il delitto di scisma, separandosi dalla gerarchia cattolica. Ma in una «nota esplicativa», il Vaticano ha dichiarato «scomunicati» tutti i membri della Fsspx, ovvero oltre 700 sacerdoti, e perfino quei «fedeli laici» che «aderiscono formalmente» alla comunità lefebvriana e ne approvano lo «scisma». Ieri, dunque, la Fsspx ha reso noto di aver presentato un «ricorso preliminare» presso il Dicastero della fede, «conformemente ai canoni 1734 e seguenti del Codice di diritto canonico». Tale atto, spiegano i tradizionalisti, è il «previo adempimento» in vista di un «ricorso gerarchico» che dovrebbe «sospendere l’esecuzione del decreto», annullando così gli effetti canonici della scomunica. L’ambiguità di fondo, però, è tutta qui. Da un lato, don Pagliarani ha dichiarato «ingiuste» e perfino «invalide» le scomuniche, ma ora vuole ricorrere ai tribunali pontifici per contestare uno «scisma» che è nella realtà, prima che nel diritto canonico.
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